«Rosmersholm» di Henrik Ibsen

Vediamo di parlarci chiaro…

primo punto:

Ibsen scriveva in danese…

si può considerare, forse, che scrivesse in norvegese con un sistema di scrittura che era danese, ma è una semplificazione…

anche perché norvegese e danese, così come Danimarca e Norvegia, o addirittura Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, con tutti i problemi annessi ai Sami (la popolazione dell’area sopra al Circolo Polare Artico, il cui territorio abbraccia sia Norvegia sia Svezia sia Finlandia), erano cose che si sovrapponevano…

La Norvegia è stata provincia danese fino al 1814 ed è stata provincia svedese fino al 1905…

fino al 1814 il sistema di scrittura è stato comune tra Danimarca e Norvegia: erano lo stesso stato…

addirittura era la stessa lingua?

è paradossale, ma si può dire di sì…

dal 1814 al 1907, la Norvegia non ha avuto una lingua scritta diversa dal danese: il Riksmål, il sistema inventato ai tempi di Ibsen, serviva per entrambe le lingue, ed è stato elaborato davvero solo dagli anni 1870s, e Ibsen lo rifiutò!… nel 1885, diversi linguisti norvegesi svilupparono il Nynorsk, usato quasi solo su base accademica a Oslo e su fino al Finnmark (la provincia popolata dai Sami), mentre solo nel 1907 è stato elaborato il Bokmål, usato nell’area di Bergen…
ancora oggi la Norvegia ha questi due sistemi di scrittura (vedi anche qui)

sicché, Ibsen scriveva nella scrittura ottocentesca comune a danesi e norvegesi cólti, cioè il danese!

un danese che aveva finissime peculiarità regionali norvegesi, ma sempre danese era…

secondo punto:

i drammi meglio, quelli non fiabesco-folklorici o storici, anche se intrisi di quotidiana realtà norvegese, Ibsen li ha scritti dopo il 1867 lontano dalla Norvegia…
ha vissuto a Roma (1864-1868), Dresda (1868-1875), Monaco (1875-1878), di nuovo Roma (1878-1885) e di nuovo Monaco (1885-1891), e ha avuto una passione immensa per Sorrento, dove ha vissuto le primavere/estati del 1867 e del 1881…
a Roma è stato principalmente all’Hotel Cecil in Via Francesco Crispi 55…
a Sorrento è stato nella locanda della Rosa Magra in Corso Italia 170…
a Monaco ha abitato soprattutto in Maximilianstrasse 32…
a Dresda in An der Frauenkirche 8 e in Königsbrücker Straße 33…

Dal 1891 torna a Oslo, ma solo nel 1895 trova la sua home in quella che era Arbins gate 1 e che oggi è Ibsen gate 26…
per 11 anni è stato là, a importare, con la moglie Suzannah e gli amici (tra essi c’era Edvard Grieg), le abitudini “europee”, soprattutto tedesche, in Norvegia, tra cui quella di addobbare l’albero a natale: a quei tempi, per gli abitanti di Oslo era divertente vedere una combriccola di arzilli 70enni intenti a portare su per le scale di un lussuoso condominio un alto abete da tenere in casa nel gelido inverno…

terzo punto:

ancora oggi esistono convenzioni di comunicazione tra chi scrive un testo, fatto per essere pubblicato e stampato, e lo stampatore/tipografo…
convenzioni che vanno al di là della videoscrittura e dei PDF…

se uno scrivente, a mano con carta e penna, o con una macchina da scrivere datata, o su un programma di videoscrittura precedente alla nascita di certi codici, oppure su un programma di videoscrittura privo delle formattazioni, voleva che una parola da lui scritta risultasse in corsivo, quella parola la sottolineava

