Hamnet

Nonostante tutti quanti, secondo me in modo intelligente, facciano finire Hamlet con la frase «the rest is silence», cosa che dà al testo maggiore immediatezza, Hamlet col cacchio che finisce con «the rest is silence»…

Nel Q1 del 1603, «the rest is silence» non c’è: Hamlet muore dicendo: «Farewell Horatio, heaven receive my soule»…

Nell’In folio, dopo «the rest is silence», Hamlet esclama «O, O, O, O!»…

i più accorti si ricorderanno anche la poeticissima chiusa di Horatio, subito dopo: «Good night, sweet prince, and flights of angels sing thee to thy rest» (nell’in folio e in Q2: non ce n’è traccia in Q1)…

tutte conclusioni ottime…

Ma, nonostante tutto l’immaginario collettivo e la maggiore immediatezza, sia Q1 (il testo più corto), sia l’in folio, sia il Q2 (il testo più lungo) finiscono con l’arrivo di Fortinbras…

La critica ottocentesca, basata su cognizioni post-aristoteliche sei-settecentesche, ha sempre dato molta importanza a Fortinbras, in quanto autorità e ordine che si ripristina dopo il «time out of joint» (il finale del primo atto in tutti i testi, anche se Q1 non ha quasi per niente la divisione in atti e la battuta quasi chiude la scena numerabile come 5), e occhiolino ai regnanti, a Elizabeth (se si crede, come sembra evidente, a una rappresentazione precedente al 1603, oppure agli Stuart: sarebbe lo stesso), alla sistemazione regale della «bloudy sight» del Q1 che diventa direttamente «quarry» nell’in folio e nel Q2: l’ordine, con Fortinbras, ritorna, e seppellisce in pompa magna Hamlet, benché non sia granché sicuro che questi avrebbe regnato bene se fosse sopravvissuto: uno spirito così tumultuoso soltanto forse («likely» in tutti i testi) sarebbe stato una buona autorità, quell’autorità che Fortinbras incarna, quasi invisibile per tutta la tragedia ma ben presente nei dialoghi, così bene come ideale che, alla fine, si manifesta a sopravanzare tutte le emozioni, le psicologie e le immanenti cattiverie che abbiamo appena visto…

che quindi questo film finisca con «the rest is silence» m’è sembrata una paraculata… [parliamoci chiaro, neanche io ho mai veramente creduto che Hamlet potesse mai finire con Fortinbras, e ho sempre considerato i suoi pezzi come roba di magazzino, di refill per quella replica o l’altra a seconda del numero degli attori coinvolti, che è rimasta nei testi letterari per questioni di ricopiatura o assemblaggio di parti scannate, ma che non veniva rappresentata: il dramma è che la sua presenza nel Q1 smentisce tutte le mie più ferree convinzioni – di tutta ‘sta roba abbiamo parlato non tanto tempo fa a proposito del Riccardo III di Latella]

così come paraculate didascaliche mi sono sembrate le figlie che anticipano le streghe di Macbeth e tutti i riferimenti testuali ovvi, soprattutto il «to be or not to be» sul molo del Tamigi in obrida e oleografica composizione diagonale…

come sempre, per il cinema, gli scrittori e gli autori (vedi anche quella pera cotta che era Primavera) non hanno immaginazione, non si inventano nulla, si limitano a registrare quello che vedono e che, semplicisticamente, conoscono intimamente: nient’altro…

e come sempre, il cinema (vedi anche La giovane in fiamme), usa il mito di Orfeo per parlare di se stesso, ammiccando anche allo stesso Horatio (che nei 1590s era una supersonica metafora di narratività): la scena è catarsi ed è elaborazione del lutto: senza la scena, il lutto non si elabora… senza la fiction, il realissimo lutto rimane lì a farti male… tutti i film, come Orfeo, cantano il dolore di ciò che non c’è più… e se quel dolore non ci fosse stato, il poeta non sarebbe esistito…

e vabbè…
per me è una coglionata (e può esistere solo se affrontata come fa Offenbach nel suo Hoffmann, implicando la follia e senza minimamente implicare una volontà del poeta di soffrire, come fa La giovane in fiamme), ma se uno ci crede che gli devo fare…

inoltre, dopo Sentimental value, è il secondo film di fila che vedo in cui è l’uomo che, emotivamente stitico nella realtà, allora si fa perdonare producendo finzione… e questo dovrebbe bastare a tutti… e soprattutto basta ai suoi congiunti, che invece di continuare a mandarli affanculo, si struggono al vedere la finzione fatta per loro, poiché, nonostante non l’abbiano avuto con loro quando contava, il fatto che l’uomo produca quella finzione, lo rende uno zucchero di uomo…

