Barbie

Greta Gerwig si conferma una regista ben poco interessante a livello filmico…

ha dichiarato ispirazioni addirittura da Les parapluies de Cherbourg (di Jacques Demy, 1964) e da A matter of life and death aka Stairway to Heaven (di Michael Powell & Emeric Pressburger, 1946), per quel che riguarda, rispettivamente, il colore e la capacità costruttiva [e il colore dei Parapluies de Cherbourg è un problema filologico enorme, di cui esistono due sistemazioni, una stabilita dalla moglie di Demy, Agnes Varda, nel 2004 {Demy è morto nel 1990}, in DVD, e una dal figlio di Demy, Michel, nel 2013, in BluRay, che credo sia l’unica oggi reperibile]

e nei titoli finali ringrazia Mandy Walker, la fascinosissima direttrice della fotografia australiana…

però Barbie è girato da Rodrigo Prieto sì con una bella sinergia con le scenografie (di Sarah Greenwood) e anche con un bella idea di divertimento diffusa nelle scene musicali, nelle quali si vede la spinta al costruttivo di Powell e al colorato di Demy, ma con un occhio cinematografico effettivamente inesistente…

su tutto prevale il découpage classico narrativo con una squalificante piattezza di montaggio, nonostante le giochesse, prevedibili e inutili, delle scene musical

dal punto di vista del découpage narrativo, Gerwig non va per niente al di là dei soliti James Mangold e Rob Marshall, pur riuscendo a non cadere per niente nel cartone animato: e questo è insieme un punto di forza, poiché in un film totalmente irrealistico riesce a dare l’idea di una verosimiglianza capace di smarcarlo dalle onnipresenti animazioni odierne, ma anche un rimpianto, perché se sei riuscita a rimanere lucida nella costruzione e nel colore, come ti hanno insegnato Powell e Demy, perché da loro non hai imparato anche un po’ di obliquità filmica? perché non hai immesso qualche falsa soggettiva o qualche elemento cinetico che esulasse dalle maglie atrocemente banali della sceneggiatura di ferro?

Vabbé…

è un rimpianto, ma considerando quanto schifo di casualità hanno fatto Lady Bird e Little Women, si può tranquillamente dire che Barbie è per ora il miglior film di Gerwig, nel quale ha imparato, finalmente, a seguire il découpage classico con coerenza, magari un po’ troppo strettamente, ma anche questo, cioè attenersi a una linea narrativa pedissequa e precisa, senza incorrere negli errori di cartoon che si vedono oggi, è importante per imparare… nella sua concretezza, quindi, Gerwig è stata migliore dei vari Condon, Yates, fratelli Russo, i citati Mangold e Marshall ecc. ecc….

chissà se nel prossimo film riuscirà a fare un film che sembri un film invece che una brodaglia hollywoodiana di scuola (e Barbie è migliore di altre ma rimane senza dubbio brodaglia hollywoodiana di scuola)…

C’è un attaccamento alla sceneggiatura di ferro, poiché proprio nella sceneggiatura di ferro troviamo una Gerwig a suo agio nello scrivere (insieme al suo compagno di vita, Noah Baumbach, che ne fa una e ne sbaglia due: Marriage Story è una merda)…

Portare avanti un risultato era molto difficile, ma Gerwig ce la fa…

L’ipotesto più evidente è Brave New World, il capolavoro di Aldous Huxley (1932): in un mondo in cui tutti sono felici c’è qualcuno che scopre l’infelicità…

A questo si combina l’idea di Die unendliche Geschichte di Ende (1979) di due mondi, uno fantasioso e uno reale, da “unire”… [e, notare bene, Ende era uno che odiava il consumismo legato alle Barbie, vedi come un graue Herr, BLW/553/c, le spaccia con perfidia alla protagonista in Momo, 1973]

ma poi, con la comprensione che realtà e fantasia sono già in qualche modo unite (e quindi l’idea dei due mondi è più simile a quella delle Příhody lišky Bystroušky di Janáček, 1924), allora non c’è che da capire che l’infelicità fa solo parte della vita, e quindi non c’è da avere paura di sperimentarla (un’istanza che sembra quella di Where the wild things are di Spike Jonze, 2009)…

all’interno di questo schema si cerca di parlare di un sacco di altre cose:

  • della inadeguatezza dei sogni: le Barbie, anche se tutte inclusive e plurali, non bastano mai a creare un mondo non infelice
  • del disgustoso patriarcato che limita le coscienze e quindi anche i sogni…
  • della tremenda circostanza di cercare una sintesi impossibile per questo mondo entropico…

ne esce un film per lo meno sincero, con un sacco di cose che funzionano:

