E anche questo, dopo 50 anni, picchia duro nella chiarezza dell’esposizione…
si dice lavorato en passant e in piccolo tra Martha ed Effi Briest (è noto che Fassbinder, tra le tante sue dipendenze, aveva anche quella per il lavoro), con una troupe piccola e con i soliti amici (anche Irm Hermann, che abbiamo già visto in Die bitteren Tränen der Petra von Kant; lo stesso Fassbinder fa una particina ed El Hedi ben Salem era allora un suo amante), Angst essen Seele auf (che mantiene l’errore della insicura parlata tedesca del protagonista, la frase corretta è «Angst isst die Seele auf») dimostra il dramma dell’immigrazione a Monaco dopo pochissimo tempo dalla strage palestinese alle Olimpiadi del 1972 (nella diegesi evocata come assai prossima: è giovane anche la fine del nazismo, con Hitler menzionato ancora quasi come quotidiano, in una Monaco piena delle tracce della sua permanenza), e con uno sguardo strano, spesso lontano dai personaggi, ma anche con improvvisi e avvolgenti piani sequenza quando è palese il sentimento (quando i due decidono di lasciarsi alle spalle i pregiudizi e di andare in vacanza: sono veri e propri abbracci filmici, di cui Fassbinder è stato un grande esperto), e con impervie riprese allo specchio (alla fotografia c’è Jürgen Jürges) negli angusti e claustrofobici spazi…
È il film che l’Italia non ha mai avuto il coraggio di fare e dopo tanto tempo è sconcertante vederlo attuale, quasi documentaristico, nel rendicontare alla perfezione tutte le nefandezze del razzismo…
Tenero e pungente…
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