È certo che, alla larga, si possono trovare alcuni precedenti: forse Who’s Afraid of Virginia Woolf? di Mike Nichols (e Haskell Wexler), del ’66… oppure, ancora di Nichols (con Giuseppe Rotunno), Carnal Knowledge (’71)… o Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi (con Tonino Delli Colli e Franco Arcalli), del ’69…
Ma Fassbinder va al di là per via della carica antifigurativa e antinarrativa del suo Kammerspiel, macchinosissimo e verbosissimo, e scintillante per la astratta e insieme rigorosa gestione della macchina da presa di Michael Ballhaus (il cui primo film hollywoodiano arriva solo 10 anni dopo, e il primo con Scorsese 13 anni dopo, ed è After Hours) che riscrive e riprogetta lo spazio di Kurt Raab (i costumi sono di Maja Lemcke) in infiniti movimenti estranianti, in colori sgargianti allucinati, in estenuanti piani sequenza lentissimi, che spesso producono immagini e sensi che contraddicono i dialoghi, in composizioni stralunate a simboleggiare la devianza dei personaggi e in cambi di fuoco pesanti e disperanti…
Una scrittura cinematografica densa e stancante che accompagna una trama densa e stancante, fatta sostanzialmente di quattro episodi (scanditi da quattro canzoni: In My Room dei Walker Brothers, Smoke Gets in Your Eyes dei Platters, «Un dì felice, eterea» dalla Traviata di Verdi cantata da Pavarotti diretto da Carlo Felice Cillario al Covent Garden di Londra il 23 marzo ’65, e The Great Pretenders dei Platters nella versione più “corale”; e anche da quattro diverse parrucche indossate dalla protagonista) in cui quella che apparentemente sembra una donna sicurissima di sé (Margit Carstensen), sedicente stilista ricccona, a Brema, schiavizza una sua serva (Irm Hermann), probabilmente la vera autrice dei suoi vestiti, e si vanta con un’amica (Katrin Schaake) di fregarsene di essere stata lasciata dal marito, finché la visione di un bel faccino (quello di Hanna Schygulla, che proprio Fassbinder ha immortalato negli anni migliori di bellezza e talento, anche se tra loro non sono mancate la polemiche per la probabile misoginia di Fassbinder e per la sua scarsa propensione, nelle sue spesso piccole produzioni, a pagare il minimo sindacale agli attori) la rincoglionisce d’amore e salamelecchi che il bel faccino ricambia fino a un certo punto… quando il bel faccino, dopo essersi fatta mantenere un po’ ed essersi avviata, grazie alla stilista, alla carriera di modella, torna dal marito, quasi aspettandosi un'”apertura” da parte di una stilista invece rivelatasi più che possessiva, la stilista dà di matto, tramortita di aver perso quello che per lei è stato un immaginato Amore supremo (benché sia evidente che col bel faccino abbia passato davvero solo pochissimi mesi), travolta da tutte le emozioni sentimentali che si era vantata di non aver provato col suo marito lasciato, e che aveva tacciato di assurdità alla sua amica invece romanticamente “possibilista”… distrutta da un dolore amoroso quasi ridicolo, e ormai alcolizzata, la stilista dichiara che nessun’altra relazione potrà soddisfarla, neanche quella con l’amica (che se ne risente non poco ma che forse è “del complotto” più di quanto sembri: è lei a presentare il bel faccino alla stilista ed è lei a entrare in scena con una bambolotta con le fattezze del bel faccino da regalare alla stilista), né quella con una madre che ritiene solo capace di chiederle soldi (che rimane quasi stupita che la figlia si sia innamorata di una ragazza!), e neppure quella con la giovane figlia (che finisce traumatizzata di venire considerata inutile dalla madre)… in tutto questo, la schiavetta, muta come un pesce, quasi sempre ai margini o sullo sfondo del frame, è rimasta lì a fare faccende e a obbedire a vari ordini, spesso algida esecutrice inespressiva e alcune volte in lacrime per le frasi dette dalla stilista… alla fine, il bel faccino telefona per fare gli auguri di compleanno alla stilista: la stilista finge una sanissima cordialità, senza dare in escandescenze né passare da sottona… ma, una volta riattaccato, palesa il suo aver bisogno di far sfociare il suo amore su chiunque non sia amicizia o famiglia, chiedendo alla schiavetta di vivere con lei da pari a pari, magari anche come dichiarate collaboratrici sul lavoro… la schiavetta, ovviamente masochista, capisce che i giorni di “felice maltrattamento” con la sua padrona-stilista sono finiti, e, al suono della corale Great Pretenders, fa le valigie e se ne va (si porta via perfino la bambolotta con le fattezze del bel faccino), abbandonando una stilista svuotata del suo senso autoimposto di donna fatta e indipendente…
Misogino nell’affermare che le donne indipendenti sono dei bluff?… boh…
Omofobo nel rappresentare le lesbiche come incostanti e opportuniste (il bel faccino) o come possessive sottone (la stilista)?… non saprei…
