Dato il soffocamento dal lavoro, lo strazio della semplice esistenza, e date le pesantezze di lettura (gli ultimi numeri di Libri 2025), ritrovare la strada per i libri non è stato facile…
sono ripartito dalle graphic novels, e poi dal teatro (qui c’è traccia solo di Rosmersholm, ma vedrete i dettagli a dicembre in Libri 2026)…
ho tentato di affrontare Il conte di Montecristo ma non c’è stato verso (però potrei avere raccolto materiali per una lista di impressioni sulle traduzioni che ho sfoglicchiato)…
alla fine mi sono affidato ai reel di Instagram, come un deficiente qualsiasi…
e mi sono lasciato “consigliare” dai numerosi videíni con i capolavori in meno di 100 pagine…
non è andata benissimo neanche in quel versante: la maggioranza dei minuscoli Adelphi (soprattutto di Stefan Zweig) consigliati non ce l’ha fatta ad acchiapparmi tanto, ma a incuriosirmi sì (forse vedrete qualcosa in Libri 2026)
e, a parte gli Adelphi, molte volte appariva Uomini e topi come panacea dei lettori stanchi:
solo 6 capitoli, meno di 2h standard di lettura…
l’ideale
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e ok
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mi sono imbattuto nella classica, primissima, e per moltissimi anni unica, traduzione autorizzata:
quella di Cesare Pavese per Valentino Bompiani del 1938…
e devo confessare che iniziare da Pavese è stato un errore…
parliamoci chiaro:
non ho intenzione, come mio solito, di entrare nel dettaglio, e per gli interessati rimando alla ottima comparazione traduttiva di Flavio Santi su Treccani…
…mi limito a dire che lo sfoggio di aulici termini poetici per la primissima descrizione della radura dei fattacci mi ha molto tramortito…
…allora sono passato alla seconda traduzione disponibile in italiano, credo l’unica ancora “autorizzata” (Steinbeck è morto nel 1968: mi risulta che solo nel 2038 dovrebbe sopraggiungere la scadenza dei diritti), sempre per Bompiani, condotta da Michele Mari nel 2016…
è andata meglio…
…benché anche Mari sia affetto da parecchi termini di doppiaggese…
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non starò qui a disquisire su un libro che è celebrato, studiato e interpretato in tutte le maniere…
mi limiterò a dire, forse un po’ rispondendo a tutti i book influecers che lo includono nei loro reel, che non è leggero per niente…
i fiumi di dettagli sono impetuosi…
i personaggi, anche se, tutto sommato, abbozzati e archetipici dell’epica “americana” della Depressione, recano con sé infiniti sottotesti, immagini e particolari… tutti seguiti dalla scarna ma evocativa penna di Steinbeck, ben contento di soffermarsi sulle atmosfere, le minuzie e le pinzillacchere di ogni essere vivente che guarda…
la storia, a metà tra eterno ritorno ineludibile e nichilismo patito, è effettivamente folgorante…
…ma lo risulta molto di più se è contestualizzata alla prima uscita, nel 1937…
un po’ come si diceva per Harlan Ellison, leggere Uomini e topi nel 2026 è imbattersi in un antigrafo gigantesco, succhiato e sfruttato da tutti quanti…
Davanti a tali capolavori si riconosce, certamente, il pregio e il valore, ma è possibile vederci anche solo una scintilla di un fuoco che, per anagrafe o caso, hai già apprezzato, risultando nel contrario delle cose che si dicono in Soul o in The Substance: conosci così tanto i postumi (da George Stevens ai Coen, solo per rimanere alla fortuna cinematografica) da essere sicuramente gratificato dalla conoscenza della loro fonte, ma finisce che quella fonte, in un certo senso, la conosci già…
Steinbeck, ovviamente, fa pesare tutta la sua poesia nel discorso, nel modo in cui ci racconta: evita tutti gli aforismi inutili, rimane nel basso livello oculare dei personaggi, ma imbastisce da grande maestro piccolissime cellule di sguardo, anche concettuale… il personaggio di colore è introdotto con una carrellata pointilliste tutta per lui, che non tace della segregazione, e, famose ed evocative, impreviste, improvvise e speciali si dimostrano le considerazioni sul tempo che passa, subito dopo l’involontario ma efferato (e quasi previsto) delitto, a sancire la continuità indifferente dell’esistenza davanti alle minuzie, crudeli e ontologicamente distruttive, degli esseri viventi tutti (gli umani e le bisce acquatiche divorate dagli uccelli): con pochissime parole, trancianti e cadenti come dal nulla di una narrazione troppo oggettiva e troppo attratta dal superfluo di ciò che vede, Steinbeck illustra la sua filosofia del niente, la sua convinzione che tutto continua nell’inutile e nella ripetizione ossessiva e violenta dei meccanismi chimici e psicologici della morte e della coazione compulsiva del carattere (idiota, scemo, collerico, sessualizzato che sia), innato, sempiterno, e mai modificabile, di un uomo come di una donna o di una biscia…
Questi lampi di speculazione filosofica (simile all’esopica favola della rana e del serpente), minuscoli, si stagliano, però, in quella che è una valanga di epos contadino americano, che, purtroppo, dicevo, in qualche modo “conosci già” (una valanga che ti ha già travolto più volte negli emuli, anche straordinari, del romanzo), e che Steinbeck ti presenta, apposta per seguire la sua idea giusta di inutilità, compiacendosi di casellare, quasi in bozzetto raffinato, tutto quanto…
I 6 capitoli, quindi, ti scorrono lenti, come a un pucciniano risultano, sicuramente a torto, macchinosi diversi snodi di Verdi o Mozart, pur nella consapevolezza che senza Verdi o Mozart non sarebbe sussistito alcun Puccini…
Leggere Uomini e topi è quindi stato per me molto curioso: da una parte ero al cospetto di un sicuro capolavoro che percepivo, ma dall’altro, il senso di déjà vu per la mia conoscenza degli emuli non me l’hanno fatto scorrere bene… forse farà lo stesso effetto, in tanti giovinastri odierni, vedere L’anno scorso a Marienbad dopo essersi entusiasmati per Inception… o vedere il Ben-Hur di Niblo dopo aver visto quello di Wyler…
Ma so di stare bestemmiando…
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Per fare altri esempi, dello stesso Rosmersholm sono stato felice di “controllare” le derivazioni senza alcun senso di rivisto…
e, di recente (purtroppo senza parlarne) ho visto un film come They Shoot Horses, Don’t They? di Sydney Pollack (’69), come il romanzo di Steinbeck modello di altri film simili che avevo già visto (perfino degli Hunger Games), ma il film mi è risultato più “pulito” rispetto al déjà vu che ho avuto per Steinbeck: segno di una odiosa idiosincrasia? Spero proprio di no, perché sull’eterno ritorno dell’uguale inutile sono d’accordo con lui eccome!
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