  • il monologone di America Ferrera sull’essere donna in un mondo patriarcale è da studiare nelle scuole…
  • la requisitoria delle ragazzine, guidate da una stupenda Ariana Greenblatt, sulle implicazioni malsane delle Barbie perfette, è da incorniciare…
  • le scene di Margot Robbie schifata per i cat calling sono ottime…

ma nella sua sincerità non può fare a meno di ammettere di essere lo spot di un’azienda che ha prodotto il film solo per ribadire il suo essere soltanto una venditrice di bambole, a cui è forse poco giusto imputare le storture del mondo…

è come se Mattel avesse chiesto a Gerwig e Robbie di scagionarla

e Barbie è un gloriosissimo spot di tutto quello che Mattel ha concepito, costruito e venduto, dalla forma colossale di un catalogo di vendita (si rievocano tutte le bambole vintage a cui manca solo il prezzo in sovrimpressione), fatto per dimostrare quanto, nonostante i suoi intenti fossero solo economici e ben poco idealistici, Mattel sia consapevole dei risvolti “sociali” del proprio lavoro…

Barbie è uno spot fatto per pulire la faccia alla multinazionale Mattel: un film che autocelebra la Mattel appunto per *scagionarla*, o direttamente assolverla, dai problemi e dalle imposizioni tossiche sulle bambine…

e la scagiona/assolve buttandola tutta in entropia e appunto in Huxley, Ende, Janáček e Jonze (o Sendak): come poteva la Mattel, che esiste per fare soldi, prevedere la permanenza della tristezza e della infelicità anche nelle sue idee e nei suoi prodotti idealistici (prodotti idealistici che, comunque, sono stati costruiti solo per essere venduti e quindi solo per fare soldi)…?

non poteva…

e quindi non c’è da dare la colpa a Mattel del patriarcato, e della scarsa rappresentazione femminile, né della odiosa stereotipizzazione corporea delle donne…

Patriarcato, stereotipizzazione e rappresentazione femminile si “risolvono” con l’autodterminazione, e con la consapevolezza, come dice America Ferrera, della realtà, mai idilliaca e mai perfetta, ma l’unica che c’è…

Margot Robbie, grazie ad America Ferrera, sperimenta la scelte quotidiane, facendosi umana, in questo modo sancendo la consustanzialità tra i due mondi, e insieme ratificando di poter essere in qualsiasi modo vuole, al di là di tutti gli stereotipi… e solo con l’essere in tutti i modi si voglia consapevolmente essere si interrompono tutti i circoli viziosi sociali ed economici: se si è consapevoli di quello che si è si può capire e quindi combattere e correggere sia il patriarcato sia il liberismo capitalista… [vedi anche come finisce Ragazza, donna, altro di Bernardine Evaristo]

conclusione alla volemose bbene?

forse sì…

ma la mancanza di trionfalismo nel finale, e la cocente immediatezza naturalistica della risoluzione, fa pensare a un vero ritorno alla realtà, non pacificata (e quindi non da fiaba, ma da vita: cosa implicita anche nell’impagabile rifiuto di una love story), ma semplice realtà così com’è…

E la conquista della realtà, brutta e cattiva che sia, ottenuta appunto con tanta finzione rosea e musicale (finzione, s’è detto, che ha anche il vantaggio, nonostante tutto, di non sembrare un cartone animato), è un buon messaggio da affidare a un film… (vedi anche Coraline di Selick e Hook di Spielberg in Spielberg IV)

anche perché la conquista della realtà è insaporita da gustosissimi incisi meta-narrativi, con voci fuori campo del filmmaker, che fa pensare sì alle “note” scritte personalmente da Griffith in Intolerance (1916), oppure a Mel Brooks, ma anche ai dótti, divisi tra voler fare una commedia o una tragedia proprio mentre agiscono, di Ljubov’ k trëm apel’sinam di Prokof’ev (su spunti di Mejerchol’d, 1921)…

Certo, gli adorniani tacceranno Barbie di bieca propaganda liberista di apologia del capitalismo espressa nell’indulgenza verso una multinazionale che si vende buona solo per continuare a racimolare denaro senza avere rotture di cazzo sociali…

ma gli stessi adorniani poi adorano Steve Jobs (quando non direttamente, addirittura, Marchionne) e scambiano Netflix per un qualcosa di libertario!

a questo punto meglio Barbie, che, nella lucidità di dire «io voglio solo vendere», risulta “meno colpevole” di chi vuole vendere lo stesso facendo finta di non volerlo fare!

