Si muove nel consueto stile di Jarman, ben delineato nei lavori precedenti (soprattutto a partire da Jubilee, del 1977)…
In set teatrali di poverissimo trovarobato (fu tutto quanto girato in uno scalcagnatissimo magazzino dei Limehouse Studios a Londra), ma molto attento al design dei costumi (niente meno che di Sandy Powell), il film procede con una serie di flashback e lampi mentali del Caravaggio morente, in eposodi successivi che non nascondono la loro natura di episodio performato, agito ed allestito quasi al momento…
Una configurazione che certamente “inizia” la sua ispirazione nel Pasolini successivo al ’64, e soprattutto quello degli anni ’70, della così detta Trilogia della Vita (Jarman finirà perfino per interpretare Pasolini nel corto di Julian Cole dell”87 che tratta proprio della morte di Pasolini: si dice che sia il corto sia l’interpretazione di Jarman furono detestati dagli amici di Pasolini, in primis da Laura Betti), ma che si vede nutrirsi ovviamente di Ken Russell (una specie di mentore per Jarman: Jarman è stato scenografo di Russell in due grandi film dei 1970s e in un allestimento operistico del 1982 [vedi anche qui]) e, forse, dell’idea rappresentativa di Norman Jewison per il Jesus Christ Superstar del 1973 o del Fellini più feroce (il Satyricon, soprattutto, che è del ’69, o del Casanova, del ’75)….
Gli sprazzi recitati uniscono un vitalismo attorico molto stilizzato ad ambienti neutri funzionanti come spazio scenico (cioè un palcoscenico inteso nel senso più ampio) più che come studio cinematografico, e tra costumi e drappi scenografici evocativi della Storia (Caravaggio è vissuto tra il 1571 e il 1610) si insinuano atteggiamenti e oggetti dell”86: dalle motoofficine alle macchine da scrivere, alle discoteche punk…
Caravaggio è lo spettacolo che una compagnia teatrale recita e mette in scena, con tutto quello che trova (e che quando “non trova” ricorre al presente), a favore di una macchina da presa estremamente rigorosa e materica, presente e ferma, mossa solo quando necessario, che, obbedendo alla stessa parsimonia del pro-filmico, ottiene il massimo risultato col minimo sforzo, e agguanta tutta la suggestione cromatica e oscura dei quadri caravaggeschi ispirativi (molti ricreati dal cast in tableaux vivants) con una fantasia dell’economia che, evitando tutti i preziosismi, va plasticamente al sodo delle luci e dei colori, purissimi e lampanti, riuscendo a sorprendere per la felicità del risultato (i film con Jarman sono gli Opera magna di Gabriel Beristáin, allievo di Sergio Leone e Allen Daviau, poi impiegato come dottore dei set difficili e dei reshoots in alcuni meandri di Hollywood) e per l’oltreppassare in modo discreto ma definitivo l’impianto scenico “teatraloso” per annodare l’intreccio diegetico e immaginoso con shots mentali, ricordi e Leitmotive visivi, che spaziano dal “prima” al “dopo” in un andamento non consequenziale…
Uno stile bizzarro e stravagante, che non si cura dell’unità né della chiarezza narrativa (per una buona metà del film si stenta a capire dove tanti frammenti vogliano andare a parare) ma che sul finale sa riannodare tutto in un discorso dell’arte e dell’amore davvero coinvolgente!
