«Trilogia della città di K.» di Ágota Kristóf

La trilogia è composta da

  1. Le grand cahier, Paris, Éditions du Seuil, 1986
    viene tradotto in italiano per Guanda (Parma) da Armando Marchi nel 1988 come Quello che resta (collana Prosa contemporanea)…
    la traduzione viene mantenuta quando la trilogia viene riproposta da Einaudi (Torino) nel 1998, ma si opta per il titolo Il grande quaderno
  2. La preuve, Paris, Éditions du Seuil, 1988
    Virginia Ripa di Meana lo traduce per Guanda (ancora Prosa contemporanea) nel 1989 come La prova… titolo e traduzione che mantiene nel volume Einaudi del ’98…
  3. Le troisième mensonge, Paris, Éditions du Seuil, 1991
    stavolta è direttamente Einaudi a pubblicare il libro in italiano, intitolato La terza menzogna, tradotto da Giovanni Bogliolo, nel volume del ’98 che presenta tutta la trilogia…

Dal ’98, la trilogia viene ristampata da Einaudi in diverse collane:
debutta nei Supercoralli, poi nei Tascabili (nel 2000?), poi nei SuperET (nel 2005?)… e nei SuperET resta con ripresentazioni nel 2012, 2014, 2020 e chissà quante altre (in ogni caso, gli unici copyright registrati da Einaudi risultano essere quelli per il 1998 [per i Supercoralli], il 2000 [per i Tascabili], il 2006 [per la prima, o seconda, impressione SuperET] e il 2014 [per la seconda, o terza, impressione SuperET])

Le due copertine di Guanda erano inquietanti, con quadri novecenteschi che suggerivano bene l’idea di violenza delle trame…

La copertina per i Supercoralli e i Tascabili era astratta, non ti lasciava immaginare niente…

La prima cover dei SuperET suggeriva mistero, con la facciata di un palazzo residenziale scuro: dall’unica finestra illuminata si vede la sagoma di una persona in controluce…

La seconda immagine dei SuperET, disponibile oggi, presenta due bei gemellini, uno accanto all’altro, che sorridono e sembrano giocare…

…questa seconda copertina dei SuperET non ci incastra un beneamato cacchio con la trama della Trilogia della città di K.!

Spesso, guardando i film, ci stupiamo della fantasia dei registi e degli sceneggiatori nell’inventarsi twist e intrecci trameschi…

poi si scopre che tanto di quell’inventiva è presa dai libri…

Le atmosfere della Trilogia della città di K. hanno la morbosità inquietante dei film di Lanthimos, l’onirismo spettrale del miglior Gus Van Sant, il cronachismo crudo e disperato di un Michael Haneke (o di un Aleksej German visto il velato sapore da Europa orientale)…

Le cose accadono e vengono registrate quasi come entry di un log di bordo, quasi come un elenco degli orrori, e la loro semplice presentazione fa arrivare all’improvviso dolori e traumi, angosce e crudeltà…

l’andazzo disturba assai, poiché, spesso, il log non registra «è morto quello», oppure «quello morì», ma rendiconta solo «l’indomani mattina quello non c’era» o «quello se n’era andato»: finisce che quasi ti dimentichi di quello, ma poi di quello si scopre il cadavere, e quando «se n’era andato» era stato ucciso…
la morte di quello ti arriva dopo, quasi con un twist, e la sua morte ti fa male ancora di più…

perché la Trilogia della città di K. fa soprattutto male…

male perché narra di due grossi temi: la guerra e la follia…

i protagonisti sono vittima di entrambi e reagiscono appunto come vittime, così tanto sporcate dal trauma, dal male che hanno subito, che finiscono anche loro per fare del male… fanno male a loro stessi ma soprattutto fanno male agli altri…

e il male che fanno, il male da follia e da guerra, si alimenta del combustibile inesauribile delle tragedie dell’uomo…

la città di K. è un nom de plume per una immaginaria cittadina di frontiera in quella che sembra essere l’Ungheria (la biografia di Ágota Kristóf ci aiuta a capire certe allusioni che però i romanzi di per sé non risolvono affatto): si riconosce la fine del regime fascista di Horthy, i pericoli della fine della Seconda Guerra Mondiale, il periodo comunista, e si comprende bene il riferimento alla rivoluzione ungherese del 1956 e alla susseguente invasione di Chruščëv… meno chiari i riferimenti a una terza potenza, a un terzo paese e a una terza lingua (oltre all’Ungheria con il suo ungherese, e all’URSS con il russo), forse la Svizzera (dove Kristóf andò a vivere dopo il ’56 trovandosi malissimo e pentendosi di aver lasciato la patria, ma dove apprese il francese), o forse la sola città di Budapest, o magari la Cecoslovacchia (visto che molte volte il terzo paese non sembra granché più libertario rispetto alla patria ungherese)…

in questo crogiolo di storia, tra guerra e dittature, si dipanano le vicende di due gemelli… vicende composte da fatti che, partendo proprio dalla cronaca degli orrori, finiscono per rivelarsi via via sempre più onirici, sempre più deformati, in un logos di riflessione sul rapporto tra ciò che si è vissuto, e ciò che si è immaginato con la scrittura, tra i più complessi e meditabondi di sempre!

nel Grande quaderno sono i due gemelli, insieme, a stilare, all’unisono (parlano con una voce sola), la cronaca degli orrori, cronaca anche grottesca, con i gemellini, che si autodescrivono come ragazzini di 10 anni, che non hanno problemi a uccidere a destra e a manca, perfino i loro stessi parenti, pur di sopravvivere nel mondo bombardato della WW2…
sembra davvero un horror tra Il villaggio dei dannati e Il nastro bianco (di Haneke)…