inoltre, tale smaccata sincerità in un film hollywoodiano, industria che ci ammorba continuamente con i suoi eroi presentati sempre falsamente come disinteressati (quando non direttamente glorificati perché sono ricchi: vedi i film di David O. Russell), è da premiare…

Margot Robbie riesce a trovare un secondo ruolo della vita dopo Harley Queen: non c’è che da farle i complimenti… sopraffinamente goduriosi sono i suoi cambi di tono e maestoso è il suo equilibrio tra serio, faceto, fintoso e verosimile…

America Ferrera non farà altro che contare il denaro che le pioverà addosso: è lei la vera protagonista ed è lei la vera icona del film…

Kate McKinnon è brava e fa sempre ridere, ma forse stavolta, in un contesto sempre sopra le righe, svetta meno del solito…

Ryan Gosling non ha una parte facile, ma ce la fa a risultare molto comico…

Will Ferrell è forse un po’ esagerato…

Michael Cera non ce la fa più a lavorare davvero: è sempre e solo una macchietta: il suo personaggio, inserito solo per volontà di catalogo Mattel, è del tutto inutile (anche nella terza stagione di Twin Peaks Cera era imprigionato in un ruolo imbarazzante e totalmente inutile, peccato: ma non si può fare Scott Pilgrim per sempre, specie dopo i 30 anni: e ora Cera di anni ne ha quasi 40)

Bravi e brave gli altri Ken e le altre Barbie: mi sono rimaste in mente soprattutto Emma Mackie, Alexandra Shipp e Sharon Rooney…

davvero prodigiosi i costumi di Jacqueline Durran…

Non avendo una vagina, mi sono confrontato per diverse idee esegetiche con lei…

Soprattutto con lei abbiamo discusso le dichiarazioni di Gerwig sulla centralità della scena della nonnina con cui Robbie si complimenta con il giro di battute: «you are beautiful – I know»…
La nonnina è Ann Roth, costumista premio Oscar per The English Patient (1996) e Ma Rainey’s Black Bottom (2020)…
La presenza di Roth e il fatto che la creatrice di Barbie, Ruth Handler, ossia Rhea Perlman, si possa considerare la divinità del film, di cui Roth è una probabile emanazione, fa concludere a Gerwig che Barbie è un film che mostra un dio che non è un uomo, è un dio NONNA (cosa tutt’altro che neutra: in 1984 di Orwell, Smith e Julia considerano bellissima e quasi divina una vicina di casa esteticamente goffa, ed Erodoto, nelle Storie, fa dire al saggio Solone che l’uomo più felice del mondo non è il ricchissimo Creso ma è Tello di Atene, semplice padre di famiglia e combattente per la libertà; Gerwig sembra seguire questi illustri esempi nell’affermare che le donne più belle del mondo, tanto da essere dee, sono le nonnette, sineddoche di tutta la femminilità liberamente espressa in qualsiasi condizione)… una nonna che lei ha accostato a Grandmother Willow di Pochahontas (1995) e a Te Fiti di Moana (2016) della Disney, a cui io aggiungo gli archetipi delle “nonne” narrate da Barbara Alberti…

…interessante…

Tra l’altro, proiezione in inglese weekendara con sala *piena*, come è stato per il Joker di Phillips
tantissimi studenti e forse perfino turisti anglofoni!

invece, a vedere Flash in inglese eravamo in due!

3 pensieri riguardo “Barbie

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  1. “adorniani ” chi?

    sono contento ti sia piaciuto, tutto sommato, io l’ho adorato: visto in inglese con sala piena e abbiamo tutti riso un sacco (tutti stesso pubblico con gusti cinefili simili?)

    molti hanno criticato la rappresentazione degli uomini nel film, ma quali uomini? la parodiata Mattel o bambolotti di fantasia? per me il film non trasmette il messaggio Non innamoratevi più che altro perke lei stessa dice di non avere una vagina e pensieri impuri o maturi non dovrebbe nemmeno sapere cosa siano

    bella analisi, come al solito alcune citazioni non le conosco; ma concordo che Barbie non era la vera protagonista: lei è il personaggio più passivo mentre è Ken a subire il migliore arco narrativo

  2. Mi piace molto trovare cose spiazzanti nel senso di scoprire qualcosa che non mi sarei aspettata, come in questo caso.
    Per cui grazie: spero di vedere presto questo film, in particolare mi hai lasciata curiosa riguardo a America Ferrera.
    Nessuna menzione particolare sulla colonna sonora, suppongo che la musica si salvi meno del film … da quel poco che so in effetti …

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