Il papiro del 2025/2026

Solo 24 film quest’anno…
annate così bastarde (a parte il lockdown) le ho vissute solo nel 2021/’22 e nel 2022/’23

Annata grama e non interessante, che sancisce un mio grande allontanamento dalle sale e dal cinema tout court

alle sbomballaterie hollywoodiane (quest’anno ho saltato Avatar: non ne posso più; ho saltato F1; e ho anche saltato a piè pari i musicarelli su Springsteen e Michael Jackson: anche loro hanno rotto), spesso si alternano “autoroni” per me totalmente repellenti (Lanthimos, del Toro, Fennell ecc. ecc., che ho perfino visto, ma anche Safdie, Coogler, Cregger, Parsons, Lord & Miller e altri fenomeni, per non parlare del detestato Sorrentino, quest’anno manco sfioranto: non mi frega più né denaro né tempo) e proposte nostalgiche a cui mi sono rifiutato di dare manforte (vedi Il Diavolo veste Prada n. 2)…
anche certe proposte che sembravano decenti (tipo Norimberga) non mi hanno convinto ad andare in sala, in un’annata in cui ho bazzicato poco anche il teatro, per colpa del ricatto lavorativo…

Si aggiunge anche lo scarso appeal delle offerte fiorentine:
a parte l’adorato cinema Portico, capace di offrire anche proiezioni in lingua originale, i grandi multisala, costruiti ormai 20 anni fa ladrocinizzando molti spazi vivi della città di un tempo (vedi Excelsior e Astra2), hanno dimostrato un deterioramento tecnico sconfortante (durante la riproiezione di Moulin Rouge!, per il 25esino anniversario, all’UCI di Ponte a Greve “si è rotto il proiettore” [sic] tra primo e secondo tempo, lasciando i poveri spettatori con solo un buono da poter spendere esclusivamente all’UCI e solo in 6 giorni, in una primavera piena solo e soltanto di quegli sbomballamenti hollywoodiani di cui sopra: soldi e tempo totalmente buttati; allo Space di Novoli, la proiezione in inglese della Supergirl di Gillespie che ho visto io è stata afflitta da continui strappi della proiezione e dalle luci in sala che rifiutavano di spegnersi! una barzelletta!)…
i cinema rinati dopo la concorrenza sleale delle multisala (e.g. Compagnia, Astra, SpazioAlfieri), forse proprio temendo la concorrenza di questi ultimi, propongono cose interessantissime tra settimana, lasciando molto sguarnito il weekend e a orari impossibili per qualsiasi lavoratore… con, purtroppo, anche modesti spazi proiettivi (l’Astra ha uno schermo così alto e sedie così marmoree da essere scomodissimo, per esempio)…
e i fenomeni parastatali tanto incensati dagli influencer (tipo il Giunti all’Odeon), a parte squalificare il cinema come puro sottofondo per una modesta libreria (il pomeriggio, vengono proiettati film in inglese con i sottotitoli con volume bassissimo e a luci accese: un tentativo di far coincidere cinema e musichetta di sottofondo radiofonica davvero odioso per chi ama la settima arte), propongono un intrattenimento serale solo di galleria, tutt’altro che “immersivo”, con proposte puramente mercantili (i soliti blockbuster del menga o cosette di documentario totalmente scotte: una di queste ciofeche l’ho perfino vista!)…

perciò i film sono pochi e sono anche brutti…
moltissimi latori di un senso masochistico della vita del tutto odioso…
e altri semplici prodotti acchiappa disperati che non vedono l’ora di commuoversi sulla morte lacrimosa di poveri infanti…

ci sono:

5 SuperDown
6 Down
1 Not so Down
6 Not so Up
2 Up
4 SuperUp

i SuperUp ingannano perché 3 sono riedizioni di film antichi… quindi solo 1 SuperUp è da considerarsi del 2025/2026…

1) JAWS – Steven Spielberg – Universal — SuperUp
Proprio una riedizione tra settimane nei cinemetti feriali che dicevo è stato il primo film visto in questa stagione: un classico su cui non mi sembra il caso di insistere…

2) IDÍ I SMOTRÍ – Elém Klímov – ||| – SuperUp
Direi che se n’è già ampiamente parlato…

