La non poca, ma tutto sommato elusiva, documentazione rimastaci sul rapporto tra Brahms e Čajkovskij ci restituisce, bene o male, un Čajkovskij completamente estraneo all’estetica musicale di Brahms, forse un po’ “fomentato” da una leggera dicotomia giornalistica: nell’eterno contrasto tra germanesimo e slavismo, e tra wagnerismo e tutto il resto, Čajkovskij, 8 anni più giovane di Brahms, veniva sempre scalzato da Brahms nelle classifiche serie, a dispetto del successo popolare: Brahms, già dagli anni 1870s, veniva incluso sempre di più in una triade delle 3B, Bach-Beethoven-Brahms, e Schumann, nel 1853, lo aveva già vaticinato come il più grande compositore del mondo, mentre Čajkovskij, nonostante il favore del pubblico, si vedeva sfuggire la grande intellighenzia “europea” (nel senso di “tedesca”), poco incline a considerare “bella” qualsiasi cosa non fosse tedesca, e meno che mai roba che veniva dalla Russia, che era una sorta di “Asia” (secondo Metternich, nel 1815, l’Asia cominciava al di là della Mariahilfer Straße a Vienna)… anche nell’antiwagnerismo, il furente anti-wagneriano Brahms tuonava molto più forte di Čajkovskij, odiatore wagneriano a chiacchiere sui giornali, ma tutto sommato ammirato “imitatore” di Wagner nelle opere…
Quando però Čajkovskij incontrò Brahms, nel 1888 a Lipsia e nel 1889 ad Amburgo, si stupì assai di trovarlo umile (per i 20 anni precedenti, basandosi sulla sua musica, che recensiva per le riviste russe nella temperie dicotomica che si diceva, se l’era immaginato tronfio e borioso) e con un carattere alcolico molto simile al suo…
lo invitò perfino in Russia, in tour (a Lipsia, Čajkovskij aveva convinto Massenet, Dvořák e Klindworth a fare concerti a Mosca), ma Brahms non se la sentì di fare trasferte, e in posti così “lontani”, lui che, nella vita, non andò mai al di là di Budapest a Est e mai al di là di Utrecht a Ovest (a Sud pare si sia spinto addirittura a Catania e a Taormina, durante un sacco, almeno 8, villeggiature italiane)…
dopo questi incontri, Čajkovskij non cambiò idea sulla musica di Brahms (ancora nel 1892, nelle interviste, diceva che Brahms non aveva lasciato granché alla tradizione musicale tedesca [!?] e che era solo un «matematico» della musica), ma ce la mise tutta, almeno, per parlarne male con cognizione di causa: dal 1888 in poi, i suoi allievi (Taneev, Kaškin e Laroche) testimoniano che alcune sinfonie di Brahms, ridotte per pianoforte, erano entrate nelle cose «da poter suonare» nelle vacanze estive a Majdánovo…
abbiamo meno contezza di cosa Brahms pensasse della musica di Čajkovskij, benché si sappia che Brahms era una persona molto cordiale e solidale con i colleghi: era come Mario Cipollini con i ciclisti del passato…
a settembre 1889 (solo 6 mesi dopo aver visto Čajkovskij ad Amburgo), Brahms incontrò (ancora ad Amburgo) l’editore “socio” di Čajkovskij (cioè il “socio” di Jurgenson), Daniel Rahter, e gli chiese con tanto affetto come stesse Čajkovskij…
chissà cosa sarebbe successo se Čajkovskij e Brahms si fossero incontrati prima del 1888…?
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Diego Ceretta ha diretto l’Orchestra della Toscana, con Francesca Dego al violino
hanno eseguito:
- il concerto per violino e orchestra, op. 77 di Brahms
- Io cammino muovendo le dita per violino solo, di Nicola Campogrande, in prima esecuzione italiana: è basato su una poesia di Giuliano Dego, padre della violinista (scomparso nel 2020)
- la Patetica di Čajkovskij (la n. 2 di Symphonies)
era l’inaugurazione della stagione concertistica, con i salamelecchi di Eugenio Giani e, in platea, Daniele Rustioni (tutt’oggi, credo, ancora direttore emerito dell’ORT, e compagno di vita di Francesca Dego praticamente da quando erano adolescenti) e Carlo Fuortes, boss del Maggio Musicale Fiorentino…
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la cosa veramente carina nel vedere Dego suonare è che fa tutto come se fosse facilissimo…
non si sbraccia né strapazza, non muove il busto, né dondola come una campana mentre suona: sta piantata come un albero e suona: muove l’arco e si appoggia alla mentoniera come se fossero gesti che possono fare tutti, di una facilità limpida…
Ceretta è un ottimo accompagnatore, e il concerto di Brahms è filato via con grazia e smalto…
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la composizione di Campogrande (compositore che non è raro sentire con l’ORT) è praticamente una commissione di Dego: è stata eseguita in prima mondiale a Sapporo, lo scorso gennaio, e subito è arrivata a Tokyo; a maggio è giunta a Granada, e adesso in Italia: dopo Firenze andrà a Ferrara e al Dal Verme di Milano…
dura molto poco, e ha l’accortezza di non essere per nulla post-moderna…
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nella Patetica, Ceretta ha sbalzato benissimo gli ottoni, e ha ottenuto un suono orchestrale mirabolante…
ha intesto la passione dal punto di vista tecnico, puntando sul virtuosismo dell’intensità sonora invece che nell’ampliamento dei tempi e delle forcelle, in ogni caso millimetricamente rispettate…
ne è sortita una Patetica poderosa ma tutto sommato asciutta, che ha molto concentrato la disperazione in grossi arrovelli di suono, ariosi e maestosi, ma mai né lenti né davvero disperati…
una Patetica molto diversa dall’ultima che ho sentito dal vivo al Maggio, con Gatti (nel 2023), che era molto enfatizzata nella metrica e nei contrasti: Ceretta è stato molto più simile a grandi esempi discografici, per esempio quelli di Kurt Masur, Seiji Ozawa o Zubin Mehta, e ha scintillato per tecnica ed esattezza, per precisione e azione, scovando una Patetica quasi “novecentista”, madre di Stravinskij e Šostakovič… molto interessante, in questo senso, il cambio di tempo tra due sezioni vicine del terzo movimento: alla grande marzialità slava, ribattuta più lenta, sono seguiti i fuochi d’artificio, prima dell’esplodere dei piatti, assai velocizzati: la cosa ha dato all’episodio una grande carica sovietica più che russa: una soluzione davvero acuta…
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è stato molto divertente vedere Dego, tra il primo e il secondo movimento, zampettare leggera, dopo il cooling post-concerto, per andare in platea accanto a Rustioni, ratta ratta e zitt zitt come uno spettatore in ritardo!
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