Nella Prova è un gemello solo, Lucas, a narrare e a narrarsi, e si narra lubrico, puttaniere, fedifrago, amico di personaggi peculiari del regime comunista (il mezzemaniche politico, l’alcolizzato traumatizzato), assassino delle proprie amanti e protagonista di una storia alla Jude the Obscure di Hardy, in cui quasi ogni personaggio nasconde una ferita psichica freudiano-edipica, che ha spesso a che fare con suggerite molestie pedofilie subite da bambini…

Nella Terza menzogna è dapprima l’altro gemello, Claus, a descriversi come un pazzoide (anche lui vandalo, assassino e puttaniere) traumatizzato da un evento sconosciuto avvenuto nell’infanzia, poi riprende la parola Lucas, che però è un Lucas diverso, che quasi rinarra di nuovo i due romanzi precedenti, e ce li smaschera come bugie, come elaborazioni letterarie di una realtà diversa… e ci fa finalmente scoprire l’evento sconosciuto avvenuto nell’infanzia che ha segnato Claus: la follia, innescata proprio dall’inizio della WW2…

l’ultima narrazione di Lucas (il secondo Lucas che conosciamo: e l’anagramma Lucas/Claus, durante tutta la trilogia, gioca col fatto che i gemelli potrebbero non sussistere e potremmo avere a che fare con una sola persona narratrice multiforme), che lentamente si spegne nel più inespressivo nichilismo, però non ci sdubbia del tutto sulla sua natura di verità: in fin dei conti noi stiamo leggendo questa ultima verità, che nel titolo è una menzogna, esattamente come abbiamo letto quelle che poi abbiamo scoperto essere menzogne
o meglio, non menzogne, ma produzioni letterarie che esagerano e quasi parodizzano (la violenza esibita è perfino qualche volta estraniante tanto è iperbolica) un evento centrale e degli eventi collaterali, gigantizzati dalle menti patologiche che li hanno subiti, ma che conservano tutta una serie di precisi richiami in tutte e tre le narrazioni (la figura del padre, la topografia della città di K., il rapporto con le donne, con la pedofilia, le uccisioni della madre, i mutamorfismi della nonna)…

e l’ultima narrazione sarà la verità o, come suggerisce il titolo, tutto è elaborazione letteraria della sdilinquente e unica realtà che la vita è solo follia dovuta a traumi di follia e a guerre continue?

«La folie… La folie…», come esclama desolato il baritono alla fine della Navarraise di Massenet?

Leggere tutto questo è immergersi in un labirinto di personaggi che riappaiono e che sono loro senza esserlo veramente (una cosa tra Femme fatale di De Palma e Made in Heaven di Alan Rudolph, ma anche, ovviamente, simile alla terza stagione di Twin Peaks), con la metafora dei gemelli come masterfiction dei dead ringer, dei Doppelgänger, che dà al romanzo, lo si diceva, quell’impronta da Europa dell’Est, di quel realismo insistito che si trasforma in orrore, di quell’etnografia che finisce per registrare il paranormale della credenza popolare, topico del cuore europeo dei Bartók, dei Kodály, degli Janáček, dei Kundera, o anche di Alban Berg (vedi anche quanto detto in Un luogo incerto)…

Leggere tutto questo è anche avere a che fare con un campionario assai disturbante delle efferatezze che l’uomo può compiere e subire, che ci spiattella proprio in faccia schiaffeggiandoci…

e infine leggere tutto questo è un crogiolarsi in continui colpi di scena feroci e sgarbati, che ci obbligano a riprendere in considerazione tutto: colpi di scena che sono come assurdi e bruti giochi di prestigio con al centro la morte, e che si rivelano de abrupto, confondendoci, distraendoci, disorientandoci…

ma così è la vita: bruta, arcigna e cattiva e piena di cose che non si capiscono, perché noi stessi elaboriamo i traumi gigantizzandoli nell’indistinto dell’inusitato sublime invece di affrontarli quando sono lì davanti a noi…
ma elaborarli in quel modo non possiamo, perché per noi quei traumi sono veramente grandi, giganti…
enormi quando originano regimi, dittature e guerre prima di originare letteratura…

una letteratura che, al contrario di quanto ha appena affermato Wu Ming in Ufo 78, non ha per nulla una componente salvifica, né catartica…

Kristóf non arriva alla sgradevolezza fine a se stessa delle Benevole, e si vede essere stata la fraintesa base per I miei stupidi intenti con cui però non ha davvero nulla in comune nella sostanza (è evidente che della Trilogia, Zannoni non ha cólto i tratti essenziali ma solo la superficie)… somiglia più a un apologo demoralizzante, alla Idí i smotrí

Sicché non è per tutti e a metà c’è da superare lo scoglio del chiedersi dove Kristóf voglia andare a parare…

ma alla fine ne vale la pena assai!

4 pensieri riguardo “«Trilogia della città di K.» di Ágota Kristóf

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  1. Ho letto la trilogia. Non lo rifarei, questo è certo, ma sono lieta di averlo fatto. Credo sia una di quelle letture che ti apre la mente, sfida sia la tua intelligenza che la tua morale, ed è universale, non radicata di fatto in un luogo o momento preciso (non per niente viene scelta l’ambientazione della città di K). Mentre leggi soffri ma non puoi proprio smettere, e la sofferenza non finisce con l’ultima pagina ma resta con te. Una lettura non certo facile ma necessaria, forse, per comprendere fino a che punto mente e animo umano possono distorcersi e accartocciarsi senza smettere di esistere.

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