3) DUSE – Pietro Marcello – WB Down
Mah, sì, ad alcuni può piacere… ma io l’ho trovato bruttarello…
tanti rivoli non amministrati…
la scoperta dell’acqua calda che gli attori sono stronzi e boccaloni, sensibilissimi a chi li adora e veloci nel gettare via la gente… e scoperta dell’acqua calda che i fascisti erano stronzi…
tante scoperte in un film frammentario, solo a tratti affascinante visivamente, che non attizza, non dice nulla di nuovo, e appiattisce quella che poteva essere un’interessante biografia di Duse…
insapore, incolore…
dimenticabile

4) BOLÉRO – Anne Fontaine – Movies Inspired — Up
Più carino nel delineare una biografia, e molto bravi tutti a instillare nello stile del film la frammentazione della malattia encefalica del proragonista…

5) CALIGULA ULTIMATE – [Tinto Brass] – ||| — Not so Up
La storia la sappiamo tutti…
Brass gira una pellicola infischiandosene dello script di Gore Vidal ma al momento di montare ogni cosa, il pornografo Bob Guccione, che aveva in mano il copyright e i soldi, monta tutto lui, senza Brass, inserendo scene hard core fregandosene completamente sia della trama sia del girato… ‘sta roba esce nel 1979 e rimangono scontenti tutti, dagli attori al compositore delle musiche…
Per anni, quindi, si cerca in tutti i modi di recuperare del materiale girato, così da sistemare quest’apologo sulla follia del potere in maniere che avessero un senso, alternativamente coinvolgendo chi era più disponibile, negli anni, a lavorarci, ogni tanto Brass, ogni tanto lo stesso Vidal e, soprattutto, Malcom McDowell, sicurissimo di aver recitato benissimo senza che nessuno lo abbia davvero visto, dati i rimaneggiamenti del pornografo…
Nel 2005, l’artista Francesco Vezzoli, coi soldi di Versace e su commissione di non so quale rassegna artistica di New York, gira un finto trailer di un remake di Caligula, con tanti divi (Gerald Butler, Milla Jovovic, Karen Black, la stessa Helen Mirren), riuscendo, perfino, a registrare la voce fuori campo di Gore Vidal e a scritturare, sensazionalisticamente, Courtney Love a fare Caligola… era un video di neanche 5 minuti che però circolò, recuperando le curiosità di molte persone coinvolte nello Stracult
Nel 2007 ci fu un restauro del film per la pubblicizzatissima uscita in DVD… McDowell fu coinvolto e l’etichetta del DVD battezzò il restauro come Imperial Edition per la quale digitalizzò quel tanto materiale girato da Brass che Guccione aveva cestinato…
Ma le voci che le vere intenzioni di Brass non fossero state del tutto rispettare nell’Imperial Edition si susseguirono, tanto che nel 2018, Brass stesso, dopo essere sopravvissuto a un’emorragia cerebrale nel 2010, promosse un nuovo tentativo di restauro, visto che negli archivi si era trovata, sopravvissuta, una copia lavoro in pellicola… l’operazione non ha trovato finanziatori…
Finanziatori che invece ha trovato Thomas Negovan, che ha rimontato quella copia lavoro seguendo lo script di Vidal (rigettato da Brass) sotto la guida di McDowell, ancora ansioso di mostrare la sua colossale performance, anche dopo 50 anni…