…così faceva Ibsen…

i manoscritti di Ibsen sono stati digitalizzati (purtroppo mi risulta possano essere visionati solo su richiesta) e si può vedere chiaramente quanto il corsivo fosse per lui uno strumento artistico molto importante: le parole corsive, che nel manoscritto sono sottolineate, hanno un significato particolare…

anche i trattini “-” sono per Ibsen fondamentali: ne scrive a decine, quasi uno per ogni battuta dei suoi drammi…

se per i trattini, a livello tipografico, non c’è mai stato problema, per i corsivi, invece, ce ne sono…

infatti, lo stile tipografico vigente in Scandinavia ai tempi di Ibsen non prevedeva granché il corsivo
…il corsivo fu inventato da Aldo Manuzio a Venezia, nel 1500-1501, tanto che, in molti posti, è chiamato italic… la pretesa era, ovviamente, imitare, nella stampa, la grafia di un manoscritto…
nonostante abbia attecchito subito nel mondo cinquecentesco, risacche specifiche, anche di specifici editori, sono perdurate nei secoli…

e Gyldendal, ancora oggi uno dei più grandi editori scandinavi (nel senso che ha sedi pressoché parallele in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia [anche se la sede centrale è Copenaghen]), ed editore di Ibsen, NON USAVA il corsivo…
…usava un sistema alternativo ma molto meno visibile:
le parole che Ibsen aveva sottolineato, intendendole corsive, nell’autografo, Gyldendal le spazia di più: cioè mette più spazio tra le singole lettere della parola che Ibsen aveva sottolineato…

…e Ibsen non ha mai protestato…

anche perché l’espediente tipografico della spaziatura maggiore faceva parte dell’abitudine visiva dei suoi lettori scandinavi… tutti vedevano molto bene, a quei tempi, la spaziatura maggiore di certe parole speciali

ma all’estero?

Rosmersholm è stato pubblicato da Gyldendal, a Copenaghen, nell’autunno 1886…
la prima rappresentazione fu pochi mesi dopo, a Bergen, nel gennaio 1887…

Ibsen e Gyldendal autorizzano una traduzione italiana a un editore di Milano, Max Kantorowicz, nel 1894… Ibsen e Kantorowicz si trovarono bene, e Kantorowicz ha tradotto quasi tutto il teatro di Ibsen in una collana apposta, proprio la Biblioteca Ibsen, di cui Rosmersholm costituì il n. 7…
la traduzione, intitolata La fattoria Rosmer, fu condotta da Paolo Rindler ed Enrico Polese Santarnecchi…
purtroppo, il volume Kantorowicz non ha circolato granché e non è digitalizzato, quindi non sono riuscito a vedere se rispetta corsivi e trattini…

ma quello che è successo nel Novecento, dopo la morte di Ibsen, avvenuta nel 1906, ci dà una guida…

Subito nel 1906-’07, Gyldendal, stavolta dalla sede di Oslo (allora Kristiania), fa un’edizione commemorativa di tutte le opere di Ibsen…
e lì mantiene lo stile della spaziatura…

poi, nel 1928, Gyldendal comincia l’Edizione del Centenario (Ibsen era nato nel 1828) che è stata una grande edizione critica, filologicamente corretta…
e, come tutte le imprese simili, è stata lenta
si è conclusa solo nel 1957…

anche per questa edizione Gyldendal ha mantenuto la sua spaziatura per i corsivi, e ha mantenuto, ovviamente, tutti i trattini voluti da Ibsen…
…ed è questa edizione che è stata usata dalle maggiori imprese traduttive italiane, quelle sistematiche e filologicamente corrette [naturalmente elenco le imprese che si sono dedicate a Ibsen a livello grosso, in roba tipo Tutto il teatro o Drammi scelti: non indago la singola traduzione di un singolo dramma]… ovvero:

  • 1945: i testi della Società editrice torinese, curati da Alessandro De Stefani e altri…
  • 1946: la Garzanti, a cura di Clemente Giannini e Nella Zoja…
    alcune di queste traduzioni sono arrivate fino ai giorni nostri…
    proprio il Rosmersholm di Nella Zoja, datato e pieno di toscanismi, è giunto nella diffusissima ed economicissima forma dei Grandi libri Garzanti n. 161, composta, forse, da Claudio Magris, almeno nel 1976 e a quella data è rimasta con solo lievissimi e mai sufficienti aggiornamenti bibliografici: io ho una ristampa del 1995…
  • 1959: la famosa versione Einaudi, affidata ad Anita Rho: inizialmente impressa in tre volumi nei Millenni, poi usata per i singoli drammi nella gloriosa Collezione di teatro…
    è la traduzione delle traduzioni, quella che è antonomasia per il pubblico italiano…
    evocativa, passionale, letterarissima, tutta intenta a rendere un italiano sontuoso, leggibilissimo, scorrevolissimo, pieno di richiami cólti, di potenza sonora, di arrovello sentimentale…
    certo, l’idea di adattare tutte le sensibilità letterarie di Ibsen, così nordiche e locali, ad altre sensibilità, così romanze, precipuamente italiche, o anche germaniche (Rho era un’esperta di letteratura tedescofona), è un’idea che, col tempo, ha fatto pensare a questa impresa appunto come un adattamento
    in Rho si legge un Ibsen italiano, della grande tradizione italiana, senza che quasi mai si spieghi cosa Ibsen volesse dire in danese/norvegese… quello di Rho è un Ibsen “grande autore italiano”…
    per cui, se andassimo a vedere nel dettaglio le meravigliose soluzioni di Rho, vedremmo che Rho ha carpito un senso generale dei drammi, e quel senso lo ha proposto, magnificamente, in italiano, ma tutti i particolari, le unicità, i doppi sensi, le specialità “udibili” solo in Norvegia, e spiegabili solo con perifrasi e note a pié di pagina, Rho li ha tutti saltati
    può non essere un male per la lettura di piacere, ma appunto certi sensi, la traduzione di Rho sceglie di non coglierli, perché avulsi dalla sensibilità letteraria italiana, e quindi certi sensi nella sua lettura di piacere non arrivano, e molto sottotesto si perde… e Ibsen è spesso il gigante del sottotesto…
  • 1962: l’impresa Mursia di Alfhild Motzfeldt Tidemand-Johannessen…
    è la traduzione che si contrapponeva a quella di Rho per adesione al dettato norvegese con molta attenzione ai particolari…
    certamente meno efficace per la lettura disinvolta in italiano, è però una traduzione vera, con eccellente disamina, anche filologica, di cosa Ibsen intendesse…
    risente, oggi, certamente di vecchiaia, e di un trattamento un pochino sbrigativo di certe forme: spesso riferisce certi pronomi al personaggio sbagliato!
  • 1966: Tutto il teatro di Ibsen dell’editore Gherardo Casini…
    è stata un’impresa discontinua, ma allora ha avuto una certa diffusione…
    a traduzioni nuove ne ha affiancate alcune di quelle ottocentesche composte per Kantorowicz…
    alcune delle traduzioni nuove sono poi finite in Newton Compton, almeno dal 1973…
  • 1973: la Newton Compton…
    come sempre nelle sue edizioni da pesca a strascico, i libri di Ibsen della Newton (divisi in vari formati, da I capolavori a Tutto il teatro, ovviamente tutti ristampati, pressoché identici, anche oggi: credo che l’ultimo “aggiornamento” degli apparati introduttivi sia databile al 1993) affiancano traduzioni scientifiche a ricicli di versioni antidiluviane…
    quelle più accorte, cioè quelle di Lucio Chiavarelli (molte già proposte nel 1966 per Casini), Luigi Squarzina, Giulio Platone o Giuseppe Ottaviano non sono male a livello di lettura immediata…
  • 1982: l’impresa UTET, curata da Alda Casagnoli Manghi e Hanne Coletti Grünbaum…
    nel 1991 è stata riproposta da TEA…
  • 1986: i Drammi scelti dei Libri di Gulliver di Rimini, con traduzione di Amos Mannini…
  • 2009: la sistemazione di Roberto Alonge e soci…
    dagli anni ’80, Alonge si è messo seriamente a occuparsi di Ibsen per varie case editrici, soprattutto per Mondadori…
    nel 2009 riunisce tutte le sue traduzioni e, insieme ad altre condotte da Sandra Colella, Giuliano D’Amico, Rita Maria Fabris e Franco Perrelli, le pubblica del tutto aggiornate con Rizzoli (la prima stampa credo sia stata per la collana Radici BUR e conteneva i 12 drammi grossi, quelli composti da Ibsen dopo il 1867, quelli che parlavano della Norvegia a lui contemporanea con intenti naturalistici, senza i miti e le leggende che aveva scritto fino al 1867)…
    negli anni ruggenti della filologia oltranzista imperante, Alonge trasla il danese di Ibsen quasi parola per parola: la leggibilità e la scorrevolezza vanno a spasso, e si può dire tranquillamente che a una lettura immediata e asciutta non ci si capisce niente, ma gli apparati esegetici, e, soprattutto, l’amplissimo commento nelle note, fanno carpire molto bene al lettore italiano cosa Ibsen intendesse, e inquadrano ottimamente la sua poetica nell’arco culturale coevo, trattando tutta l’opera di Ibsen quasi come un blocco unico, sottolineando identità, ricorrenze, topos e stilemi comuni a tutti i drammi…
  • 2024: il Meridiano di Mondadori, a cura di Franco Perrelli…