perché, a fare fiction per elaborare il lutto non sono le donne?
come succede nei ben più piazzati Emily di Frances O’Connor e Anatomie d’un chute di Justine Triet

il film un po’ era iniziato così…

all’inizio Jessie Buckley sembra una grande strega dei boschi, che fa le fatture, gli incantesimi e le formule magiche…
…e una come questa non crede che suo figlio sia riuscito a ingannare la morte sostituendosi alla sua gemella… boh… e la profezia dei due figli al capezzale? che fine fa? non la si evoca più?
…e una come questa, per elaborare il tutto, deve andare in una città, lontano dai suoi boschi e dalle sue erbette, in un teatro del cacchio (in cui il fantasma abbraccia perfino Hamlet, cosa che funziona per il film, ma che per Hamlet fa quasi acqua: annulla il fatto che il fantasma sia un’allucinazione [poiché, sapete, opera e biografia dell’autore coincidono solo in questi filmetti del cacchio]; quando Michael Almereyda fece abbracciare Ethan Hawke da Sam Shepard, in Hamlet 2000, tutti gridarono allo scandalo, oggi la stessa cosa fa vincere gli Oscar: è proprio vero che «Times they are a-changing» – sempre sullo stesso piano: fai un film in cui Shakespeare esprime il suo lutto scrivendo Hamlet, unendo opera ed esperienza, nella scemenza che opera e biografia possano coincidere, arrivando a far abbracciare Hamlet dal fantasma per far tornare questa unione, ma non ti premuri in nessun modo di “spiegare” così la componente più evidente dei drammi di Shakespeare, cioè che i cattivi sono sempre i fratelli/zii: in questo film non si vede nessun fratello/zio cattivo di Shakespeare, e ci si concentra sul suo crudele padre; anzi, Hamnet muore quasi più come fratello gemello di Judith che come figlio di Will e Agnes, ma questo fatto, nella sceneggiatura colabrodo, ovviamente, si perde; è un soufflé al cioccolato perfino il fratello di Agnes; e l’unica cattivella è la matrigna di Agnes, che però non è zia, né sorella, di nessuno; continuando con queste scemenze, sebbene molti esegeti abbiano notato la curiosa affinità del nome del figlio Hamnet con Hamlet, non è così probabile che Hamlet riguardi la morte del figlio visto che da almeno 10-15 anni circolava a Londra un Hamlet diverso da quello di Shakespeare, purtroppo non pervenutoci, e il cui successo Shakespeare forse voleva cavalcare) a vedere uno show con gli alberi finti invece di tornare ai suoi alberi veri, alle sue grotte e ai suoi falchi…
bah…

io non ci ho creduto

anche perché lo stile di Chloé Zhao, da me già più che detestata in Nomadland, fatto di riprese estatiche, spesso molto ferme, o di movimenti lenti lenti lenti, che dànno l’idea di uno sguardo da poster, da still photography più che da kinema (uso il termine come lo usava Franco La Polla), stil photography sempre pulitine, sempre oleografiche, sempre ostentatamente lussuose (in Toscana si direbbe in maniera pottaiona; vedi anche la costruzione obliqua del Tamigi che si diceva prima), non aiuta a dare né ritmo né coesione a una trama che si sfilaccia…

la stregheria dell’inizio si tramuta in strazio di lutto che prende per forza, tra bimbi morti, pianti e lacrime sbavose in primo piano (quelle cose alla Chris Columbus, alla Stepmom, o alla Life con Michael Keaton: quei film lacrimevoli perché parlano di roba lacrimevole appunto perché è fatta appositamente per farti piangere), e poi diventa il dramma quasi borghese (del tutto irrealistico per la fine del Cinquecento) del maschio che è a lavorare lontano e lascia la moglie a casa tra le ambasce emotive…

date le premesse, e conoscendo che Shakespeare a Stratford c’è morto (e lasciamo stare che Anne, Agnes solo nel testamento del padre, fosse, notoriamente, 8 anni più grande di Shakespeare), io avrei rovesciato le cose: l’avrei fatto vedere Hamlet in scena, ok, magari facendolo finire con Fortinbras, e poi avrei fatto elaborare il lutto nei boschi di Stratford, con Jessie Buckley a rivedere i falchi (nel film i falchi li rivede solo Mescal) [come succede con E.T. e Djimon Hounsou in un molto più commovente e riuscito film di elaborazione del tutto, cioè In America di Jim Sheridan, 2002: se guardi quello, altro che lacrime, e altro che «the rest is silence»]

