Continua il fiammeggiante Materia Prima Festival al Teatro Cantiere Florida a Firenze con questa lettura di Macaluso del classico pseudo-omerico tanto amato da Leopardi, che stilò 3 diverse traduzioni [1815 {Leopardi ha 17 anni e questa prima stesura mi risulta pubblicata nello Spettatore di Milano nel 1816}, 1821-’22 {non mi risulta pubblicata da Leopardi, ma senz’altro mi sbaglio: viene accolta nelle Opera Omnia scientifiche moderne: Wikisource, per esempio, la prende dai volumoni curati da Walter Binni ed Enrico Ghidetti per Sansoni nel 1969 e 1989}, 1826 {mi risulta pubblicata nell’edizione dei Canti della Stamperia delle Muse di Bologna del 1826, quella intitolata Versi}], in sestine di endecasillabi rimati (traduzioni un po’ diverse tra loro, vedi questo utile schemetto sinottico del portale PoesiaLatina), dell’originale greco, probabilmente opera di qualche ellenistico, e chissà, magari greco-romano, o, forse, di un romano che studiava greco in una città grecofona, tra il 150 e il 250 d.C., cioè la data di un papiro che conterrebbe stralci del testo, nella sua interezza pervenutoci da una tradizione manoscritta assai più tarda e variegata, che vede l’esemplare più antico (a parte il papiro lacunoso) nel codice Baroccianus 50 di Oxford, del 900-1000 d.C., ma con una molto più ampia mole di esemplari vergati nel ‘400 (almeno 47 le copie manoscritte “complete” databili al XV sec.)… [è difficile trovare nelle Wikipedie informazioni attendibili, che ho invece reperito nel volumetto The Homeric Battle of the Frogs and Mice, a cura di Joel P. Christensen ed Erik Robinson, London (etc.), Bloomsbury, 2018; di Leopardi, invece, cito dalle Opere a cura di Mario Fubini, Torino, UTET, 1977, nella ristampa 2000, e dai Canti della BUR, a cura di Franco Gavazzeni e Maria Maddalena Lombardi, Milano, Rizzoli, 1998, nella ristampa del 2007]
Macaluso sta in piedi a declamare quella che mi è sembrata prevalentemente la versione 1826 di Leopardi (usa l’avverbio “orribilmente” del fulmine di Giove, alla 19esima sestina del terzo canto, che però figura anche nel 1821-’22; nel 1815, Leopardi aveva usato “tremendamente” e aveva fatto cesura all’apparizione del principe Rubatocchi, così che nel ’15 quell’apparizione determina l’inizio di un quarto canto, e l’avverbio del ’15 è quindi nella sestina 6 di quel canto 4 poi scartato; e ho comunque “percepito” dei tagli alle sestine 21-22 del secondo canto), con intorno alcuni pannelli luminosi che indicano il nome del personaggio parlante, e tutta una struttura d’uso teatrale, che sembra lì “alla bisogna”, fatta di riflettori e una sedia… uno spazio che sembra modulato su un singolo declamatore epico, che potrebbe usare o non usare quelle attrezzature…
Macaluso è un declamatore davvero non male e utilizza una serie di accorgimenti che aiutano non poco:
la distorsione microfonica della sua voce per determinare le diverse voci del poemetto (il narratore e i personaggi, divisi tra le più auliche rane, gli squittenti topi e i maestosi dèi);
il riassunto di ogni canto, fatto da una voce fuori campo da stazione ferroviaria che parlava a ritmo dei lampeggianti riflettori (e che mi sembra abbia rispettato il quarto canto che Leopardi montò nel 1815);
e poi la musica (di Nicola Pedroni) e il sound design (di Marco Mantovani), che, con accenni alla Nintendo e a Super Mario Bros. (evidenti anche nel font dei pannelli designanti i personaggi), indica con diversi effetti sonori movimenti, azioni e perfino forme, che Macaluso, da solo sul palco, sì compone e accenna col suo corpo, vestito di una tuta nera quasi da ninja, ma che con la musica prendono davvero chiarezza…