Solo le versioni di Alonge e di Perrelli riproducono i corsivi e i trattini così come li ha posti Ibsen…
nessuna delle altre traduzioni italiane usa il corsivo e praticamente nessuna usa i trattini…
Tidemand-Johannessen, al posto dei trattini, usa spesso i puntini di sospensione, ma non sempre…

oggi, per fortuna, i corsivi sono ben visibili nella versione online dell’Edizione del Centenario, curata dall’Università di Oslo, che finalmente abbandona l’abitudine tipografica di Gyldendal (e, a differenza delle digitalizzazioni dei manoscritti, è a libero accesso)…

Le traduzioni italiane, tutte condotte su edizioni Gyldendal con la spaziatura, ignorano i corsivi perché non hanno colto la spaziatura?

Nessun traduttore italiano ha controllato sui manoscritti?
Forse no: non compete al traduttore vedere i manoscritti…

Ma i trattini? Perché non renderli?
Perché il trattino è un simbolo estraneo all’italiano, e quindi i puntini di sospensione rendono meglio l’idea?

Oppure, essendo l’opera di Ibsen considerata roba letteraria fino agli anni ’80, i trattini e i corsivi, troppo scenici, furono scientemente tolti per rendere i suoi drammi qualcosa da leggere invece che da recitare, in un tempo in cui drammaturgia e testo scenico erano difficili da discernere: in Italia, a teatro, hanno parlato come un libro stampato fino al secondo dopoguerra…

Guardando Twin Peaks, con i suoi cavalli bianchi di presagio di morte, non si sospetta che quell’immagine deriva da Rosmersholm

e anche certo immaginario burtoniano, dalle parti di Sleepy Hollow, col mulino stregato, si può rintracciare in Rosmersholm, anch’esso minacciato da una sorta di maledizione del mulino…

inoltre, come molti drammi psicologici di oggi, Rosmersholm non è lineare: nasconde anfratti e risacche di flashback…

si comincia in medias res, con il preside Kroll che va a trovare il pastore Rosmer nella sua villona nobiliare (appunto Rosmersholm)…
emergono alcuni dettagli:
la moglie di Rosmer, Beate, si è suicidata da un anno: si è buttata nella ruota del mulino…
si dice fosse “malata di mente” da un po’, tanto che Rosmer, per accudirla, aveva “assunto” una ragazza del Finnmark (una Sami?), Rebekka West, che si è aggiunta alla governante, la signora Helseth…
Kroll è il fratello di Beate, e si capisce che per un anno intero dopo la morte di Beate non ha più visitato Rosmersholm… per quale motivo?

Kroll vede che West è quasi padrona a Rosmersholm, ma non è la sua preoccupazione principale al momento…
il dramma è che un partito radicale, innovativo e progressista, si appressa a prendere il potere (nello Storting norvegese? solo a livello locale?): Kroll è un conservatore, e strepita e sbraita contro la condotta libertina che imprimerà quel sozzo partito, capitanato da Peder Mortensgård, anche redattore della rivista radicale che butta merda sul bigottismo di Kroll e compagni…

Kroll è sicuro che Rosmer, pastore luterano, farà endorsement per i conservatori…

invece, a un anno dalla scomparsa della moglie, Rosmer pare aver perso la fede, ed essersi spretato
e non solo, dichiara di appoggiare apertamente il partito radicale!

Kroll è sconcertato

e si capisce essere stata West l’influenza malsana e negativa ad aver impresso il nefasto progressismo nella mente di Rosmer…

ma l’andazzo sembra generale: anche il vecchio maestro filosofo di Rosmer, Ulrik Brendel, squattrinatissimo, ubriaco e squinternato, pare dedito alla causa radicale, e si dichiara vero ammiratore di Mortensgård!

il casino privato è che West e Rosmer vivono nella stessa casa senza essere sposati, e che West è davvero l’influenza emancipatrice di Rosmer…

tra i due c’è amore?

c’è sesso?

