Gillespie si conferma uno dei migliori per trattare ‘sta roba…
- sa dosare leggerezza e gravitas…
- sa baloccarsi felice con i long takes gioiosi e giocosi…
- sa usare una fantastica scenografia (di Neil Lamont, degna di altri tempi), colori imponenti (la fotografia è di Rob Hardy, che si conferma uno dei più bravi di questi tempi), una musicona grossona (di Claudia Sarne), e un’attrice che non strafa, senza neanche fare schifo…
Altri come lui, in ambienti simili, hanno sbracato, vedi Birds of Prey (che dobbiamo tenere presente, come vedremo)…
o, come lui, in ambiente Marvel, hanno fatto altrettanto bene ma in modo più anonimo (tipo Captain Marvel)…
Certo è che la cattiveria delle riprese di Gunn (di cui è comunque evidente la guida) non ce l’ha, e in passato ha dimostrato più inventiva (perfino in Cruella)…
Poiché è certo che questi film si possono anche fare benino, come fa Gillespie, ma sono operazioni che non quagliano mai…
Anche la gestione di Gunn mostra lo stesso fiato corto di tutti gli “universi”: dopo un primo reboot forse decente, capace di incuriosire, i capitoli successivi compattano il pattume dell’industria, come 100 anni fa…
il primo fa sentire una sorta di idea che sembra accendersi come un fiammifero nel buio, che immediatamente l’industria scambia per incendio…
con quel fuochetto, l’industria allestisce ponteggi e impalcature, pensando che l’idea, se c’era, può essere usata per portare acqua al mulino degli asset della multinazionale…
anche se portare l’acqua agli asset della multinazionale era già lo scopo dell’idea stessa!
Anche nel primo capitolo, sia chiaro, tutto era fatto per fare soldi, ma allora il marketing sembrava NON così entrante, e proprio per quello il fiammifero aveva brillato…
È come quella genialata di snack alla frutta, proposto da, che ne so, Nutella, apposta per variare l’offerta, che vende un sacco proprio perché NON è Nutella, e fa faville magari ad Halloween… e a Natale, Nutella lo ripropone orgogliosa dicendo: “stavolta il nostro grande snack alla frutta avrà una speciale copertura di Nutella!”
Ma che cacchio!
È ovvio che venderà di meno, poiché il generale degli interessi della multinazionale ha fagocitato il nuovo della frutta… anche se la frutta non era nuova per niente, si soffre a vederla rientrare nel business di famiglia…
E Supergirl fa rientrare tutti gli sgarbi che Gunn era riuscito a far vedere in DC, e li aveva fatti vedere apposta per racimolare un po’ di denaro nella martoriata DC: adesso, con Supergirl, la Warner riporta all’ovile ogni cosa, nell’alveo del business di famiglia…
E, nonostante Gillespie sia in grado di gestire meglio il visivo, la trama di Supergirl è il business di famiglia, cioè lo stesso lunapark inconscio di Birds of Prey!… con tocchi, perfino, di un “ritorno alle origini” della vecchia Elektra di Rob Bowman (di 21 anni fa)!…
- L’esigenza di trovare parenti e amici anche quando si è migranti, e il trovarli per meltin’ pot invece che per identità…
- La sublimazione della vendetta e del dolore nella continuità della vita…
- La lotta contro un inconscio maschio, stupratore e assassino…
Tutta roba che la Warner dice e ridice ogni volta ha un tema vagamente femminile da affrontare (o semplicemente un supereroe qualsiasi: trovare una “famiglia” nel meltin’ pot non era anche lo scopo di quella sciocchezza di Shazam?) e che, nonostante Gillespie sappia come divertire, fracassa comunque le palle del riscaldato…
Perché quei concetti ripetuti, nel modo Warner, non sono mai piatto forte, ma sempre contorno, servito in una trama di quest lunga e ripetitiva, strutturata in una serie di situazioni tutte uguali, inanellate nel prosieguo del viaggio, da riempire con gli animaletti strambi, con i personaggi strumentali (addirittura il redivivo Momoa: davvero malerba non muore mai), con i cattivi iperbolici e parossistici, con i flashback invadenti e matericamente spiattellatissimi, con i ninnoli fattuali (e vai lì e vai di là, per inseguire lì e arrivare là: il solito gioco dell’oca della sceneggiature di ferro del menga dei cinecomics) fatti e messi lì per compulsività, per puro pretesto per fare la scenetta di animazione, con gli stuntmen e i green screen acconciati per la coreografia dei cazzotti, che hanno la stessa motivazione diegetica di una cazzo di arietta graziosa di Mozart…
In quel cesso di Flash, s’era visto una Supergirl linkata al Red Son di Mark Millar (2003): atterrata in URSS e repressa per le torture subite, ottimamente incarnata da Sasha Calle… ed era un universo DC alla canna del gas, tenuto insieme molto male da Muschietti con lo sputo e la carta velina…
Qui, nel nuovo universo, che si dice ancora scintillate, di Gunn, c’è gente carina, brava nel non presentarsi conforme (già sto leggendo, in rete, della presunta “bruttezza” di Milly Alcock, da parte soprattutto di quei cazzo di fan di quella fasha dallo sguardo smorto di Sydney Sweeney), certamente uguale agli archetipi di 30 anni fa (la Sharon Stone di The Quick and the Dead, magari), e discreta (appunto come la Jennifer Garner di Elektra) nel fare da mentore…
…ma che picchia e sbraita esattamente come l’ormai rivista Margot Robbie di Birds of Prey…
e arriva là dove deve arrivare già alla prima battuta, a salvare il cane e a vivere assimilata all’American Life, nonostante abbia sofferto per essere migrante homeless…
forse, era meglio l’idea di Muschietti, nonostante tutto!
Gillespie evita di far sembrare tutto troppo un cartone animato (come invece aveva fatto Cathy Yan)…
…evita la sessualizzazione bimbosa e videogiocosa di Wonder Woman…
…ma sempre un logorissimo secondo capitolo ha tra le mani…
e, a parte una solida lucidità, non ci mette quei quid di cui è capace…
perciò la sua Supergirl finisce e già te la sei scordata…
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Per chi è cresciuto con 10 Things I Hate About You, vedere il povero Krumholtz in un ruolo drammatico (escludendo il Paul Sobriki di ER) è quasi impossibile…
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