Negovan chiama la sua versione la Ultimate Cut, e la proietta a Cannes nel 2023, nonostante l’ottuagenario Brass, ancora più vecchio che nel 2018, abbia sbraitato, tramite portavoce, di non riconoscere affatto il lavoro di Negovan come conforme a quanto voluto fare da lui nel ’79…
Lo stigma di Brass non ha impedito alla Ultimate Cut di girare, spesso presentata da McDowell, Mirren e il di lei marito Taylor Hackford, in tutte le piazze possibili… perfino al Teatro Niccolini di Firenze… dove l’ho vista anche io!
Negovan monta quasi 3h di film teatrale, violentissimo, ridondante e un pochino spento nel ribadire continuamente la follia del protagonista e la imbecillaggine eterna di chi lo adorò in pubblico pur detestandolo privatamente, in un inanellarsi di scene spesso identiche in cui si denuncia ogni volta quanto il potere sia inconsistente e quanto il popolo stesso, oltre che i politicanti, sia del tutto orribile perché accetta, e forse non potrebbe fare a meno di, qualsiasi potere, anche del più abietto…
Visivamente sontuoso (suggestivi, anche se marmorei, i campi larghi di Brass, che riesce a gestire molto bene i colori con Silvano Ippoliti), con le scenografie di Danilo Donati sempre carichissime di lusuosissimi orpelli, ma tutto sommato stanchino, il film denuncia, forse, che la sua fama di culto montata in 50 anni di chiacchiere e legende nere aveva poco di sostanziale, anche se rivisto dopo l’avvento del secondo Trump si possono vedere tutti i parallelismi con le follie turpi di Caligola…
Io sono andato a vederlo sì per curiosità del film, tra l’altro ignorando lo stigma di Brass, ma soprattutto per vedere McDowell, Mirren e Hackford dal vivo: nel dibattito susseguente, soprattutto McDowell ha raccontato, davvero come in una performance, tutti gli aneddoti, anche i più inverosimili e idioti, sulla lavorazione, negli anni detti e ridetti, ma ormai, appunto, rodati e rimodellati davvero come uno show! Uno di questi, veramente ridicolo, è su un McDowell che lascia alla reception dell’albergo romano un plico per Gore Vidal dicendo semplicemente (e in maniera mooooolto credibile) che «è per il più grande autore americano vivente», e quel plico invece arriva a Truman Capote, rivale di Vidal proprio per l’antonomasia di quel titolo e casualmente ospite nello stesso albergo, con grande scorno di Vidal (ci si crede proprio, Malcom)… o anche quello secondo cui McDowell in persona, seppur per telefono, dissuade Katharine Ross da accettare il ruolo poi andato proprio a Helen Mirren: Ross, allora, secondo McDowell, «America’s Sweetheart» (e McDowell avanza quel “titolo” di Ross, se mai c’è stato, di 10 anni dall’epoca in cui sarebbe stato sostanziale, cioè nel ’67-’69, per via di The Graduate e Butch Cassidy), non poteva certo spogliarsi e fare sesso in un film mezzo italiano: poteva benissimo farlo, invece, la povera Helen Mirren, allora semi-sconosciuta e già partner di McDowell in O Lucky Man!: un assunto che Mirren, ovviamente, prende a ridere, ben conscia del lato performativo della chiacchierata…

