È incredibile come i concetti di nazionalismo, repressione e ignoranza coincidano…
lo si vede in tutte le testimonianze di tutti i posti (della geografia e della Storia) in cui il nazionalismo ha prevalso: per prevalere, esso ha fatto ricorso alla repressione, e ha molto cavalcato e coltivato un’ignoranza pre-esistente…
e, naturalmente, tutte e tre le componenti formano, alimentano e, nello stesso tempo, sono alimentati, dal razzismo…
nel 1994 della discesa in campo di Berlusconi (ma, come ci informa lui stesso, l’ultima parola fu scritta il 25 agosto 1993, meno di 5 mesi prima della comunicazione berlusconiana), Tabucchi pubblica questa «Testimonianza» (tale è il complemento del titolo ufficiale), che ammonisce l’Italia con una catarsi omeopatica col Portogallo: con Salazar che è Mussolini (presente, in diegesi, ad aiutare i fascisti nella Guerra civile spagnola) e con il giornalismo assente che sta per il chiacchiericcio cronachistico atroce che ci ha molto disinformato sulle stragi di mafia e sull’inchiesta Mani Pulite…
Tabucchi parla dell’Italia specchiandola nel Portogallo e in un personaggetto, minuscolo e meschino, ancorato al passato e alla religione, che sarebbe un perfetto arnese del regime, ma che sente i morsi della coscienza, e dove tutti si appellano al cattolicesimo per conservazione e reazione (dio, patria e famiglia), lui ci scorge il pungolo della morale, della giustizia e della decenza…
un personaggetto come forse sono stati tanti (ne parla anche Lucarelli, vedi L’inverno più nero e Bell’abissina): abitudinari e pigri, tanto da accettare molte sberle della triade del nazionalismo, della repressione e dell’ignoranza, ma non così idioti da non sentire, all fine, l’esigenza di smettere di subire…

Di Tabucchi avevo letto solo Notturno indiano, dell”84…
Sositene Pereira conserva lo stessa idea di un personaggio che si autoanalizza e ritrova se stesso, forse alla fine della vita, o all’inizio di una nuova, ispirato da conoscenze appena fatte, pregne di suggestioni e azioni, anche se con la consapevolezza che tali agenti altri smuovono solo e soltanto istanze inconsce…
rispetto a Notturno indiano, Sostiene Pereira sfolgola per lo stile: una sorta di «rapporto di polizia», un resoconto che non è del narratore, ma è cronaca esterna dei fatti, ma così panottica da vedere tutto quanto…
un romanzo scritto da una sorta di Big Brother onnivedente, che dà davvero l’idea di un pedinamento, del verbale di un interrogatorio, o degli appunti di una seduta psicanalitica…
sono interessanti, e sarebbero da indagare probabili riferimenti incrociati di Zeitgeist, certe somiglianze scopiche ed esternizzanti l’interiore che, negli stessi anni, nel 1992, tentavano Woody Allen e Carlo Di Palma, in Husband and Wives, anch’esso una dettagliata cronaca esterna di “fatti” e idee del tutto interiori, documentata come un documentario fatto con la macchina a mano, alla caccia delle emozioni dei protagonisti, con riprese estemporanee dell’happening, quasi della presa diretta (naturalmente, in realtà, controllatissima, e da chi ci capisce parecchio)… un film che nega la sua natura di film e fa finta di essere un réportage…
Il resoconto di Tabucchi somiglia al testo filmico di Woody Allen, oppure è Woody Allen che lambisce i risultati di Tabucchi nel cercare di far coincidere, per maggiore comprensione, fatto e finzione, narrazione e memoria, realtà e poesia…
Tabucchi realizza davvero il mito del romanzo che si scrive da solo, tanto inseguito dall’Ottocento (e in Sostiene Pereira si dice tantissimo della spinta ispirativa della grande narrativa francese ottocentesca, anche quella che sembra più innocua e autoreferenziale), per aprirlo all’attualità, con un 1938 portoghese che guarda in faccia il presente neo-fascio italiano degli anni ’90, quando il crollo del triumvirato Craxi-Andreotti-Forlani, unito alla fine del Comunismo, hanno dato il via alla sconcertante vuotezza, nazionalista, repressiva e ignorante, del ventennio berlusconiano, di là da venire ma già in essere nell’agosto ’93, tra pochezze politiche (la Svolta della Bolognina “termina” il 3 febbraio ’91), terrori di stato (la Strage di Capaci è di maggio, e quella di Via d’Amelio di luglio, del 1992), e irrazionalismi terribili a livello internazionale (nel ’91 iniziano le prime guerre “occidentali” successive a quella Fredda: la Guerra del Golfo e le guerre jugoslave)…
Tabucchi guarda tutto questo a distanza, staccandosi dal personaggio e perfino abdicando al suo ruolo di narratore, scrivendo il verbale altro dei fatti, un verbale di uno scribacchino mezze-maniche, che però dice tutto, dice della necessità di impegnarsi, della difficoltà di farlo quando si ama così tanto la tradizione, la patria e la cultura, ma di come tutte queste adorate entità non impediscano ma in realtà corroborino l’azione, la Resistenza, la consapevolezza, proprio quando le guerre sono alle porte (la Guerra civile spagnola del ’38 come i disastri del ’91-’92) e la pochezza colpevole dello stato, andato a catafascio, è così lampante e disgustosa…
Quello di Tabucchi è il classico passo indietro che ti fa vedere il panorama…
quel sottrarsi che evita il personalismo…
l’umiltà di stare dietro le quinte per lasciar vedere l’universale al di là del particolare…
Tabucchi, non narrando, evitando il suo ruolo di voce fuori campo narratrice, illumina tutto quanto con più forza…
…e pur parlando di una sola persona, parla di tutto, di tutti: tramite il Portogallo del ’38 parla all’Italia del ’92, a quella del 2026 (lo strazio degli abitudinari restii a vedere le atrocità dei fasci c’è sempre, e raggelante è vedere, in un libro di 32 anni fa, riferito a 68 anni fa, la perfetta identità della destra nazionalista, repressiva e ignorante: sono identici tutti i metodi, le micragnosità imbecilli, e tutte le efferatezze crudeli), e a tutti i posti simili, che purtroppo continuano a esserci e, ahimé, sempre ci saranno…
Sostiene Pereira è il contrario dei Bajani, delle Raimo, delle Durastanti, delle Di Pietrantonio, delle Ardone, e delle Verna, o degli Auster, di questo mondo…
non è un IO che si gigantizza così tanto da offuscare tutto quello che, pretenziosamente, vorrebbe far vedere…
…è un modestissimo autore che si nasconde e, facendosi da parte, mostra tutto quello che vuole mostrare e anche di più…
…indimenticabile…
Abbiamo visto il film alle superiori e in teoria avrei dovuto leggere il libro, ma non l’ho mai fatto perché poi la prof che ce lo assegnò andò in pensione
Bellissima recensione! Sempre un piacere leggerti. Concordo su tutto. Romanzo molto bello, asciutto, diretto, senza IO ingombranti. Anche Notturno Indiano, seppur su tema diverso, aveva la stessa delicatezza.
E io l’ho scoperto tardi! Quanto sono colpevole!
Se non vado errato era uno studioso di Pessoa. Purtroppo conosco anche io poco dei suoi scritti. Se hai consigli, li accetto volentieri.
Macché, ho letto solo “Sostiene Pereira” e “Notturno indiano”!