magari far vedere Hamlet rappresentato a Stratford…

avrei messo al centro il bosco… e la riconciliazione con l’antro ctonio in mezzo all’albero, che viene dimenticato una volta che si è visto rappresentato con la quinta teatrale in cui Hamnet sparisce con l’ultimo sguardo (quello, a guardare la mamma, effettivamente molto carino): avrei voluto vedere la strega venire a patti con le sue magie e palesarle inconsce nei loro luoghi mentali (cioè davanti all’antro ctonio che, senza seguito, rimane fatto e messo lì senza ragione) [perfino Agnes stessa fa raccontare a Shakespeare una story per corteggiarla davanti all’antro ctonio, luogo di inconscio e quindi di storie, elaborazioni psicanalitiche di gangli interiori che formano la realtà e non si ispirano alla realtà; e quella story finiva proprio col paraculo «the rest is silence»; questo elemento finisce non sviluppatato]

invece, come è nel film, col lutto elaborato in città nel bosco finto, Zhao sembra dividere natura e cultura, il bosco e il teatro, con, al solito, la cavolata che la cultura si ispira alla natura, e che la cultura è alternativa alla natura

io li avrei tenuti uniti, come William Golding: bosco e teatro dovrebbero essere la stessa cosa…
sì la natura è crudele di dolori e fa morire i bimbi e solo con la cultura si riesce a elaborare il lutto, ok…
ma io, appunto con la cultura, avrei pacificato la natura, con il teatro che era il bosco, e non il bosco in scenografia del Globe…

Parlando poi con lei, il film messo così funziona se lo si prende con la strega che, vedendolo all’opera, capisce finalmente un marito mai compreso, nell’habitat scenico del marito… interpretazione che si allinea con quella di Sentimental value, senza, per fortuna, le implicazioni da daddy issue e da Sindrome di Stoccolma del film di Trier, ma con un linguaggio cinematografico molto più noioso…

però Jessie Buckley, nonostante abbia dichiarato di essere canara (anche se nel film c’è una fantastica scena con Judtih e un micetto), s’è meritata tutto quanto…

e il mio adorato Łukasz Żal garantisce un senso dell’immagine comunque maestoso, anche se rattrappito dal rachitico sguardo statico di Zhao… solo grazie a lui questo film evita le secche irritanti di Eggers, anche se non ha potuto nulla contro le oleografie ritrite che si diceva…

totalmente museali le scenografie di Fiona Crombie…
soporifero il montaggio della stessa Zhao e di Affonso Gonçalves…
carina la musica di Max Richter…
ottimi i costumi di Malgosia Turzanska…

7 pensieri riguardo “Hamnet

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  1. Secondo me la visione ottocentesca ha creato dei grandi mostri, piegando la cultura a tutti i livelli affinché servisse per scardinare l’ancient regime… Non gli se ne può fare una colpa, era senza dubbio giustificato visto il periodo, vista la reazione che affrontavano, adesso 200 anni dopo o quasi, è da smarcarsi da ‘sta roba.
    Però oh… c’è di peggio.

    1. Capisco benissimo, e io ho sempre detestato tutte le parti con Fortinbras… ma che siano nel Q1, che potrebbe attestare una effettiva rappresentazione coeva, è segno che Shakespeare ce le voleva… e la cosa mi riempie di rammarico…

      1. Anche i grandi sbagliano? :D
        Oppure anche i grandi devono fare lo spiegone e\o la chiusa? Non so.

      2. Io mi sono fatto l’idea che all’idea dell’ordine che ritorna Shakespeare ci credesse: molte volte c’è il “re buono” che riprende possesso del regno dopo la nefasta opra del re cattivo… funziona anche come link psicanalitico (la mente guarita) oltre che come convenzione che forse sussisteva prima del 1789…

      3. a livello psicanalitico, visti anche i tanti protagonisti che si scoprono principi, funziona come “pacificazione mentale”: torni/diventi re dopo le peripezie poiché la tua mente è “guarita”, è cresciuta, è completa, matura, insomma pronta a vivere davvero…
        per Shakespeare c’era il contingente che se non ingraziavi il regnante non lavoravi, ma è stato un genio tale che, secondo me, le sue risoluzioni funzionano anche a livello psicanalitico…

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