6) THE LIFE OF CHUCK – Mike Flanagan – Eagle SuperDown!
Ma niente, a me è sembrato ridicolo…
‘Ste storie edificanti del menga, che vorrebbero essere coccolose e farti apprezzare anche la più idiota delle vite, mah…
Sono quei film che vorrebbero camomillarti con l’idiozia che tutti siamo speciali e che le inculate non bruciano perché sono frutto, perfino loro, di destini benevoli, o di volontà di bontà innata da perpetuare, orgogliosissimamente, anche quando muori di tumore… bah…
A me, se mi scoprono un tumore, qualche madonna mi verrebbe da tirarla lo stesso, nonostante tutti stiano lì a dirmi “eh ma è destino”…
e a me viene da incazzarmi molto spesso se la vita e il mondo vanno di merda, senza stare a sentire chi mi dice “ma no, è il migliore dei mondi possibili e se con tanta buona volontà nascondi la testa sotto la sabbia e trovi un lavoretto insulso allora che la vita è merda non lo vedi più, o, se lo vedi, scegli di non vederlo per ottimismo”…
non lo so…
a me ‘st’argomenti o fanno ridere, come, in generale, questo film, o mi fanno incazzare, come, certe volte, certi assunti di questo film…

7) ONE BATTLE AFTER ANOTHER – Paul Thomas Anderson – WB — Up
Uno dei film che ho visto più volentieri quest’anno si trova, paradossalmente, a non essere un SuperUp per via di diverse cosucce, per esempio certi fumettismi nella recitazione pur divertentissima, oppure la pronunciatissima indulgenza nei confronti di un’America che si racconta altruista, sociale e amichevole, con solo la noia di qualche suprematista tra i coglioni, o, magari, lo schematismo un po’ facile sul ritenere i “sovversivi estremisti” insieme ideologicamente felici e condivisibili e, nello stesso tempo, idioti che osano fare la lotta armata quando non si dovrebbe… tutte cose unite a una durata, sì retta e riempita (non come nei Killers of the Flower Moon), ma in ogni caso sterminata…
Ma, a parte tutto questo, che rimane nell’orizzonte, magari, del gusto, One Battle After Another rimane tra i top dell’anno: quella sorpresa che non ti aspetti, fatta di quel cinema anche tecnico (la visione gigantesca offerta dalla VistaVision, assai più fattuale e semica rispetto ai ninnoli del Brutalist) e musicale (la colonna sonora di Jonny Greenwood sarebbe da sentire fatta dai Berliner) di cui tanto, ogni giorno, si grida il bisogno…

8) THE VOICE OF HIND RAJABKaouther Ben Hania – I Wonder Pictures — Not so Up
Sarò sempre impopolare nel dire che 80 minuti di ragazzina che piange al telefono, davanti a poveracci che l’ascoltano e si stupiscono pure che Israele faccia arrivare l’ambulanza dopo ore e ore e solo per ammazzare pure l’ambulanza non sia il modo giusto per illuminare un dinosaurico problema di prevaricazione in corso…
È come quei capitoli di 4 3 2 1 in cui il protagonista si meraviglia che l’FBI infiltri estremisti vari nella contestazione studentesca del ’68 apposta per fare da provocatori e avere il pretesto di poter sparare a tutti…
Sono cose che si sanno…
E se per vederle occorre un film che ti faccia piangere dall’«Omammìna» e dal «Gesùmmìo», prendendoti per forza con la morte di una bimba, fatta di singhiozzi, patetismi, lacrime e gridolini, senza che tu abbia mai neanche avvertito il dramma prima di allora, beh, quindi il mondo merita tutti i Trump e le guerre nucleari possibili, vedendo bene, stavolta, di estinguere tutto il marcito e rincoglionito genere umano…

9) DALAI LAMA, WISDOM OF HAPPINESS – Philip Delaquis, Barbara Miller – Wanted — Down
Un vecchiettino simpatico ti dice come vivere la vita in mezzo a una musichetta tranquillona che, purtroppo, all’inizio somiglia tantissimo al tema di Henry Mancini del Professor Faith della Great Race di Blake Edwards (’65), con risultati ridicoli involontari…
Dato che quest’anno ci sono ben altri spurghi, alla fine non c’è da infierire troppo su questo documentarino buono, almeno, per chi ci vuole credere…

10) BUGONIA – Yorgos Lanthimos – Focus Features/Universal — SuperDown!
Non c’è proprio madonne, Lanthimos ne fa uno e ne sbaglia due ogni volta…
Bugonia, come Kinds of Kindness, è l’inno nazionale dei terrapiattisti, dei nazisti prevaricatori, dei quaquaraquà fuori dal mondo, degli scemi del villaggio inconsistenti e pazzoidi che sognano di sodomizzare le sequoie, che si vedono glorificati dalla sua trama, dalle sue immagini che rendono mainstream le loro stronzate, le loro allucinazioni, le loro masturbazioni mentali piccole, micragnose e deficienti…
Lanthimos (un po’ come quando sbagliava Fellini nel cercare di colpire il maschilismo con lo stesso maschilismo) neanche tenta di sembrare satirico o contrario ai terrapiattisti, e dice direttamente e on camera, che tutta la brodaglia che loro vomitano è vera, che hanno ragione, che veramente il mondo va di merda non perché ci sono loro a insozzarlo, ma perché c’è il complottone che loro smascherano senza riuscire a farlo credere a tutti… che nel propagandare le loro merdate uccidano, sevizino e torturino (giustificati perfino da una back story di violenza subita), è per Lanthimos secondario rispetto alle cose, per lui giuste, che dicono…
Una merda

