Di Ridley Scott parliamo tanto, tutte le volte, e, oggi, con l’occhio critico del tempo passato, si può cominciare a dire che Body of Lies chiude malamente il corso scottiano iniziato nel 2000 con Gladiator, e Robin Hood e Prometheus ne hanno cominciato un altro, abbastanza vacuo…
I film fatti dal 2010 in poi non sono risolti (sì, ok, presi singolarmente se ne può parlare: e io ne ho sempre parlato trovando quasi sempre cose buone da dire), e la svolta semplicistica di Napoleon ha portato ulteriore negatività…
Dopo il 2010, Dariusz Wolski ha garantito l’eccellenza visiva, anche se i più attenti hanno osservato un problemetto nel passaggio velocizzante alle multi-camera (dichiarato almeno da Last Duel, ma in essere anche prima): il setting di più macchine da presa rischia di tarpare le ali al pittoricismo visivo tipico di Scott…
io non me ne sono accorto né in Last Duel né in GLADIIATOR, ma John Mathieson (dop di Scott semi-esclusivo dal 2000 al 2010, sostituito proprio da Wolski, e che in GLADIIATOR tornava con Scott dopo quasi 3 lustri) ha detto che col multi-camera Scott (ormai 90enne) è diventato pigro…
Il cambio stilistico visivo, in The Dog Stars (con Erik Messerschmidt: farà altri film con lui o rimarrà una delle strane collaborazioni singole come sono state quelle con Idziak, Savides, de Bont, Cronenweth, Le Sourd?), è evidente…
non ci sono pappi della pioppa, né forasacchi a brillare nel frame, né baluginii fiammanti di luce, né scene al fuoco…
sì, alcune composizioni di colori carine ci stanno…
…e un paio di scene infrarosse alla Black Hawk Down arrivano casuali…
ma per il resto…
…il paesaggismo più logoro e il montaggio più classico ammorba le palle di un film lento, visto e rivisto…
Gianni Canova ha elogiato questa lentezza come messaggio di ritorno ai puri valori slow della convivenza, e una stoccata al videoclipparismo contemporaneo, a cui perfino Scott, nelle sue tante resilienze, si era adattato in The Martian (2015: il suo incasso maggiore post-2000, con la cara, e ormai morta, 20th Century Fox, dal 2017 costola Disney e orfana della “volpe”)…
Queste intuizioni esegetiche di Canova, ok, sono opinioni rispettabili, ma registrano anche loro che, in The Dog Stars, quindi, a rendere la visione interessante non c’è neanche il videoclipparismo del montaggio…
Dog Stars è stanco
è una sorta di remake letargico e senile di 28 Days Later… di Danny Boyle
ma se Boyle giocava con lo sguardo, con la pluralità di grane visive diverse (gli inserti improvvisi del digitale, nuovo nel 2003) e con la moltiplicazione degli sguardi, Scott e Messerschmidt muovono una macchina da presa che scivola sicura di découpage classico, non solo lenta ma anche ossequiosamente oggettiva, con perfino i pensieri a essere visti in terza persona…
esce fuori un film zeppo di plateale product placement (di Coca Cola e Sprite), che sfregia anche il messaggio di 28 Days Later… rendendo la ricerca della nuova umanità una questione…
- …come minimo repubblicana: al posto del drammatico nomadismo di Danny Boyle c’è la difesa armata della rocca privata dai barbari assassini sub-umani… Boyle, sì, ha i barbari assassini sub-umani ma sono persone haunted, con cui fare i conti inconsciamente, e non hanno traccia di organizzazione né civilizzazione, come invece ce l’hanno le orde di Scott…
in 28 Years Later… c’è un’unica roccaforte (= la mente) da difendere, non che «ognuno c’ha la sua»…
e poi la questione è visiva: i Leitmotive scopici di Boyle, che frangono sogni e intenzioni, Scott se le sogna, e fa tutto piattume oggettivo… - …e perfino religiosa: le famigliole sono tutte brave e carine ma sono mennonite…
- …con un vago sentore country (le musichette di Gregson-Williams, piene di chitarrine tzigane, sono ridicole), da west della vecchia fattoria, quasi sudista, davvero rivoltante, che un paio di battute di Brolin sulla mancanza di senso nella vita (= passa il tempo con i cari invece di inseguire fronzoli e rimpianti) non possono riscattare (e non parliamo né dell’idea di famiglia presentata, né della spregevole American Way of Life di fattoria, bestiame, cani e fucili sempre accanto, con la “socialità” che è la festa del bifolco con la quadriglia e la corsa coi sacchi)…
Chi ha negli occhi Boyle, Dog Stars lo recepisce immediatamente come interminabile, soporifero e reazionario…
Elordi non è buono a fare un cazzo…
Pearce ha tra le mani una mezza performance, visto che da metà film sparisce (e anche dove c’è ha lo spessore di una sottiletta)…
Brolin ci crede, ma è il personaggio più banale…
Qualley è brava, simpatica e carina, ma come unica donna nel bigoncio è guardata in scene di «attizzatoio del maschio», con chiappe intraviste e capezzoli turgidi sotto la maglietta, che strappano grottesche risate…
In questa recensione hai detto una cosa che mi ha colpito e che ho ritrovato scritto e detto da altri. Dog Stars è un film stanco. E la cosa un po’ mi rattrista. Capisco che Scott abbia una certa età ma comunque parliamo di un regista che ha fatto la storia del cinema e di cui Alien e Blade Runner sono le opere che più mi hanno influenzato a livello cinematografico. Quindi è un peccato sentire dire queste cose su questo suo film. Andrò comunque a vederlo perché comunque mi piace andare in sala a vedere qualsiasi cosa.
Si vedrà, se lo fa, Treasure Island!
Onestamente quel progetto mi interessa molto. E quella storia è immortale quindi, a parte qualche cambiamento, mi aspetto qualcosa di interessante a livello visivo.