Wicked, part I

Io non ho un buon rapporto con l’universo di Lyman Frank Baum…

Provai, un tempo, a comprare una traduzione seria, ma nonostante alcune buone edizioni esistenti in commercio, la natura di libro per bambini mi ha sempre fatto trovare prodotti scadenti…
basti pensare che una casa editrice blasonata come Einaudi ha in catalogo un lussuoso Libro di Oz nei Millenni, curato da Chiara Lagani nel 2017, che raccoglie tutti i 14 libri sul tema scritti da Baum, ma in versione orribilmente, arbitrariamente e grossolanamente TAGLIATA, con interi capitoli ridotti a riassunti… che vergogna!

Ho provato a consolarmi, molto di recente, con soltanto il primo libro, ma anche lì sono incappato in una traduzione vecchia come il cucule (di Nini Agosti Castellani del ’44), e solo pochi mesi fa mi sono riappacificato con la materia quando ho ascoltato Jasmine Trinca leggere la non esaltante, ma comunque buona, traduzione di Masolino d’Amico (del ’78) in un audiolibro di Eamon…

Sicché tutto l’ambaradan di universo di Oz non mi ha mai davvero toccato, né interessato… e quello che ho sentito letto da Trinca mi è sembrato sì un ottimo testo psicanalitico per la crescita dei bambini, con le funzioni proppiane al punto giusto, ma non così esaltante da giustificare una simile superfetazione… i libri davvero non si contato (Ruth Plumly Thompson ne ha scritti altri 20, per esempio)…

Però, sarà perché è un testo americano, o perché alla gente piace rimestare nelle cose che lo hanno spaventato nell’infanzia (e il primo libro di Baum non era esente da certi particolari crudi), la pletora di adattamenti, intellettualizzazioni e rivisioni ci ha inondato…

ma anche da quella pletora, davvero casualmente, sono stato toccato solo a livello marginale, io che da piccolo ho detestato tutto quanto fosse per bimbi (anche Roald Dahl) tranne Michael Ende…

Il film del 1939 di Victor Fleming credo di non averlo mai visto tutto…

Return to Oz di Walter Murch dell”85, effettivamente l’ho visto più volte e l’ho adorato (dovrei parlarne)…

Oz, the Great and Powerful di Sam Raimi del 2013, bah, sì, l’ho visto, e ho apprezzato quello che fu forse l’unico tentativo di rendere metacinematografica la vicenda, con lo Wizard che è puro cinema… ma, tutto sommato, a parte Mila Kunis, non mi disse niente…

e l’unica intellettualizzazione del romanzo che mi è davvero piaciuta è stata Zardoz di John Boorman (1974), che però è tutta un’altra cosa…

Mai visto The Wiz (in teatro nel ’74 e al cinema nel ’78)…

Non ho mai neanche sospettato l’esistenza del romanzo Wicked di Gregory Maguire del 1995, e il musical su esso basato, di Stephen Schwartz e compagni, allestito a Broadway e in tutto il mondo da Joe Mantello dal 2003 in poi, non l’ho mai lambito…

ma di quel musical hanno fatto il film…
grande successo…
che mi è toccato vedere…

Quello uscito alla fine del 2024 è l’adattamento soltanto del primo atto del musical, con un’odiosa scritta To be continued alla fine…

I problemi che ho con questo film sono tutti per motivi riguardanti il gusto personale…