11) DRACULA, A LOVE TALE – Luc Besson – Lucky Red — SuperDown!
Per parecchi, questa scemenza è palesemente comica, tanto da passare il Rubicone del ridicolo e diventare un qualcosa di volutamente divertente, perfino meritevole di cult
Per me il Rubicone non lo passa, e le risate che si fanno, tante, non sono attribuibili a un tono voluto ma a uno sbrodolìo di un tipo di cinema (e di trama) calorico e sbomballoso molto indigesto, e anche odiosamente insulso dal punto di vista della “redenzione” (irricevibile)… le cose tipo Scary Movie, allora, sono meglio…

12) DEN STYGGE STESØSTEREN [THE UGLY STEPSISTER] – Emilie Blichfeldt – I Wonder Pictures — Not so Up
Un po’ come la Strange Darling dell’anno scorso, forse questo film mi è piaciuto più di quanto sia disposto ad ammettere, anche se i suoi assunti trameschi (il ridicolo baco tenia) e filosofici (sulla superiorità fisico-genetica, perfino ariana, che non si combatte ed è inequivocabile), così come la sua ricercata schifezzeria un po’ gratuita, mi abbiano lasciato molto insoddisfatto…

13) FRANKENSTEIN – Guillermo del Toro – Netflix/Lucky Red — SuperDown!
La seconda merda dell’anno si pesta grazie a del Toro e al suo mostro finto (essendo Elordi), che in tanto ciarpame di stoffa e cartapesta, in tanta plastica e in tanti coloretti insulsi, in tante citazioni pittoriche zuccherose di Bignami, non riesce a dire un cazzo di niente né sull’umanità, né sul rapporto oscuro con la propria parte inconscia, e, al contempo, la butta tutta sulla cagata cattolica della bellezza del soffrire, della sublimazione del martirizzarsi, del rovesciamento masochistico dello stare male scambiato per ascetismo purista… più soffri più ami la tua sofferenza e più ti illumini di una luce “divina”, cristologica… che senso ha stare bene? Abbrutisciti, accetta le violenze e vivi nella mmerda: questa è la vita che propugna ‘sto film giocattoloso…
Allora è meglio il catechismo…

14) DIE MY LOVE – Lynne Ramsay – Mubi — SuperUp
E dopo tanta cacca chi se l’aspettava questo capolavoro, che si vedeva lontanissimo, come luce in fondo al tunnel, dopo le melme di Lanthimos, Besson e del Toro…
Cinema mentale e mentalista, di sovrapposizioni semiche di personaggi e immagini, di sconcerto disilluso e sfiduciato della vita borghese, del locus amoenus, del perbenismo e del conformismo, e allucinato di impressioni, reazioni violente allo schiacciamento della massa pecorona, con un andirivieni di sogni e lampeggiamenti di concetti filmici, leitmotivici e molto di più, che rendono il susseguirsi di certi ricorrenti fotogrammi (anche ricorrenti per inversione o negazione) un frastuono di segni, sensi e sensazioni, costruenti un testo fondamentale per osservare la marcescenza della vita corporativa e familista contemporanea, quella del dolce in veranda e della brava mogliettina sforna-figli…
Capolavorone!

