«Das Boot» di Wolfgang Petersen, 1981

Petersen è tutto sommato famoso…

La sua scorta hollywoodiana fatta di Neverending Story (’84)1, Enemy Mine (’85), In the Line of Fire (’93), Air Force One (’97) e, soprattutto, Troy (’04), oggi di nuovo sulla cresta dell’onda per via di ridicole comparazioni col campione d’incassi odierno di Nolan, lo rendono quasi un “regista di casa”, super mainstream

quando è morto, nel 2022, a 81 anni, era naturalizzato americano e viveva a Los Angeles…

dopo i tanti soldi fatti con Air Force One, concretizzò Bicentennial Man, nel ’99, girato da Chris Columbus, il cui successo lo fece anche chiacchierare come probabile regista di Harry Potter (per cui fu assunto proprio Columbus, nel 2001) e di qualche Batman (nel 2003, durante i tentativi di rinverdire il personaggio dopo Batman & Robin e prima di Batman Begins)2
Nel 2004, Troy aveva quindi suggellato una carriera molto apprezzata dagli studios, ma il suo film successivo, Poseidon (’06, remake del classico di Ronald Neame e Irwin Allen del ’72), aveva fatto un flop talmente grosso da farlo stare fermo per 10 anni: per lavorare fu costretto a tornare a girare in Germania (anche se ancora sotto l’egida della statunitense Warner Bros., di cui è stato impiegato per pressoché tutta la sua permanenza americana)

Ma prima del Petersen hollywoodiano, successivo al 1984, c’era stato un lungo Petersen tedesco, che era partito dalla tv, addirittura nel 1965…

in Germania ne fa parecchietti di film televisivi, e anche di telefilm, in patria celeberrimi…

e nel 1981 trova i moltissimi soldi che gli ci vogliono per girare Das Boot, il suo primissimo vero film per il cinema (anche se con tanti denari ancora provenienti dalla tv), che diventa un suo orgoglio

essendo i soldi così tanti, la speranza di rifarli lo obbligò a diverse strategie distributive, come preparare immediatamente un doppiaggio in inglese (per fortuna, quasi tutti gli attori scelti, tedescofoni, sapevano anche recitare in inglese), e considerare forse star americane nel cast, cosa che alla fine non fu necessaria…

Petersen ha supervisionato personalmente diversi tagli di Das Boot:

  • quello per la sala cinematografica di circa 2h e 30′ esce nell”81 in Germania e nell”82 in USA, distribuito da Columbia…
  • siccome, si diceva, il denaro era delle emittenti tv, cioè della Westdeutscher Rundfunk e della Süddeutsche Rundfunk (che oggi manco c’è più), esse si garantirono un loro broadcast internazionale:
    nell”84 per la BBC, con suono tedesco sottotitolato in inglese…
    e nell”85 in Germania, a livello sì nazionale ma ancora all’«altezza» delle Westdeutscher e Süddeutscher…
    questa versione televisiva arriva a poco meno di 4h e mezzo e ha alcune varianti
    fu trasmessa in 3 parti diseguali, ma tutto sommato di 1h 40′ ciascuna, con però i previously tra una puntata e l’altra, che l’hanno allungata di parecchietto…
    previously che forse sono spariti nelle successive messe in onda (una avvenuta anche nel 1999)…
  • nell”87, Westdeutscher e Süddeutsche, dato il successo, riescono a gonfiare il broadcast di due anni prima a circa 5h e 15′, da dividere in 6 puntate da trasmettere a livello nazionale, non sui loro canali, ma sul canalone del conglomerato3
    è una versione che aggiunge, oltre ad altri previously, diversi commenti fuori campo del protagonista Werner…
  • nel 1998, dopo i soldi di Air Force One, Petersen riprende il suo vecchio Boot e lo monta in una versione di 3h e 30′ o giù di lì per il costoso DVD pieno di contenuti speciali…

Anche se è stato il DVD di 3h e 30′ a gratificarsi del titolo Director’s Cut, tutti i tagli sono stati fatti da Petersen e soprattutto quello televisivo, nelle sue varie incarnazioni, ha avuto una sua importante circolazione:

  • nel 2004 esce in DVD quello che, sostanzialmente, è un ibrido tra il taglio dell”84-’85 e quello dell”87, senza previously ma con la voce fuori campo di Werner: circa 4h 45’…
  • nel 2014 esce in Bluray quello che è sostanzialmente il taglio dell”87 con tutto quanto: 6 puntate con i previously e la voce fuori campo: 5h e 15′ e spicci…