  • quando prendono le funzioni proppiane e ci fanno lo switch, con i buoni che diventano cattivi solo «così per cambiare», nell’illusione di stare raccontando una vicenda diversa dall’ipotesto, mi fanno sempre incazzare (vedi Maleficent)…
    il cambiare buono con cattivo e sentire le ragioni del cattivo, che quindi si devono inventare per forza al di là della semplice funzione proppiana del cattivo, mi fanno ridere… viene fuori la storiellina tanto carina che i cattivi, poverini, sono solo buoni mancati e che è stata la società sconcia e crudele che li fa agire malamente…
    sicuro…
    vorrei davvero vedere davanti a un trumpiano convinto, a un phasho conclamato, o al razzista del Ku Klux Klan se si possono tirare fuori ‘sti discorsi, come ho già sentito fare con la vittoria di Trump del 2024… sicuro che si deve dare la colpa alla società capitalistica che si sta cannibalizzado da sola producendo mostri che conducono alla fine della democrazia, ma di lì ad adorare i deficienti col cappuccio bianco perché, poverini, non hanno studiato, o il cretino col fucile che spara perché, disgraziato, i genitori lo picchiavano, non mi sconfinfera più… e la fiducia nell’umanità, che di fondo sarebbe buona, come implicano tali operazioni, non mi convince più come un tempo…
  • dopo la pandemia del 2020, tutte le storie che blaterano di quanto ci sia la masterfiction odiosa e prevaricante, che solo l’additato cattivo smaschera, con il cattivo che è un eroe e con il governo che «ci prende per il culo facendoci odiare l’un l’altro con storie finte», mi sembrano volgari complottismi della fava invece che inconsce metafore di autocoscienza come dovrebbero essere…
  • la cosa è aggravata quando, alla maniera di quella scemenza moralista del Dark Knight di Nolan (2008), l’additato da tutti come cattivo, già eroe del complottismo, si mette ad «accettare» di essere il cattivo di turno, perché «quello è il suo posto»…
    ma come?
    o non sei venuto fuori per smascherare le bugie orribilmente razziste del governo? e sicché cosa ti metti ad accettare di essere il cattivone di turno?
    allora lo vedi che la funzione proppiana di essere il cattivo la abbracci?
    e se la abbracci allora perché la fai lunga buttandola sul politico pensando di essere democratico (perché nella trama sei contro il razzismo) ma finendo per essere repubblicano (perché fai essere democratico quello che è un complottista riconglionito: vedi i disastri dell’ultimo Matrix)…
    ancora più grave sarà, alla fine dell’imminente secondo film (che vi spoilero, tanto è roba di 20 anni fa), il far credere a tutti che quella che era buona invece era cattiva perché di un cattivo c’è bisogno altrimenti la gente dà di matto e non sta bene insieme…
    ma che cazzo!?
    hai lottato tutta la vita CONTRO ‘ste stronzate, proprio quelle che hanno creato falsi nemici e razzisti, e alla fine accetti tu stesso di essere il cattivo che fa da falso capro espiatorio per una popolazione testa di merda che ci crede???
  • ed è ancora più aggravata quando il tale che per tutta la vita additano come cattivo finisce per essere cattivo davvero!
    ma che stronzata è?
    non solo!
    stanno, anche molto efficacemente, a rappresentare una fantastica fantasy del razzismo più becero, ma poi fanno concludere al nero (in questo caso al verde) che siccome ha sofferto tanto allora è giustificato a incazzarsi e a «dare ragione ai razzisti» diventando la merda che tutti dicono che è sempre stata…
    una roba oggi di moda, vedi la coglionata di VVitch di Eggers (2015) e quella vomitata di Saltburn, ma davvero insopportabile (anche questa provate ad applicarla al Ku Klux Klan)…
  • quando il posmodernismo di Rosencrantz and Guildernstern are dead (di Tom Stoppard), che era di 60 anni fa e quindi avrebbe anche fatto il suo tempo, viene applicato al semplice giochino dello switch tra buoni e cattivi, invece che a una riflessione su chi è protagonista nella vita, con tutte le implicazioni filosofiche del caso (il marginalismo, la discriminazione, la dittatura dell’Agenda setting, il crogiuolo darwinista sociale della moda e del normale), mi fa rinvoltolare lo stomaco…
    soprattutto quando a ingarbugliare l’idea ci sono troppe fanfaluche (vi spoilero che è Goldblum il vero padre di Elphaba: bella cacchiata)…

Ci ho visto qualcosa di interessante:

  • la rappresentazione del razzismo è effettivamente prodigiosa, davvero da far vedere nelle scuole: che lei sia verde, in mezzo a un sacco di buzzurri vestiti come idioti, e che sia però l’unica a essere additata come diversa, è un ottimo modo per sottolineare l’assurdità della discriminazione…
  • che siano gli animali il capro espiatorio designato è visualizzato molto bene, in senso anche antispecista: gustoso…
    peccato che nella vicenda, l’accettazione di Elphaba di essere la cattiva farlocca renda inutile questo positivo espediente…
  • l’amicizia tra Grande ed Erivo è molto carina, ed è bello vederci l’archetipo dell’amicizia tra Ortega e Myers che tanto è stata adorata l’anno scorso (vedi Burton VI): anche quella, spacciata come geniale idea di Gough & Millar, viene da un musical di 20 anni fa…

Per il resto, da sempre questi film sono l’allestimento augmented di macchina da presa di quanto scenografato a Broadway o al West End: le eccezioni sono sempre le solite e risapute (e Jerome Robbins, e Burton [di nuovo, vedi Burton V], e Jewison [che però ha lavorato senza conoscere il musical] ecc. ecc.), e la natura della musica di Schwartz, con solo un singolo richiamo tematico, con le canzoni non determinanti per la trama ma simili ad arie metastasiane, ricche di gorgheggi vuoti, studiate come singole canzoni pop a sé stanti invece che narranti una diegesi, non aiuta affatto…

La gente coinvolta è gente di teatro filmato, gente paragonabile a David Yates o alla povera Cathy Yan

Jon M. Chu, con Alice Brooks, opta per una non brutta impostazione alla Busby Berkeley (vedi i 38 momenti cardine): in una scenografia da teatro, la macchina da presa va in mezzo ai ballerini che ballano come se non esistesse…

Brooks allestisce bene i colori e il povero Nathan Crowley, oramai ombra del geniale scenografo che è stato per Nolan, costruisce set impossibili, con zero significato se non quello di puro palco, puro appoggio di una scenografia di servizio, lussuosa quanto inutile…

Chu usa la macchina da presa, dicevo, come mero espediente immersivo in uno stage teatrale soltanto gigantizzato e tridimensionalizzato, e scova pressoché zero gestica per gli attori con spesso zero inventiva su cosa la sua macchina da presa debba tridimensionalizzare: la canzone I’m not that girl è semplicemente fatta da Erivo che cammina senza motivo: bella idea, complimentoni!…

lo split-screen su What is this Feeling? si rivela gratuito perché non si ripresenta mai più… poiché, al contrario di altri esperimenti non bellissimi ma che almeno ci provano (tipo il The Prom di Ryan Murphy), la natura fittizia degli iperbolici, inutili e sovradimensionati colori e ambienti non è MAI presa in considerazione per un discorso metacinematografico, che poteva starci anche nella componente bugiarda e complottara della trama…

le bestie di edifici costruiti, palesemente finti stage teatrali, e i colori che manco l’LSD ti fa vedere, che avrebbero potuto essere trattati come bugie, come glitter fasullo appunto da smascherare (come un po’ è in Baum: la Emerlad City è emerald solo perché il Wizard forza tutti a mettersi degli occhiali apposta per farti vedere la città emerald), o da interpretare, vengono trattati come effettivi, veri, come se la gente ci potesse credere e come se il mondo fosse così colorato come nel film… neanche in High School Musical (di Kenny Ortega, 2006) si arriva a tanto, anzi: si usavano i set in maniera molto più funzionale…

ma, d’altronde, lo stesso romanzo di partenza cadeva nel problema di veridicizzare un testo funzionalista
Nel 1995, Maguire fu osannato come intellettualizzatore del romanzo di Baum, ma le sue superfetazioni finto-filosofiche, ignorando la natura funzionalista proppiana di Baum, hanno finito per intellettualizzare solo la superficie di Baum, e cioè le farloccate misurabili del suo mondo, le scempiaggini quantitative, quelle da modellismo, da hic et nunc, da boiata immanente, quelle che anche i fan di Guerre stellari o Alien tanto adorano: quanto è grosso quello, cosa pensa l’altro, cosa fa tizio, com’era da piccino caio (alla fine ‘sta roba sembra quei video di TikTok che dicono «cosa vede la pizza appena la apri?» e altre sciocchezze)… non si è chiesto perché, ma si è inventato un come tutto suo, con cui baloccarsi da solo (vedi anche Ready Player One)…

