Ceretta e Careddu con Rubini, Ibert e Brahms al Teatro Verdi

Se un programma simile (la prima mondiale di una commissione, un concerto tra i più siderali dell’intera musica cólta occidentale con una solista al top della carriera, e un classico dei classici) lo avesse presentato, che so, la Elbphilharmonie di Amburgo, la notizia avrebbe rimbalzato in tutti canali cartacei, web e social del mondo per diversi mesi, con prodotti dischi, streaming, video, DVD e stories con milioni di visualizzazioni e vendite…

…ma questo programma lo presenta l’Orchestra della Toscana…

sicché la cosa è rimasta a Firenze (anche se il concerto è stato catturato dai microfoni)

tale programma era la commissione, cioè Ad Lucem di Matteo Rubini…
il concerto, cioè il Concerto per flauto di Jacques Ibert con Silvia Careddu (è nelle Musiche per l’estate)…
e la seconda sinfonia di Brahms…

il direttore era l’attuale capo dell’Orchestra della Toscana, Diego Ceretta (l’abbiamo visto nel War Requiem al Maggio)…

Ad Lucem è un pezzo molto eclettico, con un primo momento assai ripreso dalle serie stravinskiane (specie di The Flood), da Bartók (la musica per percussioni e celesta) e dagli adagi di Chačaturján, che poi si sviluppa in una sorta di fantasia dello Stravinskij russo e delle colonne sonore di Alan Silvestri, continua con ricordi di Bernstein e di Rachmaninov (Danze sinfoniche e Ostrov mërtvych), e poi finisce con una chiusa più alla Messiaen che alla Kančeli…
In un marasma del genere, Ceretta ha garantito precisione e virtuosismo, per un pezzo che abbisogna di più ascolti per carpire al meglio tutto il suo patchwork ipertestuale…

Pochi anni fa, Silvia Careddu è stata al centro di una spiacevole polemichetta…
dopo anni ai Wiener Symphoniker, nel 2016 vince un insolito concorso dei Wiener Philharmoniker, orchestra che non ammette nuovi membri attraverso concorsi ma tramite una lunga selezione tra i membri della Wiener Staatsoper, e finisce per apparire anche nel famoso Concerto di Capodanno (nel 2019?)…
non viene però riconfermata, proprio con la scusa farlocchetta che il concorso era in qualche modo straordinario, e che i Wiener Philharmoniker, si sa, prendono *solo* i musicisti della Wiener Staatsoper: una scusante che in molti hanno ritenuto una conferma della molto chiacchierata misoginia della massima orchestra viennese, la cui prima donna ammessa è arrivata solo nel 1997 (e l’orchestra è stata fondata nel 1842)…

Arriva ad affrontare Ibert a Firenze trovando Ceretta e l’ORT in uno spolvero formidabile, quasi da manuale di accompagnamento orchestrale di un solista…

Ceretta e Careddu si sono scambiati sguardi e sorrisi d’intesa, mentre Careddu non solo inanellava le funamboliche note rapide di Ibert, con virtuosismo smagliante, ma scopriva anche sentimenti e stati d’animo quasi romantici in un concerto sempre interpretato nel solco del più ortodosso novecentismo oggettivo, senza, quindi, alcun canto o emozione
Il secondo movimento è stato un profluvio di dolcezza e tenerezza innamorate e struggentissime, cosa molto insolita nella storia interpretativa del pezzo, e Careddu ha scoperto modi per affrontare le note basse quasi come intendesse paradossalmente cambiare timbro al flauto, che, nel grave, prorompeva in un canto elegiaco di “amore perduto”, commoventissimo e appassionato…
Nel terzo tempo, Careddu non ha per niente ceduto alla tentazione di abbandonarsi all’atletismo, e lasciarsi andare a una vuota rapidità ginnica (errori in cui è incappato perfino Emmanuel Pahud in una delle sue ultime letture con i Berliner Philharmoniker e Daniel Barenboim, nel 2020), ma ha tenuto anche lì una metronomia serrata ma calda, con il groviglio meditabondo della parte centrale esplorato in tutti i suoi anfratti timbrici ed emotivi, con una introspezione e un’analisi dei motivi della musica davvero sbalorditiva, tanto da garantire una esplosione finale veramente da anabasi successiva alla catabasi, mirabile e coinvolgente, con tanto di acuto finale (non scritto ma in essere a partire, almeno, da un disco di James Galway del 1977)…

Ceretta, sorridente, esprimeva all’orchestra un senso di sicurezza e facilità sorprendenti: con i suoi gesti faceva sembrare un pezzo così difficile una passeggiata semplicissima…
Con segni implacabili, chiari, manifesti e inequivocabili, garantiva un’esattezza stilettante degli interventi dei professori d’orchestra (e l’ORT è comunque brava ad accompagnare, vedi anche la Burleske dell’anno scorso), che si supportavano e spalleggiavano a vicenda, davvero come i grandi ensemble…

La prima viola (Stefano Zanobini), per esempio, sembrava una seconda spalla ad adiuvare gli attacchi, millimetrici, di tutti gli archi più bassi (viole, violoncelli e contrabbassi), e il primo violino (Giacomo Bianchi), davvero come un concertmaster, non solo ha cesellato la perfezione degli orchestrali ma ha anche affiancato Careddu in momenti quasi di duetto, specie nel secondo movimento, con un trasporto partecipatissimo, toccante e tecnicamente portentoso…

Inoltre, Ceretta è stato anche formidabile concertatore, lasciando fluire i maestosi acuti e pianissimi strappacuore di Careddu su un tappeto d’orchestra veramente di supporto e mai prevaricante…

Dopo l’acuto finale, era impossibile non applaudire dalla gioia di aver visto un concerto che non sarà difficile rivedere, non solo per la potenza della solista ma anche per la capacità musicale dell’accompagnamento e della concertazione: in un eventuale disco non si sentiranno le preziosità di concertazione né gli scavi ermeneutici dei pianissimi e degli armonici di Careddu…
è stato un concerto, quindi, unicissimo, tanto da riconnettere, grazie alla sua irreperibilità, musica e vita

Anche un pezzo da me mai amato, come la seconda sinfonia di Brahms, è voltato via piacevolissimo grazie all’esattezza musicale di Ceretta, che ha guidato l’ORT in una lettura vibrante e romanticona, conturbantissima per volumi sonori, e una aderenza di stile quasi degna dei grandi esempi teutonici che masticano Brahms tutti i giorni…

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