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Mentre muore accudito dal fido aiutante Jerusaleme (Spencer Leigh), Caravaggio (Nigel Terry), oltre a declamare mentalmente numerose poesie di rimpianto e di avventure omoerotiche tragiche, si ricorda di quando “assunse” Jerusaleme da bambino a bottega, e di quanto lui stesso (Dexter Fletcher) era una sorta di pittore di strada e prostituta nella Roma di fine ‘500…
Tra i suoi clienti (che comunque Caravaggio sa tenere a bada, esigendo il compenso ed evitando lo sfruttamento con un uso non parsimonioso della violenza: il suo coltello, con scritto «Nec spe nec metu», «Nessuna speranza nessuna paura», diventa un oggetto cardine del film), uno dei più assidui è il cardinale Francesco Del Monte (Michael Gough), che finisce per diventare per lui una sorta di protettore: in cambio di suggeriti ma non mostrati scambi erotici, gli fornisce un’istruzione classica e lo introduce alle ricche commissioni cardinalizie…
Ma Caravaggio è uno scapestrato sregolato ubriacone…
Come modelli usa avanzi d’osteria maneschi e strafottenti, prostitute e saltimbanchi vari, dai corpi impeccabili, con cui crea una sorta di “comune artistica”, che include anche l’amore libero ed euforico, e che mantiene con le commesse pretesche di quadri di soggetto religioso, che popola con la plasticità popolare, edonistica e per nulla “ideale” della fisicità della sua ciurma…
Oltre al sempre presente Jerusaleme, sono soprattutto Ranuccio (Sean Bean, al secondo film) e Lena (Tilda Swinton, esordiente) ad animare la “comune”…
Lena, però, mostra preoccupazione per le attenzioni omosessuali che Caravaggio dimostra per Ranuccio, che, sulle prime, aveva accettato il denaro di Caravaggio solo per guadagnare tanto quanto bastava per farsi una vita con Lena… poi, però, i rapporti si mescolano nella “comune” e l’amore libero coinvolge anche l’arcobata androgina Pipo (Dawn Archibald)…
Lena si stanca di vedere Ranuccio baciarsi sia con Caravaggio sia con Pipo proprio mentre Caravaggio si dimostra “voglioso” anche della stessa Lena…
A un rave coi cardinali, tutti un po’ stufi dell’estetica atletista e per niente sacrale di Caravaggio (che, si implica, continua a lavorare solo per ossequio al vecchio Cardinal Del Monte), Lena pare adirarsi con Ranuccio e concedersi al potente Scipione Borghese (Robbie Coltrane)…
Dopo il rave, Lena si dichiara incinta: un figlio che crescerà ricco grazie ai soldi di Borghese e sarà quindi libero dall’avidità pidocchiosa, prodotta dal bisogno, che impera nella “comune”… non solo, il figlio porterà anche “equilibrio sentimentale”: Ranuccio e Caravaggio potranno amoreggiare mentre Lena si godrà la maternità e il mantenimento…
Il dramma è che, subito dopo, Lena affoga nel Tevere, certamente assassinata…
Caravaggio è sconvolto dalla morte e addirittura usa il cadavere di Lena come modello per un compianto…
Le autorità sono sicure sia stato Ranuccio, che viene arrestato, ma questi grida al complotto: è stato Borghese a uccidere Lena per togliersi di mezzo il figlio illegittimo…
Caravaggio ci crede e chiede al vecchio Del Monte un’udienza col papa in persona… Borghese ovviamente nega tutto, ma è ovvio che non può essere perseguito… però, con un quadro davvero fatto bene, appoggiato dal papa in persona (bizzarra figura a cui non frega niente di nulla, neanche delle guerre che fa combattere ai suoi eserciti), Caravaggio potrà contrattare la scarcerazione di Ranuccio…
La cosa riesce, ma una volta uscito di galera, Ranuccio confessa di aver affogato lui Lena perché si frapponeva nell’amore totale tra lui e Caravaggio…
Non solo Ranuccio ha ucciso una della “comune”, ma lo ha fatto per una prevaricante idea “monogama” possessiva ed esclusivista… un Ranuccio che ha preferito il possesso all’amore, e la costrizione della morte alla libertà del fluire incontrollabile del sentimento e dell’arte…
Perciò, Caravaggio reagisce tagliando la gola a Ranuccio (col suo coltello iscritto)…
Ed è questo omicidio l’ultima cosa che Caravaggio ricorda prima di morire, rifiutando strenuamente i sacramenti, circondato dai ricordi degli affetti più cari e dalla visioni animate dei suoi capolavori incarnati dagli attori…
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Per Jarman, l’omicidio leggendario di cui si macchiò Caravaggio, giunse per vendicare il tradimento dell’arte e dell’amore libero perpetrato da chi non riuscì a capire quel connubio di sentimento, estetica e vita…
Un Caravaggio che uccide per appianare un torto di un’idea di arte e amore: un Caravaggio che si perde, si sacrifica per ottenere giustizia di un’ideale sfregiato…
Un Caravaggio che evoca forse l’Adam di Milton (che accetta la mela da Eva per Amore, per non lasciarla sola nel castigo, a lei a cui sente di “appartenere”), di cui ricorda l’immediatezza d’azione e la sicurezza di pensiero…
Un Caravaggio che evoca tutto questo frammentando le tappe costruttive dell’idea estetica per cui si sacrifica, scompaginando immagini e ricordi, poesie e blasfemie, di un’esistenza d’artista che non era possibile (infatti, Ranuccio non l’ha compresa, in sentimento, così come i cardinali non la comprendevano a livello di pittura), tanto che per evocarla ci voleva la performance, il tableau vivant, il teatro, il trovarobato e l’immissione del contemporaneo nel ‘600, riprese con il rigore dell’economia e della fermezza dell’immaginazione della macchina da presa: una realizzazione effimera di un’esistenza sognata, sporcata dalla morte per prevaricazione…
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Non è facile, e regge male i suoi soli 90 minuti, ma il suo eclettismo figurativo, storico e contemporaneista insieme, unito al rigore della forza fotografica del puro teatro, sono stati la base per roba come i film di Greenaway o come The Favourite di Lanthimos…
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