Che discorsi, è ovvio che è un capolavoro…
Soprattutto la prima parte, La finestra, ti folgora…
Così tanta gente, che fluttua tra i periodi senza che si capisca quasi a chi siamo vicino, noi narratore esterno che però entriamo, come un fantasmino, dentro tutti quanti, in uno sguardo che vola, come un’ape, tra una mente e l’altra, tra un personaggio e l’altro, acchiappa a mille!
Tra quella tanta gente ci affezioniamo subito a chi ci somiglia, proviamo immediata repulsione per chi ci sta antipatico, e ci perdiamo quasi felici nell’andamento rapsodico dell’ape che vola tra un tizio e l’altro, tra i pensieri di uno e quelli dell’altro, tra le sinapsi di tizio e le arrovellate meningi di Caio…
Sappiamo che l’ape telepatica narratrice non potrà seguire davvero tutti e si sospetta che tanto dello sforzo che ben presto facciamo per starle dietro sarà completamente inutile, ma nella prima parte la cosa regge…
Le fisime di quello, l’ansia conformista dell’altro, le paturnie estetiche di una e le ansie amorose dell’altra magari ci divertono pure…
Vediamo che il perno di tutto è una supponentissima Mrs. Ramsay, e sono suoi i pensieri che maggiormente conosciamo… pensieri sulla solita roba: l’insopportabile voglia di mettere bocca e avere voce in capitolo sulla vita degli altri, l’essere sicura di migliorare col proprio tocco ogni cosa, e, uguale e contraria, la consapevolezza che per un conformismo verso una società che si disprezza ma in cui siamo immerse fino alle orecchie abbiamo sposato una persona che ci tarpa le ali, e adesso quella persona è tutto il nostro mondo (l’edizione Penguin curata da Stella McNichol nel 1992 trova una a mio avviso perfino esagerata linea ermeneutica basata sull’autobiografia e scova riferimenti alla vita di Woolf e dei suoi familiari in qualsiasi personaggio: e la condizione dei coniugi Ramsay ha ricordato alla lontana anche a me la condizione degli Woolf, senza, però, alcuna malattia mentale coinvolta)
Dalla seconda parte, Il tempo passa, il volo dell’ape segue solo il lutto per la morte di un sacco di gente nel trauma della Prima Guerra Mondiale e non solo, e la mancanza della defunta Mrs. Ramsay nei pochi superstiti, anche in quelli che in vita l’hanno sopportata poco, e in chi ha capito di averla sempre detestata solo dopo che è morta, è il piatto forte della terza parte, Il faro…
Parti seconda e terza che viaggiano meno folgoranti ed estremamente più stanche nel parlare di morte, fatto alternativamente accettato razionalmente e negato come ingiusto emotivamente: nel dire questo, il modernismo di Woolf si rivela un po’ pedante rispetto ai più consapevoli ottocenteschi alla Hugo o Tolstój…
La poetica delle piccole idiosincrasie quotidiane e sedicenti provvisorie, che invece creano ambienti malsani totalmente eterni, senza possibilità di uscita, e che la morte non risolve ma aggrava (dato che i sopravvissuti non correggono i loro atteggiamenti distruttivi o prevaricanti davanti al lutto, ma si limitano a maledire il destino per aver loro tolto un agente esterno che permetteva quegli atteggiamenti fabbricandosi provvisorio perno a quegli atteggiamenti) è più efficace, e la lettura di To the Lighthouse più che sul lutto fa riflettere su questo aspetto: su una serie di compromessi basati su una convivenza forzata ma efficace, su cui basiamo una vita di convenevoli e conformismo che continua, senza senso, anche quando quella convivenza non c’è più a causa della morte…
Il riflettere su quei compromessi mi ha fatto andare avanti, poiché la tematica del lutto delle ultime due parti mi ha gloriosanente annoiato, e parecchio…
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Io che adoro viaggiare tra tante traduzioni, e che mi dovevo misurare da anni con la versione di Anna Luisa Zazo di Mondadori (’94, vedi anche Bell Jar) mi sono trovato, miracolosamente, subito bene con il testo di Anna Nadotti per Einaudi (2014)…
Va bene, ok, ammetto di aver occhieggiato la versione di Giulia Celenza (per Treves, ’34, probabilmente la prima tradizione italiana: ancora oggi mantenuta da Garzanti) e l’ho trovata tronfia e paludata…
…e quella di Paola Artioli per gli affiliati Rusconi (2017): molto sintetica e leggibilissima, con pochi fronzoli e smaronate, e per questo, forse, meno aderente a certo asianismo quasi orgogliosamente presente in inglese (a cui Nadotti tenta assai bene di andare dietro)…
Dalla Penguin di McNichol apprendo che la filologia woolfiana è scoraggiante: l’autografo era solo una prima versione su cui preparare la stampa fatta in casa con suo marito, con una stampatrice molto incline ai caratteri penduli (con d che diventano p, per esempio): nelle bozze per la stampa, Woolf rivedeva a mille i romanzi, spesso trasformandoli assai rispetto all’autografo, e intervenendo a penna diversa con ulteriori cambiamenti, spesso fatti anche dopo che la stampa era non solo finita e già nei negozi, ma anche già mandata in America, dove un editor, in automatico, correggeva da solo tutte le d che riteneva essere diventate p… abbiamo quindi stampe idiografe che circolano con un testo di cui però sappiamo esserci “correzioni successive” nelle bozze di stampa, ma poi vediamo seconde e terze edizioni, ancora idiografe (ancora fatte in casa da Woolf in persona col marito), che non stampano le correzioni a penna nelle bozze, ma hanno altre soluzioni, e spesso manco correggono certe d diventate erroneamente p in America! Quindi, se non si sono accorte di questi errori americani, sono davvero seconde o terze edizioni più forti delle bozze corrette a penna (dato che “vengono dopo”, e ad autrice viva, sembrerebbe di sì, ma è davvero certo se contengono refusi marchiani)?
Un disastro che i filologi valutano in modo certosino, cercando di documentarsi su quanto delle seconde e terze edizioni sia da preferire alle facies a penna nelle bozze… e certe volte la prova documentale non si trova e sicché non c’è che da “andare a senso”, affidandosi a coerenze interne e a comparazioni tra i romanzi…
Bella fatica…
Bel post
Grazie!
ah è in più parti
e io che pensavo fosse solo la gita al faro rip
Ahaha, con tutte le indicazioni su dove mangiare! Solo ferme al 1927!
Come guida turistica è un po’ obsoleta! Ahaha