il dramma centrale è proprio su quello…

per quella convivenza inopportuna di un uomo e una donna non sposati Kroll è rimasto un anno senza andare a trovare il cognato?

intanto che si dipana la tragedia, con West e la signora Helseth a vedere in continuazione cavalli bianchi di sventura in riferimento alla melliflua presenza, forse fantasmatica, di Beate, ancora imperante a Rosmersholm, insieme agli arcigni e numinosi ritratti dei vecchi esponenti nobili della famiglia, esposti dappertutto sulle pareti, Rosmer cerca di avvicinare Mortensgård per ufficializzare il suo endorsement, ma, sorprendentemente, Mortensgård non si dimostra interessato: per Mortensgård era importante un endorsement di Rosmer quando era ancora pastore, così da assicurarsi più voti tra i borghesi moderati: adesso che Rosmer è spretato e, non solo, convivente con una donna senza essere sposato, è in pratica un radicale fatto e finito che farà rifuggire tutti i moderati verso il voto ai conservatori di Kroll…

non solo:
Mortensgård dichiara di aver ricevuto una lettera da Beate in cui ella diceva che c’erano influenze negative a Rosmersholm, atte a traviare l’ortodossia religiosa di Rosmer… ma, nonostante questo, Beate pregava Mortensgård di non credere alle dicerie che circolavano su fatti peccaminosi che si stavano, secondo le malelingue, consumando a Rosmersholm, e di non farne parola nel suo giornale radicale (Beate temeva la pubblicazione di questi incomodi pettegolezzi sul giornale di Mortensgård, poiché Rosmer, ai tempi pastore, negò l’assunzione del radicale Mortensgård in una scuola, e aveva paura che Mortensgård si vendicasse della cosa rendendo pubbliche le diffamazioni sul giornale: Mortensgård veniva percepito come un libertino, perché conviveva, e aveva figli, con una donna ancora sposata)…

la lettera non la consegnò Beate di persona a Mortensgård, ma la affidò a Helseth, che venne anche lei a conoscenza dei pettegolezzi peccaminosi su Rosmer…

intanto, che Rosmer sia in odore di radicalismo lo rende bersaglio del giornale conservatore, diretto proprio da Kroll…
e leggere gli articoli avvelenati incupisce molto Rosmer…

e a vederlo cupo interviene West, i cui discorsi ci fanno vedere un po’ più chiara la cosa…

West era arrivata dal Finnmark, figlia adottiva di un medico condotto, assegnato alle remote regioni nordiche…
Beate la prende con lei per consolare la sua psiche per il mancato arrivo di un figlio…
è per la mancanza di prole che Beate, secondo tutti, ha “perso la ragione”…
e dalla mancanza di prole derivano certe tetraggini di Rosmersholm, un posto in cui, si dice, nessuno ride mai che, anzi, sta contaminando col suo grigiore tutta la città: una città sempre più priva di gioia che forse il governo radicale potrà far rinascere…

West sembra voler spazzare via le dicerie, incoraggiando Rosmer a vivere la sua vita senza Beate, senza pregiudizi e fregandosene delle opinioni altrui…

però, il vedersi attaccato dagli ex amici conservatori, e la consapevolezza che Beate aveva scritto su peccaminosi eventi perfino a Mortensgård fanno concludere a Rosmer che Beate e la popolazione cittadina vedono nella sua amicizia con West un problema…
…e allora chiede a West di sposarlo!

…ma West rifiuta!

il giorno dopo sopraggiunge Kroll, che ha indagato su West…
potrebbe essere la figlia effettiva e non adottiva del medico condotto e a tale notizia lei sclera, implicando, nel sottotesto, che lei è stata amante del medico condotto proprio perché sicura fosse stata adottata, ma invece potrebbe aver commesso incesto!
non solo: è ovvio che è stata lei a sobillare Beate seducendo mellifluamente Rosmer, così tanto farla impazzire e suicidare!

ma tra Rosmer e West non sembra esserci davvero stato mai nulla di fisico, anzi…

dopo che il pazzoide Ulrik Brendel ritorna, ancora più ubriaco, a dire che dovrebbero tutti votare Mortensgård non per ideologia ma proprio per mancanza di ideologia e per puro spirito utilitaristico del «farsi i cazzi propri», a Rosmer tornano i rimorsi di coscienza… e, nel confronto in merito con West, emergono altri fatti…

