Il solito Pawlikowski, dopo Ida (2013) e Cold War (2018), chiude la trilogia della Cortina di Ferro con il suo (e di Łukasz Żal) ormai consueto film artistico, da esporre in un museo, stavolta meno muto e addirittura più diegetico e più dialogico, con una Sandra Hüller in spolvero (come lo sono gli altri attori) e una chiarezza espositiva della tragedia della maledizione divisiva del mondo (i.e. come gli esseri umani si inventino ridicole politiche contrapposte di “reazione” a un orrore, il nazismo, totalmente aberrante: a ovest tollerando impunemente i fascisti [vedi la famiglia Wagner, gli attori opportunisti, i militari e le loro canzonacce per strada] e a est soffocando così tanto il dissenso da passare dalla parte del torto [gli oppositori chiusi a Buchenwald esattamente come facevano i nazisti] e puntando tutto sulla facciata della retorica e della “scenografia celebrativa” per coprire la distruzione e la miseria imperante, figlia, appunto, di quella guerra frutto del nazismo), degna di un Kundera (in cui è facile vedere i cenni al presente, tra Putin, Trump, Ucraina, Palestina, Netanyahu, Iran ecc ecc, inespressi ma facilmente evocati nelle similari tragiche situazioni del triste passato), che finisce in un afflato personale e intimo, a ricalibrare l’arte e l’elaborazione del lutto (sia esso universale, come quello della Germania divisa nel 1949, o quello particolare della morte in famiglia) nella dimensione dell’umano, più importante della Politica e più importante perfino della Storia, cioè di cose (Politica e Storia) che sarebbero più “possibili” se appunto si ricollegassero con maggior foga alla dimensione “personale” (intesa come benessere autentico e non egoisticamente edonistico) invece che alla astrusità speculativa…
E pur “dicendo” e “parlando” molto di più, Pawlikowski non rinuncia ai suoi innuendo non detti, tipo la relazione tra Erika e la giornalista americana, tutta da inferire…
Strepitoso l’impasto musicale tra Messiaen e Bach organisti, il Mozart dei quartetti, i melodismi quasi Klezmer in stile Comedian Harmonists, e i cori etnici slavo-socialisti eseguiti live alla perfezione…
Magica l’apparizione della star femminile di Cold War…
Slurpante il plurilinguismo (tedesco, francese, inglese, un po’ di russo: molte volte anche nella stessa frase) degli attori, specie di Hüller…
Immaginifica la maschera attoriale di August Diehl, e ferreo il Thomas Mann di Hanns Zischler…
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Occhio che Fatherland si intitola anche un romanzo di Robert Harris del 1992, che Roberta Rambelli ha tradotto per Mondadori (nel ’94 Christopher Menaul ci ha fatto uno sceneggiato televisivo con Rutger Hauer)…
…romanzo non male (ucronia molto diversa dal Man in the High Castle di Dick, molto più diegetica e spiccia, ma dalle eguali premesse: il Terzo Reich ha vinto la WW2 e governa dalla Francia agli Urali, ed è diventato un polo est contro i recidivi americani in una versione alternativa della guerra fredda col nazismo al posto del comunismo: la Berlino di Speer è stata costruita e dei campi di sterminio non sa nulla nessuno, Auschwitz è stato demolito e tante opere d’arte sono rimaste nascoste nelle collezioni private dei nazisti, tra cui la Dama con l’ermellino di Leonardo: nel deviato 1964, però, che 20 anni prima si sia perpetrato lo sconcertante sterminio degli ebrei serpeggia tra tanti scontenti del regime, rimasto spregevolmente razzista e suprematista, e un poliziotto, con la contingenza di un omicidio strano, indaga), ma non c’entra niente con questo film…
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