e il film, quindi, perché avrebbe dovuto fare di più?
ha solo allestito la plastica che piace tanto ai nerdaioli, e ha fatto il modellino in cui vedere la gente che balla come in un carillon tanto carino quando soprammobile capace solo di prendere polvere: che tutto sia finto e che anche la trama lo denuncerebbe, se n’è fregato…

e non arriva al livello di latrina di Wonka (anche se i set, ugualmente di Crowley, somigliano: per fortuna Brooks ha la saggezza di non fare dei personaggi delle lampadine) solo grazie alla fulminea e fugace paura degli animali, resa come un’ombra cinese di paura: un’ombra che sarebbe stata cinema, tutta da sviluppare… ma hanno scelto di non farlo…

sì, sicuro…

tutti cantano bene e tutti meriteranno gli Oscar, soprattutto i tecnici, ok…

ma considerando che dura anche 2h e 40′ e che manco finisce, io sarei per disprezzarlo…

…con tutta l’anima forse no…

ma un po’ rosicando per il tempo perso e i soldi gettati forse sì…

6 pensieri riguardo “Wicked, part I

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  1. A me è piaciuto, soprattutto a livello canoro (interpretazioni pazzesche che ascolto su spotify) e di costumi.
    Per le scenografie, si erano un palco ma a me piacciono i set barocchi e molto colorati; meglio che nel finale con la CGI a mille.
    Poi per la storia di Elphaba ho pianto tantissimo, mi ci sono immedesimato. Per me lei non diventa ‘antagonista’ per dare ragione ai razzisti ma per dare a se stessa e agli altri un futuro migliore.

    Ecco, alcune volte la regia mi è sembrata fin troppo incerta (soprattutto nei momenti musicali) ma il film fila bene nonostante l’ENORME lunghezza

  2. Non ho visto Wicked, ma noto un paradosso: quando il suo regista Jon M. Chu ha diretto l’unico vero capolavoro uscito in questo decennio (Sognando a New York – In the Heights) il film ha incassato pochissimo, adesso che ha diretto un film da te disprezzato ha fatto una valanga di soldi.
    Tra l’altro proprio in questi giorni sto leggendo l’autobiografia di questo regista, ed è molto interessante, perché fa capire quanto sia difficile mandare in porto un film. Lo scoglio principale per un regista è convincere un produttore a finanziare la sua idea (e lì il regista deve dimostrare di essere un bravo venditore, altrimenti a Hollywood non gli fanno neanche portare il caffè); tuttavia, anche una volta ottenuto il finanziamento non è affatto detto che il film venga realizzato. Prima di tutto perché il produttore può riprendersi i soldi in qualsiasi momento, e poi perché, anche ponendo che il produttore rispetti i patti e non ci ripensi, si devono incastrare tanti dettagli affinché una sceneggiatura diventi un film.
    Jon M. Chu racconta che talvolta il film va in fumo (o comunque gli vengono tarpate le ali) perfino dopo la fine delle riprese. A questo proposito cita proprio “Sognando a New York – In the Heights”, dicendo che il produttore lo condannò al flop decidendo di distribuirlo in streaming lo stesso giorno dell’uscita nei cinema. Ergo, nessuno andò al cinema e se lo guardarono tutti gratis a casa (anche perché la pandemia non era passata del tutto, quindi molte persone ancora evitavano tutte le uscite non necessarie). Jon M. Chu non fornisce nessuna spiegazione per questa scelta del produttore (probabilmente perché era troppo cretina per poterla giustificare in qualche modo): si limita a dire che lui pur essendo il regista non poteva farci niente, perché il contratto dava al produttore la possibilità di prendere questa decisione unilateralmente. E così ha fatto, dato che il regista è venuto a sapere di questa decisione a cose fatte. Cosa ne pensi di queste vicissitudini?