15) TENSHI NO TAMAGO [L’UOVO DELL’ANGELO, ANGEL’S EGG] – Mamoru Oshii – Lucky Red — SuperUp
All’Alfieri a Firenze, è venuto a presentarlo Federico Frusciante, solo 3 mesi prima della sua morte… il suo intervento non fu dei migliori: è stato nostalgico, eternamente convinto che chiunque non la pensasse come lui non fosse meritevole di indagine, e perennemente ancorato a ciò che riteneva oggettivo, anche se proveniva dal peggiore soggettivisto deista di un fandom (quello che lui agiva sui suoi film preferiti) che lui diceva di disprezzare ma che invece esercitava, sospendendo spesso e volentieri qualsiasi considerazione critica, verso mostri sacri che lui stesso si eleggeva, idolatrava e custodiva come altarini, buttando merda sugli altarini degli altri costruiti sugli stessi presupposti acritici e quindi equivalenti a quelli suoi, senza che lui lo ammettesse…
Però è stato onesto a dichiarare che L’uovo dell’angelo è eternamente interpretabile, come Eraserhead magari, o 2001: A Space Odissey, e quindi non è stato né a spiegarcelo né a raccontarcelo…
Per me L’uovo dell’angelo non è un testo appunto come Eraserhead o 2001 (o, rimanendo nel lungometraggio di animazione nipponica, come Akira di Otomo, per esempio, da me, per altro, frequentato poco) con cui ho passato la vita e con cui ho ingaggiato molte volte il confronto e lo studio, ma è stata una visione di curiosità, un approccio de abrupto, tabula rasa delle aspettative e delle conoscenze…
Nel fallimento dell’interpretazione, a me L’uovo dell’angelo ha titillato le mie solite rappresentazioni inconsce dello sguardo, le mie solite sovrapposizioni psichiche della mente che si moltiplica per conoscersi o per elaborare lutti, ricordi, esperienze traumatiche o conoscitive che hanno bisogno di tempo per sedimentare, per essere comprese, magari arrivando all’incomunicabile o alla alterità cosmica di non voler stare nel mondo, inteso come lutto tout court della ragione, preferendo l’oblio…
Ho visto immagini di aborti, magari (la ragazzina che forse vede sua madre o lei stessa più grande nelle fontane acquee o nelle astronavi lisergiche), o rimpianti di un’infanzia che non si è voluto abbandonare (l’uovo da coccolare), a cui la vita (il ragazzo straniero) viene a reclamare l’insostenibilità, forse linkando la rinuncia alla vita con scemenze ancestrali dette per consolarsi dai dubbi (le storielle degli angeli sugli alberi), che comunque hanno a che fare con un sentore, con un sospetto, che tutto quanto sia non solo tutto immaginato, ma anche del tutto inutile, essendo l’esistenza solo un’invenzione traumatica di chi quell’esistenza non la voleva vivere, e si è trovato a raccattare i cocci del trauma della nascita (con la stessa Arca di Noè che è affondata, e tutto quanto si credeva esistere è solo la speranza, appunto filmica, di sopravvissuti rimasti soli e che avrebbero voluto anche loro affogare nel diluvio, tipo Cripta dei cappuccini)

16) PRIMAVERA – Damiano Michieletto – WB — Down
Come gli allestimenti delle sue opere, con Primavera Michieletto fa una bella sminchiatella insapore, che però si sente tanto importante a perorare cause (l’emancipazione femminile?) che poi manco racconta, distraendosi nel contorno e nel décors che non si rende neanche conto di realizzare quasi ridicolo nella sua slegatura con la trama e il contesto
Bah…
a me ha annoiato…
ok, sì, visto che esiste Lanthimos, non può essere SuperDown, ma insomma…

17) YEK TASADOF-E SADE [UN SIMPLE ACCIDENT, IT WAS JUST AN ACCIDENT, UN SEMPLICE INCIDENTE] – Jafar Panahi – Lucky RedNot so Up
Ok, il finale è splendido, tra i migliori che si possano vedere, ma il linguaggio ancorato al personaggio per sola angoscia ha stancato, e oramai non fa angoscia ma sonnolenza, e le macchiette sono tante e incapaci di scavare davvero a fondo al tema come aveva fatto Death and the Maiden di Polanski 30 anni fa…

18) TRAIN DREAMS – Clint Bentley – Netflix/Lucky Red — Down
Ma per l’amore di jesoo, strabello, la fotografia bellissima e il lutto che si elabora, e si piagne… come no… e la carissima variazione sul tema che si stava tanto meglio nel 1838 a fare i boscaioli come le seghe circolari, anche se i bimbi morivano tra le fiamme, invece che in mondo industrializzato con l’aria condizionata…
davvero bellissimo…
però, boja, è così due palle che, porca miseria, ti disperi di averlo iniziato e sei tanto tentato di lasciare Edgerton a piangere Jones senza alcun rimorso e senza alcuna empatia…