West ammette di essere arrivata a Rosmersholm, povera in canna dopo la morte del padre/amante, solo per arrampicarsi socialmente: il suo scopo, lo dichiara, era quello di “uccidere” in qualche maniera la disturbata Beate, folle per non aver avuto figli, e poi prendersi il malloppo…

…poi, però, dice di essersi innamorata di Rosmer…

ma la natura di quell’amore, del tutto privo di carnalità, l’hanno fatta desistere dallo scopo…

e tra lei e Rosmer è sbocciata una sorta di amicizia, la cui solarità ha liberato Rosmer dalla condizione di simil-vedovo contrito accudente una povera sconvolta: lo ha portato a riflettere davvero sulla sua fede, che comincia ad abbandonare mentre Beate è ancora viva (e la cosa suscita la preoccupazione di Beate), e a pensare di abbracciare il partito radicale invece del conservatore…

ma la sola presenza a Rosmersholm di West, e la loro amicizia così evidentemente influente sul carattere e la politica di Rosmer, hanno attizzato i pettegolezzi del paese… che hanno iniziato a speculare di relazioni amorose tra Rosmer e West…

ma tra loro non c’è mai stato sesso, e la stessa Beate ne era convinta, ma aveva altresì visto la presenza dell’Amore: cosa che le ha fatto scegliere di farsi da parte, uccidersi (lei sterile, e quindi donna inutile nella sua forma mentis conservatrice), così da poter far sposare West e Rosmer “normalmente”…

ma qui c’è una sorta di colpo di scena emotivo:
queste “confessioni” di West suscitano in Rosmer una specie di conservatorismo di ritorno…
per Rosmer, che pochi minuti prima voleva sposare West, il “fatto” che il suo rapporto con West ha avuto “parte in causa” nel suicidio di Beate, rende quel rapporto nefasto e, soprattutto, colpevole
una colpa che, nella filosofia conservatrice luterana, va emendata: non c’è radicalismo politico che tenga: certi schemi morali sono immortali e ineliminabili nella mente di un pastore, sia esso spretato o no!

West è dispiaciuta, perché le piaceva tanto vedere il suo amato/amico finalmente liberarsi dalla cappa fumosa dei sensi di colpa e del dolore religioso… e invece proprio lei, adesso, ha riportato la stessa cappa, solo dimotrandosi sincera…

c’è di più:
per il bigottismo di Rosmer, nonostante la dichiarazione di matrimonio con West per “regolarizzare”, l’Amore neutro e non sessuale, era meglio di quello sessuale…
però, nella confessione di West, Rosmer scorge che, almeno all’inizio, un desiderio di West verso di lui c’è stato: e quindi il loro Amore platonico, in senso luteranto, è sporcato dal sesso, dal desiderio, e quindi è sozzo!

senza mai dimenticarsi il sottotesto:
West potrebbe aver rifiutato la regolarizzazione della sua presenza a Rosmersholm con il matrimonio solo per calcolo conservatore: già la sua sola presenza a Rosmersholm ha innescato pettegolezzi fin da subito, e quindi figuriamoci se, dopo il matrimonio in salsa radicale, Kroll avesse scritto sulla gazzetta conservatrice i suoi sospetti che West è un’incestuosa! Sarebbe stata la rovina sociale per Rosmer, radicali al potere o meno!

sicché, nell’ultimo dialogo, assistiamo a un capitombolo politico-morale bello grosso:
nonostante la necessità avvertita da tutti di avvicinarsi a un mondo più libero, senza costrutti sociali e pettegolezzi, più vicino alle idee radicali (vedi anche l’allusione alla mancanza di risate nel paese), i personaggi si trovano ad ammettere che certe questioni, certe scemenze autoimposte moraleggianti, sono inamovibili, e governano il cuore delle persone…

e, sorprendente, arriva da Rosmer una proposta folle:
se West si buttasse anch’essa nella ruota del mulino, come Beate, West monderebbe la colpa dell’amore fedifrago, consumato o no, latore di sciagura su Rosmersholm, visti i cavalli bianchi e il probabile fantasma di Beate che circola nella villa…

ancora più sorprendente, West, la radicale e impudica forse incestuosa amazzone che tanto ha sbraitato per la liberazione del suo amato Rosmer dalle maglie ancestrali del conservatorismo e del luteranesimo ingordo di sensi di colpa anche dove non ci sono, accetta di suicidarsi!

