Disclosure Day

Ma sì, ma certo…

Il mio speciale su Spielberg, ovviamente dice tutto (ci potremo aggiungere anche un riflesso carpenteriano, e uno donneriano), perché Disclosure Day è un Bignami concentrato (e neanche tanto, visto che dura quasi 2h e 30′: che due coglioni!) sia della poetica di Spielberg, identica a 50 anni quasi esatti da Close Encounters, sia di quella del povero David Koepp, suo sodale almeno per 5 volte (che includono ben 2 delle puttanate più grandi mai fatte da Spielberg, cioè Lost World e Indiana Jones and the Kingdom of Crystal Skull)…

L’atarassia stilistica di Spielberg la si osserva da tanti anni…
…e i long take sono belli…
…e i colori stupendi…
…e la direzione degli attori sempre interessante…
…e le trame sono calibratissime…
…e va tutto bene al mondo…

ma dopo tutto questo tempo ci si chiede se il ribadire certe poesie abbia un valore o se sia tutto un rito oramai messale…

la religione, continuamente accostata al cinema e alla visione, in tutti i film (magari in quelli meno carini, tipo E.T.), è direttamente chiamata in causa in Disclosure Day, che sembra un ritornello, un ripasso, una ricapitolazione, del soggetto risaputo dello Spielberg più Spielberg di sempre…

è un film che è un ripiegamento, che sta a Spielberg come la Rondine sta a Puccini, o come l’ennesimo rifacimento di Simon Boccanegra sta a Verdi…
è un usato sicuro

  • la solita messa, con gli alieni che sono dio…
  • dio che è il cinema (con un paio di registi coinvolti, esattamente come nei Raiders: il “buono” e il “cattivo” [bianco e nero, come in quella ciofeca di Tenet], che costruiscono il solito un set, come sempre inequivocabile)…
  • il cinema che è la verità…
  • la visione che è la conoscenza (nella casetta di Hänsel e Gretel, cinema-dio-alieni si concentra sugli occhi, naturalmente)…
  • davanti al cinema (come, malamente, davanti all’uovo di masturbazione senile sbimbominkiosa di Ready Player One) tutti ammutoliscono, si redimono e pregano…

sì sì,
tutto splendido

a crederci

il trauma evocato da Emily Blunt poteva essere una violenza, che lei poteva comprendere col cinema-dio-alieni, ma invece il trauma sono gli stessi cinema-dio-alieni, insieme croce e delizia, dolore e sollievo, problema e soluzione, perché cinema-dio-alieni ti fa male ma insieme ti cura, ti manda il cancro e i terremoti ma nello stesso tempo ti blandisce con la speranza che dopo morti si sta tutti bene (o come la mafia, che ti butta le bombe e poi si presenta a dirti: «se ci paghi ti proteggiamo e le bombe non te le buttano più»; oppure come la destra italiana, quella che tiene gli immigrati senza documenti così spacciano così che lei possa dirti «votami, così metterò in galera tutti quegli spacciatori che io stessa ho coltivato!»)…

tutto nella stessa metaforona: cinema-dio-alieni sono tutto

mica per nulla dio è onnisciente (Emily Blunt sa tutto quanto, e lei e O’Connor sono scienza e umanità: le due sapienze che coesistono e creano tutta la “conoscenza” [vedi anche quella scemenza di Passengers]), onnipresente e altre stronzate…

i precog di Minority Report, avendoci dietro Philip Dick, finivano meno oranti

invece, in Disclosure Day la metaforona, estremamente ridondante e reiterata, in qualsiasi anfratto della trama e dei personaggi, è precipuamente una predica, con tanto di pretone, il solito E.T., lì a sussurrarti nell’orecchio l’indicibile verità che è la vita stessa, da vivere al di là dello schermo (dopo il «Listen» vuoto di un’omelia), a spuntare alla fine, nella ridicola speranza che, una volta palesatosi, il pretone riesca, davvero come la magia del cinema, a far cessare guerre, prevaricazioni e crudeltà…

se davvero tornasse krišto, il solito E.T. krišto di 40 anni fa (che, almeno, a differenza di Blunt, arrivava ad alleviare il vero trauma del divorzio e della solitudine), al telegiornale, a dire di essere benevolo e miracoloso invece che giudice apocalittico, allora le guerre smetterebbero?
perché s’è palesato E.T. con gli occhioni?

bah…

non c’è che da reagire come si reagisce alla messa o alla lettura di qualsiasi testo religioso: tutto bello, sicuro, se ci credi…

se non ci credi, o ti fracassi i coglioni…

…o ridi

la verità del secolo che E.T. ti sussurra all’orecchio potrebbe essere addirittura «Pisa merda»…
…o anche «se la merda fosse oro, a Venturina c’è il tesoro» [quanto è più radicale e veritiera la musichetta beffarda che Snake Plissken fa suonare «per vivere nella pace» in Escape from New York]

cosa rimane, dopo 50 anni, al di là delle crudeli risate e dell’edonismo art pour l’art dei long takes e del craft hollywoodiano?

rimane buon intrattenimento… magari del tutto consueto e prevedibile per chi conosce il regista, ma per altri può forse risultare perfino stimolante certe volte, benché sicuramente un po’ troppo lunghino…

e una metaforona di cinema-dio-alieni reiterata che, ribadita in 50 anni, arriva stanchissima: trita, ritrita, parodia di se stessa: così abusata e adoperata da essere ormai pateticamente sgualcita, smessa, logora…

la poetica di Spielberg, in Disclosure Day, è come la giacca di pelle di Indiana Jones: sfatta, usata: non ne può veramente più…

e attaccaricisi per comodità o nostalgia, bah, è davvero come andare a messa per abitudine

e un po’ quello è Disclosure Day: è l’abitudine di Spielberg…
una poetica che è diventata automatismo, ripetizione da pappagallo, melodia meccanica di carillon…

da poesia è diventata poesia ripetuta a memoria… ripeti e ripeti e ripeti, e dai e dai e dai, e le parole sono uguali tutte le volte, ma ormai il significato se n’è andato… è rimasto solo il rituale, la messa, l’abitudine…

esattamente come è stato per le opere di Verdi e Puccini, fate così tante volte nelle regie abitudinarie alla Zeffirelli da essere diventate, oggi, dopo 50 anni, perfino modello dei destrorsi, che si offendono a vederle in regie moderne che le riscoprono vitali, belluine e libertarie invece di rituali e usate

Disclosure Day è Spielberg che si autocelebra (stavolta, invece di When You Wish Upon a Star, in colonna sonora c’è One Day My Prince Will Come), come sempre, e che si reitera come un melodramma consolatorio (un melodramma che tradisce le sue primigenie spinte significanti), oltre che come una messa oppio dei popoli boccaloni…

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