19) “WUTHERING HEIGHTS” – Emerald Fennell – WB — SuperDown!
Strafintata videogiocosa, pruriginosa, bacchettona e sessuofobica: la terza merda pestata dell’anno, un po’ dalle parti del Frankenstein di de Toro, senza le scemenze religiose ma con la stessa verve masochistica… Margot Robbie agisce perché per lei è meglio baciarlo di cartone invece che averlo di ciccia, ed è convinta che il sesso è meglio se è fatto con le sevizie psicologiche, con le crudeltà del “te la do ma poi mi pento”, all’infinito, perché è centomila volte meglio lamentarsi e soffrire invece che scopare felici: il sesso è “brutto”…
e poi, non dimentichiamoci la sempiterna pietra tombale del cinema di Fennell, cioè un cinema dei ricchi fatto per i ricchi, che continuamente dice al pubblico: «occhio ai poveri, stanno lì per invidia e fanno di tutto per ammazzarti, a te povero nobile, magari squattrinato, ma in ogni caso con gli immobili miliardari che ti escono dal culo!»…
Ma non c’è pericolo che le persone intelligenti sovrappongano ‘sta scemenza al capolavoro di Emily Brontë: chiunque vedrà ‘sto travaso riccastro di Fennell dovrà leggere il complicatissimo libro per capirci davvero qualcosa, tanto è assurdamente sado-maso e anti-sociale la vicenda insulsa costruita da Fennell copiando e incollando molto male alcuni stralci del romanzo…

20) AFFEKSJONSVERDI [SENTIMENTAL VALUE] – Joachim Trier – Lucky Red/Teodora — Not so Up
Ma sì, ma certo…
babbo, artista che comunica solo coi suoi film psicologici del cazzo, t’ha trattata male tutta la vita, tanto che sei pure arrivata a tentare il suicidio…
lo mandi giustamente a fare in culo quasi tutta la vita finché babbo, rimbecillito, ce n’ha per 3 caate e n’ha già fatte due e mezzo, e prima di fare l’ultima mezza caata, viene da te a chiederti di fare la protagonista della sua ultima pellicola in cui una donna si suicida…
con quella rinchiorbellita di tu’ sorella, cascate dal pero e dite «ma babbo non ha mai saputo del mio tentato suicidio! e adesso fa un film su una che si suicida! sicché vuol dire che, a modo suo, mi ha capita, anche se 34 anni dopo [34 anni di sofferenza, odio, rancore e marcescenza], e anche se non lo ha fatto in maniera personale ma, come al solito, solo cinematografica [cioè pro domo sua, senza pensare per niente a me, ma io decido di non badarci], non intenderò la sua tardiva comprensione [che mi levo dal capo io: si sa un cacchio come mai babbo ha voluto fare un film su una suicida e ci voleva me: potrebbe essere egoismo invece che empatia, egoismo che babbo ha sempre dimostrato nella vita, e che dimostra tuttora volendo per forza nel cast anche il mio povero nipote che non c’incastrerebbe una minchia, ma io, sconvolta e sadomasochista come la Robbie in Wuthering Heights, amo farmi del male psicologico e mi invento che babbo m’ha capita dopo 34 anni di merdaggine] come ennesima beffa ma me la dipingerò come vero amore, e gli reciterò nel film dandogliele tutte vite prima che schianti [e lo farò così morire sereno e felice anche se era uno stronzo], dimenticandomi la vita di dolore e sofferenza che mi ha fatto fare, perché, si sa, se non sei contenta di soffrire e non baci la mano che ti ha picchiata, che donna sei! La donna è sottomissione!»…
A me è sembrata una puttanata, abile solo per chi ha daddy issues vari ed eventuali e per i soliti crocerossinismi della fava che affliggono l’umanità religiosa, simili a quelli di del Toro e Fennell…
E c’erano pure rivoli trameschi che non vanno in nessun posto: dalla casa viva alla nonna partigiana: tutta roba buttata nel calderone ma che ha fatto solo carbonella, risultando solo in molesta fuliggine inutile…
Poi, sì, la fotografia bellissima eh, per la carità…

21) HAMNET – Chloé Zhao – Universal — Not so Up
Il poeta, nella sua opera, parla sempre e solo di se stesso, è ovvio: è una cosa certa…
difatti Richard Bach era un gabbiano, Richard Adams un coniglio, e Herman Melville una balena…
L’accostamento dell’Amleto alla morte del figlio è ridicola e il film è di quelli che ti prende per forza con le terribiliose morti in scena di infanti che piangono…
È il classico film del «Gesùmmìo» e dell’«Omammìna» come Hind Rajab, ripreso con una fissità raggelante che, per fortuna, grazie ad alcuni accorgimenti, non sbraca nel nulla come le fotografie di Sentimental Value e Train Dreams