Finisce che Macaluso sta in piedi, e più raramente sulla sedia rialzata in scena, in mezzo ai pannelli che si illuminano a seconda di chi parla (i topi hanno i nomi scritti in rosso, le rane in verde, gli dèi in blu), ad accennare movimenti che si compiono grazie all’apporto del suono e della musica da videogioco, e soprattutto a dire il poemetteo nei versi danteschi e polizianei di Leopardi (che dal 1830 al 1832 scrive una continuazione, i famosi Paralipomeni della Batracomiomachia, stavolta in ariostesco-tassiane ottave, che mi risulta pubblicata da Ranieri con Felice Le Monnier a Firenze nel 1842 [Leopardi è morto nel ’37])…
un qualcosa quasi di aedico, davvero alla Omero, se non direttamente brechtiano, anch’esso dichiaratamente epico…
Di momenti carini ce ne sono tanti:
quasi tutto il terzo canto è reso come una telecronaca sportiva, con Macaluso a mimare un telecronista davanti a uno schermo con la iconica “cuffia” alla Tonino Carino…
il tono da Super Mario contribuisce assai all’effetto parodico dello pseudo-omero, all’ironia ariostesca di Leopardi, e anche al distacco epico di Brecht…
la morale anti-guerra, con lo sfacelo dei granchi a sancire quella che, in un solo giorno, è stata una tremenda carneficina di quasi tutti e due gli schieramenti, che si erano opposti per cause private prima che per antipatie classiste (Gonfiagote, ovvero Fysíngathos, principe delle più “nobili” e vanesie rane, vede Rubabriciole, ossia Psichárpax, egli stesso principe dei ghiottoni, vanagloriosi e tutto sommato luridi e violenti topi, sulla sponda dello stagno e, un po’ seccato della sua vanagloria, cerca di dimostrare l’alto lignaggio ranesco proponendogli un passaggio attraverso lo stagno sul suo dorso: Rubabriciole accetta sottovalutando il pericolo di trovarsi in mezzo all’acqua e quando un serpe li vede e li punta per mangiarli, Gonfiagote si inabissa e lascia il topo al suo destino, che è quello di affogare, non prima di aver promesso vendetta urlando verso un altro topo, Leccapiatti-Leichopínax, testimone di tutto e lesto ambasciatore dell’accaduto nel reame topastro), è sempre una bella morale: e funziona molto bene veicolata con questo testo molto chiaro, nella laconica conclusione, nel sancire, con un repentino e molto intelligente cambio di registro, lo strazio delle conseguenze anche della più comica e parodica delle battaglie…
Macaluso è efficace nel lasciar parlare il testo e nel non sovrascrivere idee contemporaneiste al poemetto, che rimane universale: e il trattare il tema meno frontalmente è un diversivo rispetto all’impattante proclama letto da Motus nello spettacolo precedente, che per la stampa fiorentina è risultato chissà perché così polemico da rubare prezioso spazio in cronaca sia allo spettacolo in sé sia al festival tout court, che per quel proclama si è visto mangiare diversa comunicazione di quella che era l’inaugurazione…
ma rispetto allo spettacolo precedente, complicatissimo e intellettualoide e foriero di numerosissime tematiche, Macaluso ha portato a casa quello che, nizzole e nazzole, è stato un reading di un testo geniale e immortale nel suo messaggio antibellico armato di parodia e comicità “drammatica”, ma pur sempre un reading di uno che lavora con la voce, un po’ col corpo, ma che, a mio avviso, fa poco oltre che leggere…
ma questa è una mia idiosincrasia nei confronti dei reading, del tutto personale e del tutto estranea al plauso che il sempre numerosissimo pubblico del Florida ha garantito all’operazione, che è stata effettivamente ideale, con gli accenni ai videogiochi, a parlare ai molti ragazzini presenti, capaci, con quegli accorgimenti, di resistere a un testo leopardiano nella sua interezza in barba a tutti i pregiudizi sulla loro scarsa capacità di attenzione e sul loro rifuggire il complicato testo poetico in favore delle minchiatelle scervellate di Tik Tok: una bella dimostrazione di quanto i pregiudizi si sbaglino e di quanto sia facile ribaltarli con uno showing teatrale adatto!
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