Completamente spaesato nel Macbeth del 2025, ma in partissima nella Norma del 2024, Fabrizio Maria Carminati torna allo Sferisterio di Macerata per il terzo anno di fila con Nabucco…
Rispetto ai deturpanti tagli proposti dall’orrido spettacolo di Stefano Poda all’Arena di Verona (la cui creation del 2025 era diretta da Pinchas Steinberg a favore di RAI, con telecamere guidate da Fabrizio Guttuso Alaimo), Carminati regala al pubblico dello Sferisterio un Nabucco con tutti i ritornelli e tutte le seconde strofe delle arie, a cui infonde un tono interpretativo da grande analisi della partitura, coadiuvato da una, allo Sferisterio sempre molto volenterosa, orchestra, che lo segue a mille…
In un impianto tutto sommato rapido e barricadero, come si conviene a un’opera così compatta di ritmi marcianti e di ottoni, Carminati ha saputo quando rallentare il passo, sia per ragioni di grandiosità scenografica sia per entrare nelle falde introspettive dei personaggi, alle quali Verdi dedica molta precisissima attenzione nelle arie solistiche così come nei concertati…
È venuto fuori un Nabucco pieno di sfaccettature e di intenzioni, non così maestoso né monumentale, ma vario, caleidoscopico di motivazioni, cangiante di sfumature, prontissimo, quando serviva, a livello di smalto virtuosistico nell’accompagnamento dei cantanti, e, soprattutto, sicurissimo nell’andamento diegetico…
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La regia di Paul-Émile Fourny non brillava per varietà “attorica”, né per invenzione, e si è limitata a una lussuosa illustrazione, anche se ce l’ha fatta a essere meno innocente di quanto avrebbe potuto…
Fourny non si è limitato a organizzare smorti fondali dipinti, ma ha costruito elementi scenici mobili, sì assai limitati alla funzione di décors ma in ogni caso azzeccati per tono iconografico (la classica porta di Ishtar, i classici muraglioni e il classico deserto), e suggestione luministica (spesso ispiravano molti giochi di ombre quando illuminati di taglio): si muovevano in modo elegante e tutto sommato efficace, e si rivelavano ottimi perni quasi praticabili per la più che buona gestione “figurativa” del coro e dei figuranti, organizzati appunto attorno agli elementi mobili con ottimo estro spazialistico e bellissima organizzazione gestico-scenografica…
le proiezioni erano “di servizio” ma ce l’hanno fatta a significare qualcosa, non solo nell’ovvio fulmine, ma anche nell’incendio del finale I e nell’introspezione “stellata” del terzo atto e dell’ultima aria di Nabucco…
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Alberto Comes (Zaccaria) era corretto, ci credeva tantissimo e sfoggiava grande precisione: in qualche modo però è “arrivato meno” rispetto a quanto poteva: forse per via di una emissione un po’ mangiata dallo Sferisterio…
Alessandro Scotto di Luzio (Ismaele), alle prese con un ruolo un po’ ingrato (con l’esattezza psicologica di una figurina) squillava bene ma non è andato al di là del ruolo sguaiatino del tenorino comprimario…
Laura Verrecchia (Fenena) ha trovato, con Fourny, un modo non male di gratificare la sua ugualmente (come Ismaele) informe immagine del mezzo classico: i suoi movimenti innamorati, anche quasi infantili (vedi il funamboleggiare sulle dune), poi improvvisamente responsabili (il prendere la corona e il martirizzarsi per fede), erano stranamente efficaci, il suo timbro esaltante e il suo estro canoro sommo… forse le avrebbe giovato un po’ più di sicurezza e di morso emotivo, ma, tutto sommato, ha fatto una eccellente performance…
Ariunbaatar Ganbaatar (Nabucco) era possente di suono e intenzioni, attoricamente strepitoso (gratificato dagli impareggiabili rallentando diegetici di Carminati), e con un timbro caldo e coinvolgente…
Anastasia Bartoli (Abigaille) è stata uno dei soprani più folgoranti che abbia mai sentito dal vivo…
aveva un’estensione vocale scoraggiante, risolta con un’agilità da lasciare a bocca aperta;
era sicura di una capacità canoro-recitativa impareggiabile, estrosa, scintillante di acute e travolgente di basse, cristallina per emissione e formidabile per musicalità;
ha padroneggiato il personaggio (che però è molto più facile degli altri) con una verve magnetica, avviluppante, felicissima per virtuosismo fantasioso (gli acuti quasi improvvisati del «trono aurato»), e densissima per scavo attorico e musicale, con tutte le note immesse in una interpretazione analitica (assai adiuvata da Carminati) arrembante e veleggiante senza sconforto alcuno tra le dichiarazioni amorose, le violenze psicologiche, le perorazioni barricadere guerresche e i tormenti del rimpianto…
un portento!
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