Dopo tanti anni di visioni televisive (e neanche tante: su Raitre?), e dopo quasi 35 anni che non lo vedevo, mi sono azzardato a guardare il Director’s Cut di 3h e 30′ per giungere alla conclusione che dirlo interminabile, ridondante e noiosissimo è doveroso, ma, altresì, non sottolineare che è girato con una maestria ipnotica è criminale…

I tecnici (che saranno quelli della Neverending Story: Jost Vacano alla fotografia e Rolf Zehetbauer alle scenografie) fanno miracoli:
Il sottomarino è una mirabolanza di set diversissimi ma contigui, tra cui la macchina da presa, non si sa come, scivola via nelle anguste aperture, tra le tubature, tra le paratie, in mezzo ai portelloni, impallandosi e insieme liberandosi dei corpi degli attori, con speciali macchine leggere4 che fluiscono via mostrando dozzine di lampadine spesso pluricromate, lampadari che sballonzolano creando ombre e baluginii, molto spesso svaporati per i fumi o riverberati per l’acqua…
un muoversi della macchina che passa attraverso spazi zeppi di particolari costruttivi, di materiali e arredamenti, tutti significanti e tutti certosinamente composti, rendendo perfettamente la concitazione, la suspence e l’angoscia…
a fare da controcanto al movimento ci sono anche lunghissime porzioni degli angosciati primi piani degli attori, sì effettuati con macchina fissa, ma più spesso con micro-azioni circolari, oppure con mirabolanti cambi di fuoco, con frame composti in maniera pittorica e precisa (con, per esempio, diversi volti nel medesimo shot), oppure con diversi piani focali…

Una leccornia della macchina da presa che ancora oggi desta meraviglia (diversi set sono esposti al museo della Bavaria Film vicino a München)…

Il drammone è che, in 3h 30′ e rotti, tanta maestria serve molto spesso a mostrarci scene identiche, con uno schema classico ciclico: noia –> azione –> danni subiti –> terrore di non farcela –> riparazioni –> felicità di avercela fatta –> da capo…

Inutile soffermarsi su quella che è la prima di una lunga serie di controversie che Petersen avrà con le fonti dei suoi film5, basti dire che lo scrittore Lothar-Günther Buchheim si lamentò nel vedere del tutto tagliati i dettagli sulla vita quotidiana nel sottomarino (e vorrei anche vedere) ed ebbe da ridire sul non rispettare la prospettiva del protagonista Werner (cosa che Petersen ha cercato di emendare nei tagli televisivi) in favore di un’ottica molto più ancorata al comandante (il Kaleun [calóin])…6

Molto più dirimente è cercare di capire l’intento della storia che Petersen ha tratto da Buchheim, un intento che forse sfugge…

