Cinque luci verticali, inframezzate, come triglifi, da quattro riflettoroni a terra, quasi come mètope, sono la scena per una ragazza in rosso, col microfono, che, spumeggiante, ci racconta, con la consueta verbosità vuota dei monologhi, ma con un testo molto vario e performativo più efficiente nel tenermi concentrato, i suoi amori, e i suoi evidenti disturbi compulsivi, partendo addirittura dalle elementari…
Borini, autrice e attrice, recita imitando forse uno stand up…
si lascia prendere dall’entusiasmo, coinvolge il pubblico, canta male canzoni obride (addirittura Se adesso te ne vai di Massimo Di Cataldo, che io speravo di aver sepolto per sempre nei ricordi sbiaditi della terza media), ma si vede fare alcune cose in più…
usa il chilometrico cavo del microfono come oggettistica: lo fa diventare aspirapolvere, sciarpa, vestito, o puro arzigogolo in cui avvolgersi nella compulsività del dettato verbale a macchinetta…
e, ogni tanto, allontana il microfono dalla bocca, e si mette a parlare naturalmente, in tutt’altro tono, quasi palesando una personalità alternativa che contraddice la stupidèra della versione microfonata…
le luci, molto puntuali (di Matteo Gozzi), accompagnano le mille avventure amorose dell’attrice, sciorinate con la solita tiritera da commedia romantica con Stefania Rocca, tra Verdone e D’Alatri (con molte punte alla Giovanni Veronesi), incupendosi ogni tanto, smorzandosi altre volte, discotecandosi, rabbuiandosi, accendendosi di colori da videomusic dell’Europa dell’Est negli ultimi giorni del Muro di Berlino…
per l’attrice, tutte le sue avventure sono consequenziali: una linea sicura e determinista, dall’amore scorto tra gli anziani nonni, appunto alle canzoni ascoltate (anche La voce del silenzio di Limiti/Mogol/Isola e Un’altra te di Ramazzotti) che hanno plasmato l’immaginario, ai fidanzatini tra i banchi di scuola…
…fino al primo fidanzato che la lascia…
…e al fidanzato che la porta in Australia…
tutto un universo d’amore voluto, subìto, immaginato e indotto da un Erlebnis romanticone che si incastra nella psiche mai trattata di una compulsiva, con tante tendenze al soffocare la sua vera voce e le sue vere emozioni, quelle, cupamente nichiliste, del suo alter ego che parla senza microfono…
una così reagisce bene all’interno di relazioni che, nella realtà, poco assomigliano a quelle illustrate nelle canzoni?
forse no
ed è “colpa sua” se reagisce come non dovrebbe?
forse no
ma nel suo Erlebnis di amore confezionato, come si intende la “colpa”?
è forse una colpa se si rimane da sole?
e, pur di non rimanere da sole, e contraddire “colpevolmente” l’Erlebnis sentimentale, cosa siamo disposte a subìre?… in nome dell’amore che si è sempre sognato («col cianuro nei sogni») quanto e cosa si può sopportare?
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La realtà violenta cade addosso all’attrice, a scompaginare tutti i suoi determinismi amorosi sentimentaloni, e il trauma susseguente si tramuta nella doppiezza di tono dello spettacolo, fatto di repentine virate tra le risatacce alla D’Alatri che deformano in risata l’Erlebnis sentimentalistico, e, improvvisi, i pugni nello stomaco del mondo vero, quello che fa male… virate seguite, precisissimamente, dalle luci, sul finale venate di espressionismo truce…
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come tutti i monologhi dura troppo…
la parte ridanciana lascia un po’ allappati…
ma la riflessione dolorosa sulla incofessata colpa di aver sopportato, che colpa non dovrebbe essere, non è banale…
e gli schiaffi dei cambi di tono coinvolgono e fanno un po’ salire il testo più in alto in classifica rispetto ai soliti monologhi (dati i riferimenti musicali anni 1990s si potrebbero azzardare, per i cambi di tono, la gestione luci, e le riflessioni sentimentali e psicanalitiche, antigrafi da Le situazioni di Lui & Lei di Hideaki Anno)…
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