Certamente fulgido nel “decorare” il dramma dell’abbandono e dell’amore non corrisposto con un’inventiva cinematografica davvero senza confronti, con una macchina da presa che è oggettivissima ma anche travolgente nel partecipare al dramma quasi come personaggio a sé stante, nascosto anche se è in bella vista, come la schiavetta, pronto (come tutti gli altri personaggi, semplici riflessi di sé stessa per la stilista ma invece orgogliosamente autonomi: vedi i messaggi subliminali dell’amica o la sicurezza della madre, che consiglia molto bene la figlia sul darsi una rassettata senza effettivamente disprezzare, pur con le iniziali titubanze, l’amore perduto della stilista) a dire la sua, a contraddire l’ansia di controllo della stilista, a scovare storie tutte sue negli anfratti delle fregnacce raccontate dalla stilista, a rifugiarsi negli angoli dell’appartamento mentale della stilista, appartenente grande ed esplorato dalla macchina da presa ma proprio per questo alla fine rimpicciolito dai frame…
Un modo di legare, o proprio slegare, testo e visione, così da dover cercare il senso di entrambi, forse non coincidente, che probabilmente ha avuto solo Fassbinder…
Tante parole sono state spese per lo sfondo parietale dell’appartamento, cioè il Mida e Bacco di Nicolas Poussin (che è esposto all’Alte Pinakothek di Monaco, cosa prevedibile per il bavaresissimo Fassbinder) e lascio a chiunque voglia di documentarsi in merito…
Di recente su Youtube ho visto un video in cui si parlava del fumetto Sacro terrore di Frank Miller. Lo youtuber che lo recensiva faceva notare che i personaggi musulmani del fumetto erano tutti dei terroristi: ergo, se quel fumetto lo legge un americano che vive in un piccolo paese di provincia e non ha mai visto un musulmano in vita sua, si convincerà che siano tutti in quel modo, perché non ha mai avuto un esempio contrario (né dal vivo né sui media).
Analogamente, come hai detto tu, se in un film i personaggi gay sono tutti negativi quello è un modo sottile per fare propaganda omofoba. Ma è altrettanto stucchevole la propaganda di segno opposto, a causa della quale per essere politicamente corretti gli sceneggiatori inseriscono sempre e comunque un personaggio gay nelle loro storie (anche quando la sua omosessualità è ininfluente ai fini della trama), e naturalmente quel personaggio gay dev’essere positivo al massimo, altrimenti sai che polemica.
Forse il caso di propaganda gay più clamoroso che abbia mai visto è quello del film Marry Me – Sposami. In quel film Jennifer Lopez ha un’assistente lesbica, e ai fini della trama è inutile non solo l’omosessualità di quest’assistente, ma proprio il personaggio nel suo complesso: avrebbero potuto eliminarlo totalmente dalla sceneggiatura, e la storia non ne avrebbe sofferto neanche un po’. Ergo, è evidente che quel personaggio è stato creato con il solo e unico scopo di compiacere la comunità gay, come se ormai strizzarle l’occhio fosse diventata una regola non scritta di Hollywood e non farlo fosse diventato un peccato mortale, un po’ come non fare sacrifici agli dèi in epoca greco – romana.
Mi ricordo un vecchio film, appunto hollywoodiano, The Family Stone, del 2005… evidentemente, allora, il “manuale cencelli” della rappresentatività dell’industria prevedeva, forse “per forza”, personaggi diversamente abili e personaggi gay: dovevano essere inclusi nel film, evidentemente, obbligatoriamente…
e il film li include, solo che li “somma” in un unico personaggio!
Un tale, membro della “Family Stone” del titolo, è sia sulla sedia a rotelle sia gay…
è ovvio che può succedere nella realtà, come no (il grande Jeffrey Tate era sia omosessuale sia affetto da spina bifida), ma nel film c’erano scene lacrimevoli perché il tale andava in posti zeppi di barriere architettoniche e, subito dopo, scene in cui il tale veniva deriso perché gay…
La cosa, più che riflessione sulla discriminazione, a me ha fatto molto ridere…
Naturalmente, se al posto del “manuale cencelli” a imporre regole di rappresentatività ci fosse il divieto di mostrare gay e neri al cinema, totalmente, beh, allora non so se preferirei il nulla alle probabili, ma non certe, risate che il “manuale cencelli” può suscitare…
forse, basta usare il “manuale cencelli” in modi meno ridicoli e avremo film sia guardabili sia più aderenti a una realtà tutt’altro che priva di gay, neri, africani e asiatici (anche in Occidente e anche in epoche storiche insospettabili: dati i rapporti commerciali con la Tunisia, la Firenze dei Lorena, per esempio, era piena di africani e quindi “bandirli” per supposte ragioni storiche mi sembra idiota)
Quest’asiatica è di una bellezza sconvolgente: https://wwayne.wordpress.com/2025/04/06/non-ti-lascero-mai/