in un rigurgito di neuroni specchio o di tarda lucidità, Rosmer capisce che anche la sua condotta, che ha tentato il radicalismo senza riuscirci (un po’ come Ulrik Brendel senza però avere l’epifania di rassegnarsi all’utilitarismo), che ha subìto tutto (il suicidio di Beate e l’amore di West) senza alzare un dito, e che non è riuscito a essere davvero né conservatore né radicale, è stata anch’essa uno schifo…
e decide di gettarsi anche lui nel mulino insieme a West…

avviandosi alla morte, Rosmer e West sentono che il loro amore, adesso che diventa ultraterreno, al di là della vita, fuori dall’immanente del corpo, della società, della stessa psiche, è davvero compiuto: si sentono una persona sola!

mentre si gettano nel mulino, Helseth vede tutto dalla finestra: vede la sciarpa bianca, il bianco sepolcrale dei cavalli bianchi fantasmatici, che West e Beate avevano cucito insieme…
e conclude che «la signora buon’anima li ha presi», oppure «l’anima della morta li ha presi», o «la morta li ha portati con sé»…
non parla della Morte, ma proprio di Beate, che, secondo Helseth, ha agito, dall’al di là, su tutta la storia, sui sensi di colpa e sulle masturbazioni mentali di Rosmer e West… per vendicarsi?
Beate appare quasi come il fantasma di Madison Frank alla fine di What Lies Beneath di Zemeckis (2000)…

dramma borghese di pregiudizi e forme e convenevoli, che apparentemente cerca un connubio tra radicalismo e conservatorismo che sembra però pendere verso il conservatorismo, Rosmersholm è anche pieno di superstizioni soprannaturali, di giochi del “destino”…

e tra incesti e repressione sessuale luterana, trovare significati psicanalitici è un lampo, e lo stesso Freud ha analizzato l’opera secondo le sue idee nel 1916…

un senso di colpa inestinguibile, che quasi si materializza in fantasmi attivi nel dare la morte, e in ombre di cavalli bianchi in giro;
i complessi di Elettra perfino incestuosi che insozzano la libertà;
l’obbligo di prendere posizione in una società troppo irreggimentata e divisa tra due componenti, un Es radicale e un Super-Io conservatore, tra cui i personaggi o non sanno scegliere o non sanno mediare;
l’importanza degli altri, del pettegolezzo, e delle spiate, con West che origlia le conservazioni di Rosmer con Kroll, e con West e Helseth che guardano dalla finestra, non viste, le passeggiate nel parco di Rosmer, che si avvicina senza mai arrivare al mulino;
la paura del sesso e il suo sentirlo come una componente sporca delle relazioni interpersonali…

…tutto suggerisce una mente, o una stessa Norvegia, invischiata in gineprai tutti da potare e risolvere, ben sapendo che non si possono risolvere, perché il mondo è totalmente in balia di quei gineprai: i fantasmi agenti per vendetta suggeriscono che dalle secche del senso di colpa non si esce, e che la felicità, voluta, cercata e che, sulla carta, si cerca di ottenere anche con l’inganno (l’arrampicamento sociale di West), non esiste davvero, perché il rimorso e la paura degli altri, dei pettegoli e delle spie, ti affossano…

e l’Amore è solo “sogno” irrealizzabile se non nell’ideale, in un non mondo di pensiero: un Amore che non può esserci nel divenire dell’esistenza ma lo si può carpire solo fuori dal tempo, fuori dalla vita, nel puro mondo delle idee della morte, del non esserci… dopo Wagner, ma un pochino prima di Maeterlinck (ma siamo lì: Pelléas et Mélisande è di soli 7 anni successivo a Rosmersholm)…

Ordet di Dreyer (1955) è dietro l’angolo nella concretizzazione di una dimora logora di morte e zeppa di passato e di oppressione religiosa, ma Ibsen, nonostante ritenga necessaria una implementazione religiosa nelle sane aperture libertarie radicali, non finisce tutto in catechismo, anzi, la zampata fantasmatica finale suggerisce che ben altre forze impongono il conservatorismo di ritorno, quelle numinose interne del senso di colpa (sì religioso, ma religioso in modi tangenziali) e delle leggi di natura: quasi alla Sofocle, alla Antigone

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