Il film è uscito a marzo ’75 in Francia e a dicembre ’75 in Italia, e ha partecipato agli Oscar del ’77 riferiti al ’76, quelli vinti e stravinti da Rocky (anche se qualcosa andò anche a Network)…
Nonostante una evidente voglia di apparire più cafonal di quanto non sia, cosa che aggiunge molte scene immotivatamente lunghe (per esempio l’intera esibizione di Concettina in teatro, una parte processuale ridondante, l’intera scena di sesso in manicomio, e un “rapporto” con la nazista un po’ troppo esagitato), Pasqualino Settebellezze centra ancora oggi, dopo 50 anni, il dramma del cavarsela a tutti i costi, e lo strazio dell’idea che la vita vale di per sé, anche se vissuta nelle peggiori nefandezze…
Tonino Delli Colli e Franco Fraticelli tagliano ferocissimi primi piani e shots di angoli e intenzioni diversissimi, dai piani lunghi e contrastati in stile western o gangster movie (l’incedere di Pasqualino tra le affollate strade e il suo primo tentativo di duello), al naturalismo maestoso (le primissime scene nella foresta), all’espressionismo più disperato (la luce del Lager, ricostruito da Enrico Job in una cartiera a Tivoli, è lontanissima dall’eleganza Art Nuveau di Alfio Contini e Liliana Cavani per Il portiere di notte, ’74), e la struttura dei flashback dà a tutto una affascinante, anche se volutamente malsana, atmosfera onirica, piena di andirivieni leitmotivici (il volto di Francesca Marciano, quasi come una sfinge, compare davvero come in un sogno), che si associa un po’ macchinosamente a una trama a tema, che forse avrebbe funzionato anche con un montaggio lineare…
Ma è appunto il saltare di palo in frasca, da un colore a un altro, da un’esagerazione a un’altra, a rendere incisivo il tema dal punto di vista filmico: un film senza regole, che va avanti a tutti costi, anche se è raffazzonamento eclettico di troppe emozioni e di troppi sogni, di troppi sguardi (molte volte Wertmüller inquadra un Giannini osservante, semplice segno di visione, e satura subito il suo sguardo con punti macchina variabilissimi, quasi iracondi, che forse coincidono con la follia confusa di Giannini ma potrebbero anche simboleggiare la frantumazione del mondo che egli sta vivendo e sta osservando appunto con rabbia), e di troppe storie che caracollano funamboliche, prive di raziocinio, spinte solo da una voglia di esistere, di sopravvivere a ogni costo…
Il film è come il personaggio, o come il mondo che il personaggio interpreta: un esistere che conferma i pregiudizi nazisti (la sadica kapò nel Lager dice apertamente che gli inferiori non avrebbero diritto di vivere secondo i suoi dettami, ma è consapevole che proprio perché sono attaccati all’esistenza, alla sopravvivenza e alla procreazione a ogni costo, quegli inferiori prospereranno, nonostante tutte le nefandezze che i nazisti potranno inventarsi per sterminarli) proprio quando incarna tutti i vitalismi contrari al nazismo: un vitalismo che partirebbe positivo ma che implica anche il negare la dignità della vita proprio mentre si rincorre la vita, perché rincorrere una vita senza la dignità è già nazismo, così come sregolare il cinema per accumulazione mentale, senza raziocinio, è fare un cinema a tutti i costi che nega quasi la dignità del cinema (vedi un proposito Spielberg II)…
Infatti Pasqualino è vivo e il film è finito, il vitalismo c’è stato e la sopravvivenza è garantita, ma sia Pasqualino sia il cinema hanno capito che non è valsa la pena, e che, se queste sono le regole o le non regole della sopravvivenza, allora era meglio non esserci: alla fine il cinema si rimpicciolisce a un semplice riflesso di una persona disillusa allo specchio…
Tutto il film è stato il suo narcisistico, ipertrofico quanto inutile impulso a vivere un’esistenza inutile?
E l’ansia di fare e disfare, per “vivere” e “raccontare” a tutti i costi, anche sfruttando, uccidendo, arraffando più che si può in un sistema crapulone falcidiato dalle follie omicide di narcisisti idioti che per la loro eternità moltiplicano lo sfruttamento e l’arraffamento di un nulla mentale che trasmettono a cascata dall’alto del comando al basso dei poveri mantenuti in guerra tra loro con la stessa illusione narcisistica, non è la tragedia dell’oggi? Oggi che si lavora e si guerreggia sfruttati sfruttando altri e si rimane alla fine della fiera con un pugno di mosche, da soli, noi e la nostra immagine di mente malata a guardarsi vergognosi allo specchio…?
Dopo 50 anni non scorre bene, ma forse graffia ancora…
lo ricordo molto bene, nonostante i tanti anni di distanza dalla sua visione. Non sono un fan della Wertmuller, ma credo questo film sia il suo migliore e meglio riuscito. Nonostante la distanza temporale dalla sua realizzazione, resta inoltre, almeno in parte (nelle similitudini, non più nei protagonisti), attuale e come dici giustamente tu graffiante.
Il titolo è memorabile, e anche l’interprete, però non ricordavo la trama. Devo recuperarlo.