    1. Se fai una breve e semplice “gita” nella sezione Development delle pagine Wikipedia inglesi dei film della Warner/DC di queste storie ne trovi a bizzeffe…
      Io che, per diletto, ho “studiato” (e se ne vedono purtroppo i frutti in questo blog) le carriere di Ridley Scott, Tim Burton, Steven Spielberg e Richard Donner, ne ho lette di ogni sulla “casualità” di cosa riesce a passare tra gli ostacoli delle majors…
      e ho anche, all’università, scorso assai l’ampia bibliografia sulla Hollywood classica (1919-1967) e New Hollywood (1968-) per farmi un’idea (illuminanti anche le memorie di Art Linson, Oliver Stone, Woody Allen e Terry Gilliam, tradotte in italiano, e Tom Mankiewicz, non giunte in Italia)…
      e che ne penso?
      che è così…
      è industria, è marketing, è business…
      trattare da “arte cinematografica” la roba frutto di questo mercato è difficile, così come per la letteratura e la musica, ma nel nostro tempo anche proporre qualcosa al di là di quel mercato è visto come pesante, perché non rispondente a un sistema rappresentativo “riconoscibile”…
      e che ci si vuol fare?
      così è!

      1. Anch’io ero al corrente delle malefatte della Warner già prima di leggere l’autobiografia di Jon M. Chu. E quella che è capitata a lui non è neanche la peggiore: infatti in quel caso la Warner ha distribuito il film nella maniera peggiore possibile, ma almeno l’ha distribuito. Nel caso di Batgirl invece ha deciso di non far uscire il film né in sala né in streaming nonostante fosse già stato completato, perché alle proiezioni di prova gli spettatori non l’avevano apprezzato. Pensa come ci sono rimasti tutti coloro che ci avevano lavorato, e anche gli spettatori che (come me) lo aspettavano a gloria.
        Comunque, il discorso “E’ business” lo potrei accettare se una decisione penalizzasse il film dal punto di vista artistico, ma almeno fosse funzionale a incassare qualche dollaro in più. Nel caso di Sognando a New York – In the Heights invece quella decisione ha portato il film a incassare di meno, e quindi questa giustificazione non regge. E’ semplicemente fuori da ogni logica. Grazie per aver risposto ad entrambi i miei commenti! :)

      2. Ma la “paura” e la “conservazione” dello statu quo è insita nel concetto di business…
        basta che un executive venga fuori con “nel primo weekend incasserà poco, sicché, dopo 3 giorni subito streaming, sennò il costo del trasporto per la distribuzione è più degli incassi”, oppure con “se questo film bello ma controverso lo vedono noi studio veniamo associati a questa o quella lobby, allora no”, oppure “abbiamo bisogno di conformarci con quella lobby, i cui adepti ci pagano i biglietti, allora non si fa uscire questo ma si pubblicizza con milioni di dollari l’altro”, oppure “questa cosa è troppo per il pubblico, quindi anche se si è prodotta, non la si fa uscire”, oppure “dai commenti su TikTok il nuovo trend è questo, quindi alcune cose già fatte non in linea con quel trend vanno a puttane”…
        l’industria è questo…
        il tutto quando le major, grazie alle compartecipate con le banche, i soldi non li perdono davvero mai…
        e il tutto con la continua ansia di promozione e replicazione di sfruttamento di quanto già fatto…
        per cui io ho smesso di cercare logiche varie, di fidarmi dei premi autopensati dalla stessa industria, e di andare dietro agli incassi, che non vogliono dire niente (quanti film sono diventati classici dopo l’insuccesso)…
        per questo penso che quando escono film anche solo “carini” sia già grasso che cola!

  3. Mi piace la letteratura per l’infanzia, ma nemmeno io ho mai amato Il mago di Oz. Ho visto il film di Fleming, bello per la colonna sonora, con Judy Garland troppo adulta per la parte… poi mi fermo qui, perché non è un mondo, quello di Oz, che mi abbia mai attratto

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