«Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)» di Ettore Scola, 1970

Film strano e saturnino, che stupisce per l’inventiva scrittoria e per la varietà visiva, ma fa un po’ trasecolare, dopo quasi 60 anni, per via delle domande che suscita sull’effettivo, se c’è, messaggio

La sceneggiatura, di Scola con Age & Scarpelli, è una fantasticheria di punti di vista, di supersonico intreccio che ingarbuglia la fabula con continui cambi di punto di vista, di obliquità di focalizzazione, di ripensamento del destinatario

I personaggi rivivono il loro «dramma della gelosia» attraverso le deposizioni in tribunale, ma occhieggiano allo spettatore di continuo e il parlante (o il ricordante) varia senza preavviso o segnale!

Carlo Di Palma (credo sia l’unica sua collaborazione con Scola, probabilmente chiamato da Monica Vitti: non sono riuscito a trovare quando la loro storia d’amore ebbe inizio, ma si sa che un terminus per la fine della relazione è il 1983, quando lei inizia a frequentare Roberto Russo e lui si trasferisce in USA [il primo film con Woody Allen è Hannah and her Sisters, nel 1986]) sfilaccia la visione non solo sbrindellando colori e generi (celebre il micro-momento musical), ma basculando la macchina da presa davvero come se fosse gli occhi di un sognante, con tanti di quelli che sembrano whip pan ante-litteram, a cui si aggiungono zoom vertiginosi, e un montaggio (di Alberto Gallitti) al trinciapolli che quasi raggiunge i limiti del découpage classico…

L’esperienza fa un po’ trasecolare, anche perché si può connettere non solo con il racconto sconnesso e pieno di ripensamenti di tutti i protagonisti (una delle quali parla perfino da morta), ma soprattutto con i frantumi della mente di Mastroianni, femminicida folle, che alla fine non riesce a elaborare la sua colpa…

un cinema irrisolto di tagli e stilettate visive, di eclettismo pazzoide, che si adatta a un “pazzoide”, che forse Scola non sa davvero trattare…

si tenta di iniziare un discorso sul tremendo rapporto tra neonata società del benessere e dei consumi, e il retaggio di una vita sociale, idealmente “comunista” mai realizzata, ma sostanzialmente rurale, misoneista, particolarista e meschina: Matroianni è forse un maschio della sinistra pre-guerra, tutto protratto verso il collettivismo, ma a cui stanno a cuore solo i problemi prossimi (la sporcizia delle spiagge, il proprio territorio comunale), che non comprende davvero la lotta di classe (quando parla Ingrao si lamenta che la sua sezione non si curi dei suoi problemi personali, lui la cui vita è solo quella collettiva), smascherandosi quasi come “egoista” (curioso il fatto che, anche se tanto interessato alle spiagge sporche che lui frequenta, si disinteressi sia del proprio aspetto sia della propria igiene, perché affliggono gli altri [con tanto di moscone che ronza fastidioso] e non lui stesso), nel senso egosintonico di stupirsi che il tutti non coincida con il lui

un animale come Mastroianni, così ancorato a un passato e a un particolarismo impossibile, si trova a vivere nel benessere del dopoguerra e si interfaccia con un Giannini che ha già capito che la lotta è extraparlamentare, più radicale e attiva, meno lamentosa e più assertiva, che se ne frega del rapporto tra collettivo e individuo, e sa quindi meglio gestire il presente del boom economico…

Infatti, se l’amore ideale è individuato da Vitti in Mastroianni, è l’azione di Giannini (il suo tentativo di suicidio) a farla quasi propendere per Giannini…

e Mastroianni, l’antica sinistra di partito e di sezione, reagisce davvero come reazionario, sentendo come tradimento quello che è solo la sua mancanza di comprensione del mondo e mancanza di constatazione che il suo sistema di impossibile coincidenza di individuo e collettivo è, davanti al benessere, l’irricevibile immobilismo dell’abitudine senile (vedi anche la vetustissima preferenza della colazione: caffellatte, pane tostato e ricotta che tutti, secondo Mastroianni, dovrebbero preferire solo perché la preferisce lui), che viene, appunto, messo da parte come irricevibile da una Vitti, cioè una società, che non può accettare un’idea se del tutto inattuale (così come non può accettare davvero la ancora più sonora reazione di Amleto Di Meo)

Mastroianni che uccide Vitti è quasi come un vecchio mondo che uccide il nuovo per non confessarsi le sue mancanze, che ha mascherato nel transfert del tradimento

e il film non sa condannare quel vecchio mondo, che quasi assolve appunto nella semi infermità mentale… una formula che forse “giustifica” un poveraccio anche se avrebbe davvero tutte le colpe, e che conclude il film con i sogni conciliatori di quello che è un assassino, che, magari, non si stigmatizza…

come uno degli ultimi spettacoli di Emma Dante, o come L’anniversario di Bajani, la prevaricazione c’è, e sì, magari si condanna, ma c’è un sentore di sofficità nei suoi confronti, che scopre una metafora poco centrata…

se Mastroianni è l’antica sinistra, davvero quella sinistra è così folle da uccidere?

e se lo fosse, perché apparecchiarle una scappatoia di follia, invece di renderle insopportabili le sue colpe per sempre?

È un capolavoro di scrittura e di visione, ma nei testi contro il femminicidio (esattamente come Dante e Bajani) non ce lo metterei…

…ma magari non ho capito io il presunto messaggio di un film che vola via con un humor effettivamente, certe volte, davvero irresistibile, il cui taglio eclettico può anche essere sardonico, alla Stravinskij, tanto da non riuscire davvero a distinguere se le contraddizioni e le provocazioni interne e grottesche sono da considerare perfino dadaiste e quindi deridenti le stesse esegesi che si beano di suscitare…

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