The Holdovers

Oramai è un logoro topos che io mi lamenti della durata dei film…

è impossibile “giustificare” 133 minuti per un film così…

evidenti sono gli inserti drammaturgici assolutamente inutili dei primi giorni delle vacanze descritte, in cui si annoverano vita, morte e miracoli di semplicissimi comprimari che hanno il valore dei posaceneri negli spazi per non fumatori…

Ancora una volta, e anche questa è l’ennesima volta (un numero tale da farmi riflettere di quanto siano completamente inutili anche queste mie riflessioni), si assiste a un mix di ingredienti assolutamente noti…

Alexander Payne e Paul Giamatti tornano insieme 20 anni dopo Sideways per raccontare, bene o male, la stessa cosa, a cui affiancano il logos secolare del film sull’insegnante, vero e proprio genere marmoreo e immutabile quasi quanto le stesse tragedia e commedia

Se il “piatto forte” dell’insegnante che viene coinvolto negli strazi personali degli allievi è un classico ed è trattato appunto come classico, con un rispetto adeguato ai canoni e ai luoghi comuni…

DIGRESSIONE
è di quelle tematiche che ti fanno concludere: «sicuramente finirà così, e difatti finisce così»; anche perché se “così” non finisse allora subito si alzerebbero le voci, probabilmente inclusa la mia, con «eh, ma è finito diverso, e quindi non è un film sull’insegnante, ma è un’altra cosa!»: uno spregevole sdraiarsi sul risaputo che fa gridare allo scandalo verso qualsiasi ricetta gastronomica non rispettata, come se le ricette fossero scritte nella pietra e non fossero, come tutte le cose umane, forme che variano e cambiano: quando si parla così facciamo la figura dei razzisti e dei qualunquisti che vivono di stereotipi, tipo i gatti mangiati a Vicenza, la tirchieria genovese e lucchese, la depravazione turca e altre stronzate a cui tutti quanti, a un certo punto, credono, confermando l’errore dell’esistenza dell’essere umano su questo pianeta…
FINE DIGRESSIONE

…col risultato di non sbalzare così tanto nell’interessante, la tematica di Sideways, invece, pur riproposta in The Holdovers pressoché identica, ce la fa a solleticare qualche emozione…

in un film che è spot delle emozioni vive…

è un film sdilinquimente natalizio, a cui le immagini retro anni ’70, e alcuni “condimenti” (che vedremo), non garantiscono chissà quale dignità in più rispetto ai film TV sui buoni sentimenti che i palinsesti generalisti snocciolano copiosi tra 18 dicembre e 6 gennaio (vedi anche Marriage Story)…

…ma che grazie appunto alla sottotraccia di Sideways riesce a indovinare alcune idee…

invece che sul telefonato rapporto tra professore e allievo, l’occhio si appaga forse con più disperazione sul personaggio disgraziato, sempre colpito dalla casuale entropia della vita, che investe sempre e solo lui, con così tanta solerzia da fargli perfino sviluppare l’abitudine alla sconfitta, alla squalificazione, alla tristezza e all’esclusione…

in questo frangente, Payne e Giamatti trovano soluzioni più sincere rispetto a cose analoghe recenti simili, per esempio, al protagonista di Perfect Days, che riesce a trovare una quadra (tanto da far concludere che quasi non ci sia bisogno di pietas verso di lui, data la volontà sua di agire in quel modo: per capirsi, a Perfect Days forse non interessa la sconfitta)…

…e le trovato senza scadere nel lacrimevole né nel pietismo (come farebbero una Yanagihara o una Postorino, e come lo stesso Payne abusa per quel che riguarda la parte del film sul rapporto allievo/insegnante), ma solo rendicontando, così com’è, la crudeltà dell’esistenza, che si sfoga solo su particolari individui, sui quali è difficile dire che siano “predisposti” a priori alla disperazione o se, al contrario, siano diventati disperati perché sempre vessati, allenati agli sfregi bullistici del destino che solo su di loro si sfoga

la chiarezza e la sobrietà di Payne e Giamatti in questo frangente sono effettivamente impagabili…

perché se la componente del rapporto insegnante/allievo è obnubilata dalla “sbobberia”, con l’allievo che è un manuale dei cliché sul finto depresso e sul finto disperato (un pochino simile all’Archibald Ferguson di 4 3 2 1, o al povero bimbo di Wonder, cioè, forse, effettivamente come il personaggio di Perfect Days, magari infelice per contingenze quasi di volontà, visto che potrebbe avere tutte le carte in regola per la serenità, che difatti ottiene crescendo), con un’illustrazione davvero mutuata dai film natalizi che si diceva, la disamina del disgraziato finale è priva di qualsiasi fronzolo e di qualsiasi carezza smorta di facile pianto: è una constatazione schopenhaueriana, lucida e pungente, sul fatto che certe persone sono oggettivamente il bersaglio della disperazione, e non ci possono fare niente se non agire di conseguenza e adattarsi…

e in questo adattamento alla disperazione, il personaggio di Giamatti, con grande efficacia, si smarca da tutte le giochesse alla Mary Poppins che altri insegnanti dello schermo hanno incarnato…
…ed è in questo delineare del personaggio che The Holdovers funziona…
è questa componente che mi ha fatto arrivare alla fine dei 133 minuti…
anche se questa componente è del tutto identica a Sideways
…ma vabbé…

E siccome questa componente è quella che mi ha più attirato, ho quindi ritenuto fuori posto gli altri condimenti che, a questo punto non so perché, Payne ha spruzzato a profusione sul suo film…

  • la curcuma della politica:
    il dualismo tra ricchi e poveri, tra privilegiati e bistrattati, tra sciagurati arruolati e avvantaggiati esclusi (il film parla delle feste natalizie tra 1969 e 1970 negli USA impantanati per la coscrizione obbligatoria militare in Vietnam)…
    roba versata a mille nel film, che cerca un centro che non trova, risultando in una allure sì non sgradevole, ma procurante varia perplessità di opportunità: perché accennare tutto quanto (e una cosa così enorme a livello di contesto sociale) e lasciarlo sullo sfondo di un condimento alla curcuma di un film che, si vede, ha come argomento tutt’alto? basta davvero la scusa del contesto?
    e se era contesto perché contesto non è rimasto invece di pretendere, molte volte, la ribalta?
  • la paprika dolce del lutto:
    tutto il personaggio di Da’Vine Joy Randolph e la sua vicenda, mah, l’ho trovato grossolano riempitivo, come un letto King Size in mezzo a un salotto troppo piccolo per contenerlo: il letto è bello quanto vuoi, ma la sua mole impedisce quasi di camminare nel salotto e ti chiedi, quindi, del perché sia stato messo lì…
    e, sinceramente, anche la performance di Randolph mi è apparsa nella norma più che un qualcosa di notevole…

alla fin fine The Holdovers è un film di quelli che scaldano il cuore per le feste
che si guardano in famiglia, chiotti sul divano, tra l’abbacchio e le lenticchie,
che però non sbraca nel disuso immediato grazie a un’idea filosofica sugli sconfitti che colpisce la mente molto di più di quanto le emozioncine sentimentali sciorinate in tutto il film colpiscano il cuore…

Un pensiero riguardo “The Holdovers

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  1. a me paul giamatti è piaciuto molto, più di murphy per dire

    avevo riscontrato pure io però alcuni problemi di lunghezza e concordo: è il nuovo classico natalizio^^ forse non per le ragioni negative che citi tu ma lo è :)

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