L’ultimo Ballo in maschera al Maggio in Cavea mi sembrava di pochissimo tempo fa…
…e invece sono già passati 6 lunghi anni!
Fuortes, come Pereira allora, garantisce i pezzi da novanta, ma li garantisce più giovani…
Emmanuel Tjeknavorian dirige…
…Antonio Poli nel ruolo di Riccardo
Bogdan Baciu in quello di Renato
Chiara Isotton come Amelia
Lavinia Bini in Oscar
Ksenia Dudnikova come Ulrica
Mattia Denti come Sam
Adriano Gramigni come Tom…
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erano anni che volevo sentire Tjeknavorian dal vivo…
…e ha dimostrato un’aderenza al dettato verdiano che, quando erano giovani come lui, ho sentito in nomi oggi più “grossini” (Battistoni, Bortolameolli, Lanzillotta)…
Emotivo quanto basta, ma soprattutto forte d’azione, ha dimostrato di aver compreso l’opera alla perfettissima!
Supportava il suo cast di supereroi con sicurezza, eccezionale professionalità, concedendo qualche rubato, ma sempre sovrintendendo con cipiglio certosino alla precisione d’insieme, all’efficacia scenica, al risultato sonoro e interpretativo esemplare…
un Ballo in maschera che dava l’idea del grande pezzo provato e riprovato, tutto controllato ed esatto, e nonostante tutto capace di comunicare l’effervescenza psicologica dei temi ricorrenti, la funzione caratteriale dei timbri in orchestra (in un’opera così tanto costruita sui reparti strumentali usati come piccole formazioni cameristiche), la potenza emotiva delle arie (Eri tu che macchiavi quell’anima, iniziata in fortissimo, ha veramente spaccato), il virtuosismo dei tanti concertati (che accompagnava con grazia mai entrante, ma con gli incisi orchestrali ben puntuti dove serviva, segno di una concertazione veramente da grande maestro), l’estro dei momenti top (i finali del primo quadro dell’atto 1 e del secondo atto), e la struggenza commovente del finale (maestosissima)…
uno spettacolo musicalmente goduriosissimo, che annovererò per molti anni tra gli indimenticabili del Maggio di Gatti (indimenticabili che, per fortuna, cominciano a non essere pochi)
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In regia, la cara vecchia Valentina Carrasco non è da meno…
trasformare Riccardo in John Fitzgerald Kennedy rende plausibile completamente un libretto mai verosimile né credibile…
ok, un soprano che nessuno dei suoi innamorati riconosce continua a sussistere, ma che il regnante sia Kennedy dà senso ai congiurati (nel libretto del tutto immotivati: le loro ragioni di successione dinastica sono state tagliate nelle censure tra il Gustavo III di Milano e il Ballo in maschera di Roma)…
…trasforma Oscar in una delle tante soubrettes allegrone e generose di cui Kennedy si circondava, gratificando il personaggio almeno di un motivo…
…rende Ulrica una Martin Luther King minacciata dal Ku Klux Klan: molto più possibile della mezza strega satanica del libretto: la sua grazia e liberazione da parte di Kennedy funziona molto meglio dell’elargizione generosa di Ancien régime originaria…
…concretizza il requiem dolente per la morte del protagonista in modo che sia accettabile: nel libretto, Riccardo muore così, quasi a caso, senza che si sia mai vista una sua buona azione di governo: se invece è Kennedy, allora prende corpo tutto il sogno della sua amministrazione e tutta la benevolenza della gente che gli sta attorno…
…fare entrare Jackie coi figli, dopo l’attentato (rievocazione dello sparo di Dallas, con tanto di Lee Harvey Oswald sulla scala di palco della platea e i Texas Rangers ad arrestarlo), sistema la battuta dei «miei figli» e della «diletta America», completamente ridicole nel libretto…
la scena era un florilegio di cartonati kennediani e di foto d’archivio proiettare sul fondo…
dai 4 ai 6 ponteggi, quasi delle americane, facevano funzione di pannelli scenici sul palco libero, col fondale fotografico in fondo… hanno articolato la scena finale del ballo, quella iniziale, e un po’ dell’appartamento di Renato…
qualche volta, tra le foto giganti montate sulle americane e la foto proiettata sul fondo si creavano sinergie di zoom, come il fondo si muovesse da solo staccato dal resto della scena: una roba che produceva, sul palco, quasi degli effetti Vertigo cinematografici, simili alla scena famosa di Goodfellas dove, dietro De Niro e Liotta seduti alla finestra di un ristorante, il panorama della finestra va loro incontro quasi minacciandoli!
un modo cinematografico di gestire la scenografia teatrale che va in tasca a qualsiasi Milo Rau!
la scena di Ulrica (in origine una grotta, e resa come una chiesa gospel con scalinate) e il seguente cimitero (una bettola di prostituzione e spaccio degli Stati Uniti del Sud, con cessi differenziati tra bianchi e neri), erano gemelle, una sul recto e l’altra sul verso di un’unica struttura che è girata col palco girevole…
una calcomania di Marilyn Monroe, con la faccia praticabile per chiunque volesse porci la sua per un selfie nelle vesti di Marilyn, era al centro dell’affollato ballo in maschera (con le maschere di Mickey Mouse e di altre americanate), che, dopo Lee Harvey Oswald, si svuotava piano piano, durante il requiem, con i palloncini che si staccavano da terra e sparivano volando in alto, lasciando lo sfondo azzurro, da cui è arrivata Jackie coi bambini… nell’ultimo fragoroso sbotto orchestrale del finale, sul blu si proietta lo Zapruder Film del momento della morte di Kennedy a Dallas…
e con questo, Carrasco ci fa capire il dramma della morte di un regnante la cui dipartita, nel libretto originario, non ci toccava per nulla…
…e invece che la morte sia di Kennedy, colonna liberal contro il Ku Klux Klan, pur imperfetto (puttaniere, con Oscar reso una delle tante sue donne, e la presenza di Marilyn in scenografia), ci arriva subitissimo e giustifica la grandiosità sacralissima del finale di Verdi (completamente sprecato per una cacchio di testa coronata o di duca a caso)…
una regia, quindi, che impreziosisce e innerva completamente la musica
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Poli si conferma uno dei portenti tenorili numero 1 del mondo…
Baciu è stato il baritono verdiano dei sogni: liricissimo e insieme forzuto!
Isotton è nel suo momento maximo, nella sua grande maturità artistica, che sta cavalcando come una novella Barbara Frittoli: è stata densa di pathos e pietà, orgogliosa di potenza vocale e sdilinquente di mezze voci, fraseggi dolcissimi e recitazione canora calorosa e piena… magnifica…
Bini ha sbrindellato tutti i suoi agilissimi acuti, inutili quanto sopraffinamente cristallini e lucenti, come se fossero le cose più facili del mondo invece degli atletismi ginnici infernali che sono…
Dudnikova era così profonda da sembrare una speleologa invece di un mezzosoprano: stupenda…
menzione d’onore per il coro di Lorenzo Fratini: nel requiem finale hanno spaccato con una commozione enorme, vibrante e sonora, veramente toccante!
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