Alla festa nel bordello di La Rochelle, all’inizio, sembra che nessun soldato sia un fervente nazionalsocialista, e Thomsen racconta perfino una sorta di barzelletta su Hitler…
le diatribe tra il Kaleun e il primo ufficiale iper-hitleriano, annunciate come piatto forte del film, non avranno alcun seguito…
quando lo vediamo per la prima volta in azione, il nostro innominato Kaleun non sembra prenderci così tanto: insiste per cercare di silurare un Destroyer britannico in condizioni marittime non ideali e finisce per farsi vedere dal Destroyer che per puro miracolo non lo individua del tutto dopo l’immersione…
poi però è l’apertamente antinazista Kaleun a riflettere sull’essere così vicino all’unità di Thomsen: la posizione, durante le tempeste, è difficile da determinare e a Berlino non sembrano capirci nulla: contro quella che sembra un’armata nemica enorme, il Terzo Reich manda pochi sommergibili e tutti nella stessa zona: assurdo…
Al centro della trama c’è l’unico attacco del Boot che va a segno: alla vista di un convoglio britannico spara e affonda due navi, ma l’immancabile Destroyer in difesa del convoglio risponde al fuoco e fa finire il Boot bello profondo, tanto profondo da resistere poco alla pressione…
a questo punto Johann, interpretato dal grande Erwin Leder, non ancora maschera incubica per l’Angst di Gerald Kargl (’83), fa la sua scena madre di spaventarsi e dare di matto…
neanche stavolta il Destroyer finisce il Boot (forse perché si mette a inseguire la vicina unità di Thomsen?) e, dopo le riparazioni, il Boot torna in superficie proprio in mezzo ai rottami delle navi britanniche che ha affondato…
qui, il Kaleun si rifiuta di soccorrere i superstiti, in una scena molto particolare: tutti sono increduli che le navi britanniche non siano ancora state soccorse, e la vista di naufraghi fa quasi trasalire l’equipaggio: il non prenderli a bordo è motivo di trauma per il Kaleun: è ovvio che il Boot non aveva la funzione di fare prigionieri, ma c’era un ordine preciso in merito?
il povero Johann, rimessosi, fa un’altra scena madre di pentimento mentre il Kaleun decide di tornare a La Rochelle e rifornirsi: là ha già deciso di far sbarcare il suo macchinista con la moglie malata e il corrispondente giornalistico Werner…
Ma da Berlino arrivano ordini diversi: di non rifornirsi a La Rochelle ma di fare tappa intermedia a Vigo, in Galizia, nel cui porto Francisco Franco mantiene una guarnigione nazista, il cui lusso, in tempo di guerra, sconcerta perfino il primo ufficiale iper-hitleriano, e poi superare lo Stretto di Gibilterra e attraccare a La Spezia per le definitive riparazioni…
Lo Stretto di Gibilterra?
Che il comando nazista dica apertamente a una sua unità navale di attraversare il pezzo di mare più attentamente difeso dai britannici è segno che qualcosa puzza: o davvero, come dice il Kaleun, Hitler non ha idea di come si conduce la guerra in mare, oppure il disfattismo del Kaleun, oltre che la sua inefficacia (noi vediamo che è riuscito ad affondare solo due navi nemiche, e nel farlo non ci ha tirato le cuoia per miracolo), è ben conosciuta a Berlino e quindi lo condannano, nizzole a nazzole, alla morte ordinandogli di passare una Gibilterra blindata…
Fatto sta che Berlino nega anche lo sbarco al macchinista e a Werner: condannati a morte anche loro?
Naturalmente a Gibilterra, il Boot viene crivellato e affonda affonda affonda tantissimo, salvato solo da un banco di sabbia che allontana l’implosione ma non può nulla in quanto a ossigeno che finisce e ad acqua imbarcata…
dopo tante scene di riparazione, il Boot riprende il viaggio, stavolta verso La Rochelle… che appena sbuchi dal mare non venga di nuovo crivellato dagli inglesi a Gibilterra è miracolo: anche stavolta gli inglesi puntano un altro Boot, ancora quello di Thomsen?
Altro miracolo è che un’unità destinata a La Spezia entri indisturbata a La Rochelle dove nessuno l’aspettava…
A livello di un film quasi arrivato alla fine è poco male perché a La Rochelle la RAF sferza un attaccone dei suoi e fa fuori tutti…
Werner vede morire praticamente tutti quanti, e osserva il Kaleun, disperato, guardare il suo Boot, sopravvissuto a tante botte dei Destroyer, affondare nella darsena, e solo dopo aver constatato la “morte del Boot” si lascia morire pure lui, lasciando Werner da solo, come Horatio nell’Amleto, a piangere delle conseguenze della guerra…

Una trama del genere, rivista oggi, quanto comunica?

l’umanizzazione dei nazisti7 non perviene granché, anzi, il pericolo di rappresentare un equipaggio perfino anti-militarista, senza nessun fanatico né nessun accenno razziale neanche per sbaglio, contribuisce a lasciare altri punti interrogativi…

il messaggio è che il Terzo Reich era fatto di tante brave persone che hanno subito le scriteriate, e fatalissime (il massacro finale è sanguinosissimo), decisioni di un folle al comando che preferisce condannare a morte i propri soldati “non inquadrati” mentre sottovaluta le forze nemiche?

è probabile

è una narrazione nutriente?

bah…

noi stessi ci prendiamo in giro di un Mussolini che ci ha portato alla guerra e ci ha imposto di deportare amici e parenti ebrei senza che noi lo volessimo, perpetuando l’idea che gli italiani erano tutti bravi tranne due o tre, guarda caso al comando, che hanno forzato altri, col manganello, a fare male…

in Italia c’è anche tanta dietrologia secondo cui le leggi razziali non entrarono mai in vigore se non dopo il 25 luglio ’43, quando Hitler mantenne Mussolini come un fantoccio a Salò, e chi dice questo si trincera dietro la data della liquidazione del ghetto di Roma, effettivamente avvenuta a ottobre ’438: e questo nonostante la mole delle evidenze documentali che provano il contrario (vedi soltanto il saccheggio delle Sinagoghe di Ferrara e Trieste, a settembre del ’41 e a luglio del ’42)…

