«Die bitteren Tränen der Petra von Kant» di Rainer Werner Fassbinder, 1972

È certo che, alla larga, si possono trovare alcuni precedenti: forse Who’s Afraid of Virginia Woolf? di Mike Nichols (e Haskell Wexler), del ’66… oppure, ancora di Nichols (con Giuseppe Rotunno), Carnal Knowledge (’71)… o Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi (con Tonino Delli Colli e Franco Arcalli), del ’69…

Ma Fassbinder va al di là per via della carica antifigurativa e antinarrativa del suo Kammerspiel, macchinosissimo e verbosissimo, e scintillante per la astratta e insieme rigorosa gestione della macchina da presa di Michael Ballhaus (il cui primo film hollywoodiano arriva solo 10 anni dopo, e il primo con Scorsese 13 anni dopo, ed è After Hours) che riscrive e riprogetta lo spazio di Kurt Raab (i costumi sono di Maja Lemcke) in infiniti movimenti estranianti, in colori sgargianti allucinati, in estenuanti piani sequenza lentissimi, che spesso producono immagini e sensi che contraddicono i dialoghi, in composizioni stralunate a simboleggiare la devianza dei personaggi e in cambi di fuoco pesanti e disperanti…

Una scrittura cinematografica densa e stancante che accompagna una trama densa e stancante, fatta sostanzialmente di quattro episodi (scanditi da quattro canzoni: In My Room dei Walker Brothers, Smoke Gets in Your Eyes dei Platters, «Un dì felice, eterea» dalla Traviata di Verdi cantata da Pavarotti diretto da Carlo Felice Cillario al Covent Garden di Londra il 23 marzo ’65, e The Great Pretenders dei Platters nella versione più “corale”; e anche da quattro diverse parrucche indossate dalla protagonista) in cui quella che apparentemente sembra una donna sicurissima di sé (Margit Carstensen), sedicente stilista ricccona, a Brema, schiavizza una sua serva (Irm Hermann), probabilmente la vera autrice dei suoi vestiti, e si vanta con un’amica (Katrin Schaake) di fregarsene di essere stata lasciata dal marito, finché la visione di un bel faccino (quello di Hanna Schygulla, che proprio Fassbinder ha immortalato negli anni migliori di bellezza e talento, anche se tra loro non sono mancate la polemiche per la probabile misoginia di Fassbinder e per la sua scarsa propensione, nelle sue spesso piccole produzioni, a pagare il minimo sindacale agli attori) la rincoglionisce d’amore e salamelecchi che il bel faccino ricambia fino a un certo punto… quando il bel faccino, dopo essersi fatta mantenere un po’ ed essersi avviata, grazie alla stilista, alla carriera di modella, torna dal marito, quasi aspettandosi un'”apertura” da parte di una stilista invece rivelatasi più che possessiva, la stilista dà di matto, tramortita di aver perso quello che per lei è stato un immaginato Amore supremo (benché sia evidente che col bel faccino abbia passato davvero solo pochissimi mesi), travolta da tutte le emozioni sentimentali che si era vantata di non aver provato col suo marito lasciato, e che aveva tacciato di assurdità alla sua amica invece romanticamente “possibilista”… distrutta da un dolore amoroso quasi ridicolo, e ormai alcolizzata, la stilista dichiara che nessun’altra relazione potrà soddisfarla, neanche quella con l’amica (che se ne risente non poco ma che forse è “del complotto” più di quanto sembri: è lei a presentare il bel faccino alla stilista ed è lei a entrare in scena con una bambolotta con le fattezze del bel faccino da regalare alla stilista), né quella con una madre che ritiene solo capace di chiederle soldi (che rimane quasi stupita che la figlia si sia innamorata di una ragazza!), e neppure quella con la giovane figlia (che finisce traumatizzata di venire considerata inutile dalla madre)… in tutto questo, la schiavetta, muta come un pesce, quasi sempre ai margini o sullo sfondo del frame, è rimasta lì a fare faccende e a obbedire a vari ordini, spesso algida esecutrice inespressiva e alcune volte in lacrime per le frasi dette dalla stilista… alla fine, il bel faccino telefona per fare gli auguri di compleanno alla stilista: la stilista finge una sanissima cordialità, senza dare in escandescenze né passare da sottona… ma, una volta riattaccato, palesa il suo aver bisogno di far sfociare il suo amore su chiunque non sia amicizia o famiglia, chiedendo alla schiavetta di vivere con lei da pari a pari, magari anche come dichiarate collaboratrici sul lavoro… la schiavetta, ovviamente masochista, capisce che i giorni di “felice maltrattamento” con la sua padrona-stilista sono finiti, e, al suono della corale Great Pretenders, fa le valigie e se ne va (si porta via perfino la bambolotta con le fattezze del bel faccino), abbandonando una stilista svuotata del suo senso autoimposto di donna fatta e indipendente…

Misogino nell’affermare che le donne indipendenti sono dei bluff?… boh…

Omofobo nel rappresentare le lesbiche come incostanti e opportuniste (il bel faccino) o come possessive sottone (la stilista)?… non saprei…

Certamente fulgido nel “decorare” il dramma dell’abbandono e dell’amore non corrisposto con un’inventiva cinematografica davvero senza confronti, con una macchina da presa che è oggettivissima ma anche travolgente nel partecipare al dramma quasi come personaggio a sé stante, nascosto anche se è in bella vista, come la schiavetta, pronto (come tutti gli altri personaggi, semplici riflessi di sé stessa per la stilista ma invece orgogliosamente autonomi: vedi i messaggi subliminali dell’amica o la sicurezza della madre, che consiglia molto bene la figlia sul darsi una rassettata senza effettivamente disprezzare, pur con le iniziali titubanze, l’amore perduto della stilista) a dire la sua, a contraddire l’ansia di controllo della stilista, a scovare storie tutte sue negli anfratti delle fregnacce raccontate dalla stilista, a rifugiarsi negli angoli dell’appartamento mentale della stilista, appartenente grande ed esplorato dalla macchina da presa ma proprio per questo alla fine rimpicciolito dai frame

Un modo di legare, o proprio slegare, testo e visione, così da dover cercare il senso di entrambi, forse non coincidente, che probabilmente ha avuto solo Fassbinder…

Tante parole sono state spese per lo sfondo parietale dell’appartamento, cioè il Mida e Bacco di Nicolas Poussin (che è esposto all’Alte Pinakothek di Monaco, cosa prevedibile per il bavaresissimo Fassbinder) e lascio a chiunque voglia di documentarsi in merito…

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