22) DISCLOSURE DAY – Steven Spielberg – Universal — Down
Avere 50 anni di poetica sulla spalle e sentirli tutti…
rinnovarsi è un crimine, quindi è bene ri-raccontare, per l’ennesima volta, all’infinito, la solita novelletta comfort zone che al mondo si starebbe tanto bene se delle divinità oltremondane, muse cinematografiche, si palesassero… smetteremmo, per magia, di ammazzarci tra di noi!
Sicuro!
Tanto deismo e tanta fede raggiungono un livello di omelia da chiesa per me insopportabile…

23) SUPERGIRL – Craig Gillespie – WB — Down
La dedizione di Gillespie nel fare un prodotto concreto e ben fatto non salva il film dall’essere generico, usato e solito…

24) THE ODYSSEY – Christopher Nolan – Universal — Not so Down
Brodaglia rivista di Nolan, per altro infagottata con le scemenze inutili dell’IMAX (la genialata di fare un film per sole 40 sale, incazzarti che la gente te lo vede “ristretto” e poi vai a vedere e scopri che ciò che è “ristretto” non serve a una beata mazza: è come fare una tazzina con 4 manici, vedere che non serve a nulla, spaccare 3 manici e poi rimpiangerli!), e foriera delle stesse menate conservatrici di Nolan (si sta bene col re, l’anarchia fa schifo) infiorettate in salsa zeffirelliana, tra attori esagitati, Bignametti da terza media, e visione adatta alla visione didattica del Liceo Classico…
Stavolta, però, Nolan azzecca il fatto di trattare quanto di meglio si può trovare nel complesso e contraddittorio (essendo costruito in anni diversi) testo di ciò che chiamiamo Omero, e cioè l’idea dei nostoi come senso di colpa della tragedia della guerra… e ‘sta cosa la tratta molto bene, tanto da stupirmi, avendo sempre considerato Nolan un regista poco bravo…
Il fideismo religioso (Matt Damon che tenta in tutte le maniere di dissipare la religio del suo equipaggio deve alla fine accettare il divino con un «atto di fede»: è una cosa che mi sconfinfera meno e che avrei preferito venir trattata in maniera inconscia) e la presenza di una Mnesterofonia idiota (anche quella, a me piace inconscia) sono invece retaggio di una lettura omerica che, hanno giustamente osservato alcuni, si riferisce a un’altra componente del poema secondo cui il senso di colpa non c’entra nulla con le avventure presentate, che occorrono non per lutto ma per superbia (la classica ὕβρις)… e se uno avesse seguito questa componente, oltre a quella del senso di colpa, allora forse avrebbe giustificato una Mnesterofonia idiota, ma per quagliare davvero avrebbe avuto bisogno di tanti aspetti tagliati (dal “nessuno” detto a Polifemo, a certe confessioni a Circe), che avrebbero costruito un Odisseo tutt’altro che simpatico (come, infatti, non risulta per niente alla lettura del poema, in cui fa, il più delle volte, la figura dell’esaltato, se non fosse, appunto, per la componente più sana del senso di colpa che chi ha rattoppato i tanti poemi che oggi chiamiamo Odissea ha mantenuto apposta proprio per evidenziare le diverse specializzazioni, nel tempo e nella vasta geografia, del mito), e forse avrebbero prodotto uno dei soliti film giustificanti, e glorificanti, quelli che, bene o male, sono degli esaltati assassini (cioè i film di Eggers, che sono già anche troppi)…
Questa Odissea non mi ha esaltato, anche per il suo sapore di blockbuster anni ’50-’60, pieno di divi e di grandeur industriale (da paragonare agli All in classici di una Hollywood gloriosa ma spesso, come Nolan, propagandante sia la religione sia il moderatismo alla Dickens, da DeMille a David Lean in giù), ma finisco per non detestarla proprio perché, in tanta melma moderata (con i re giustificati e gli dei da incensare), non scopre il fianco all’idea di un’Odissea guerrafondaia che fin troppi destrorsi hanno comunicato negli anni, a mio avviso smerdandola…

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