Das Boot illustra, a una Germania ansiosa di redimersi e a un pubblico internazionale molto felice di “fare pace coi tedeschi” tra Guerra Fredda, DDR (con annessa Rote Armee Fraktion), e vissuta Operazione Paperclip, i classici “nazisti dal cuore d’oro”, membri di uno stato (i.e. la Germania, da scindere dal Terzo Reich) non tutto da buttare, che hanno obbedito agli ordini sbagliati spesso ben sapendo che erano sbagliati, ma non ci hanno potuto fare niente se non morire, sotto le bombe degli Alleati, come tutti quelli che ebbero la disgrazia di vivere nel Terzo Reich…? un Terzo Reich che ha apparecchiato la morte anche dei pochi eroi militari che avrebbe potuto avere…?

Noi altri, nel ’91, con il Mediterraneo di Salvatores, abbiamo tentato di dire cose simili?
ci siamo riusciti meglio perché abbiamo scelto di parlarne “con fantasia”, senza azioni militari, anche se con la stessa dose di mito degli “italiani brava gente”?

non lo so…

di certo Mediterraneo non ha un’anticchia del cinema che ha Das Boot, da cui esco tramortito per l’eccessiva durata e per la stancante ripetitività, ma incantato per la strabiliante tecnica, e, in verità, non così dubbioso per le domande che mi ha suscitato, poiché, in ogni caso, ancora oggi, dimostrare una volta per tutte che l’ultimo atto di qualsiasi guerra di qualsiasi tipo di esercito (esercito “buono”, esercito “cattivo”, fatto di militari integerrimi, militari consapevoli, militari fanatici, militari critici e quant’altro) è quello di finire tutti quanti morti ammazzati (dall’aereo o dal drone, sul molo come nel deserto o nel quartiere o nel bosco) non mi sembra una brutta missione… anche se dura 3h e mezzo!

menzione d’onore per la musica di Klaus Doldinger: il tema ascensionale prende a mille ogni volta!

E geniale l’idea di dare al mare una sporchissima luce verde invece del puro bluastro che, in futuro, gli daranno gli americani in film simili…

NOTE:

  1. Ancora formalmente tedesco, ma, si dice, girato in inglese… ↩︎
  2. Vedi anche Burton IV e Burton V↩︎
  3. È impossibile fare un raffronto tra il sistema televisivo tedesco e quello degli altri paesi: per capirsi, le 6 puntate dell”87 non andarono in onda sul canale 4, che comunque era visto tanto dai tedeschi (poiché anche se era gestito dalla tv di un singolo Land lo si vedeva lo stesso in tutta la Germania: e ricordiamoci che stiamo parlando, dato il periodo, della sola Germania Ovest), ma andò direttamente sul primo canale in prima serata, che è in ogni caso più visto del canale 4… ↩︎
  4. Apprendo dalla Wikipedia tedesca che Vacano ha girato senza steadicam, inutile dati gli spazi angusti, ma su una macchina montata su un smilzo giroscopio… ↩︎
  5. Quella contro Michael Ende, autore del romanzo, per Neverending Story è famosissima, e, si sa, in quel caso, Ende aveva tutte le ragioni… ↩︎
  6. Il film è parlato in molti dialetti tedescofoni, non solo di Germania… ↩︎
  7. Tra le macchiette c’è quello che fa il tifo per lo Schalke 04; il testimone di Geova che prega invece di contribuire alle riparazioni; quello che ha la fidanzatina francese incinta, alla quale dovrà tornare al più presto, prima che la Résistance le dimostri con le cattive le conseguenze del collaborazionismo… ↩︎
  8. Vengono anche usate, a sproposito, constatazioni storiche contenute nella Banalità del male di Hannah Arendt (’63), secondo cui, effettivamente, gli italiani non interiorizzarono mai le leggi razziali, tanto che l’Italia fu una delle nazioni che più “salvò”, con nascondigli e aiuti alla fuga, gli ebrei dalla deportazione… ↩︎

2 pensieri riguardo “«Das Boot» di Wolfgang Petersen, 1981

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  1. non sapevo che dopo Poseidon fosse stato lasciato a terra… anche se, con la conoscenza che ho oggi, era presumibile
    peccato, perke è un bel filmetto che sa angosciare

    pure Troy ha i suoi bei momenti

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