«Primo Amore» di Fabio Mascagni al Materia Prima Festival

Il testo non è di Mascagni, è di Letizia Russo, ma Mascagni è l’unico in “scena” ed è suo l'”allestimento” dello spettacolo, con la collaborazione di Francesca Valeri e Francesco Migliorini…

“Scena” e “allestimento” virgolettati perché Mascagni è da solo in un bar, un vero bar, il Bar delle Baracche Verdi dell’Isolotto, usato come teatro per vivificare i luoghi autentici dei quartieri fiorentini come il Materia Prima Festival fa sempre, vedi anche Di cosa parliamo quando parliamo d’amore dell’anno scorso, che, tra gli attori, aveva Mascagni…

esattamente come Di cosa parliamo quando parliamo d’amore noi spettatori siamo spettatori inesistenti e inconsci, scomodi e “accalorati” (nel bar, chiuso, fa presto molto caldo), di una sorta di confessione del monologante Mascagni, che, al bancone del bar, come un avventore, recita il testo, rivolgendosi anche a noi, audience e forse, un po’, anche clienti, come lui, del locale…

il barista non c’è, ma è anche all’inesistente (anche noi potremmo non esistere) barista, anzi, soprattutto all’inesistente barista che Mascagni recita, sfruttando la particolarità dello spazio, un posto molto piccolo, per lavorare sui sussurri e la voce bassa…

nel testo che, come tutti i monologhi, stenta a decollare, e fatica assai a catturare l’attenzione, il monologante dice di essere tornato in quel bar, nel paesello natio, dopo anni e anni, dopo la morte dei genitori…

e il monologante si accorge che il barista, invisibile, imbolsito e invecchiato, è colui che, nel passato, quando entrambi erano 15enni, lo ha iniziato all’amore omosessuale, ma ha nascosto quell’amore quasi immediatamente, deludendolo moltissimo e convincendolo ad andarsene…

il monologo descrive quell’amore e le visioni oniriche di quell’amore, e butta fuori la rabbia del rimpianto, del rancore, tutte le cose non dette, covate e marcite in anni e anni, fino a una probabile esplosione finale, forse sognata o forse no…

in un periodo della vita in cui affogo nelle narrazioni nostalgiche su quanto era bello il paesello, l’adolescenza, il carefree dei tempi della scuola, dei luoghi sentiti come propri, delle patrie e delle case rimpiante, là dove siamo nati e dove vorremmo sempre stare (vedi anche il recente Sentimental value), vedere prima Die my love e poi questo spettacolo sono stati due momenti di felicità pura…

il testo non ha la forza di roba come, che ne so, Close di Lukas Dhont, ma alla fine svapora bene nella rabbia immaginata, anche poco compresa, magari autoriflessa (come nella terza stagione della serie The Affair, 2016-’17, in cui West è sicuro di essere perseguitato da Fraser mentre invece fa tutto da solo), non atroce né violenta (come, boh, nella canzone di Celentano Una storia come questa di Del Prete/Canarini, ’71, o come la classica Delilah di Tom Jones, Barry Mason e Les Reed, ’68, che però hanno la stessa sensazione di scissione tra reazione esteriore e sentimento interiore, con conseguenze “distruttive”), ma di sicura evidenza e perfino necessità di sfogarsi, di esprimersi, anche solo nell’immaginato, contro un mondo, un sistema, un lutto, una discriminazione, una delusione, occorsa proprio in quell’adolescenza che tutti rimpiangono, idolatrano e idealizzano, e proprio in quel posto provinciale, in quella tana, in quel sito (inteso anche come odore sgradevole), a cui tutti vogliono tornare dimenticando il dolore che forse non hanno mai vissuto…

…e chi l’ha vissuto e non dimentica, invece, che fa?

noi avventori, a vedere una sola persona che dice e racconta soltanto la sua rabbia, senza mostrarla in nessun modo (se non con minuscoli tic forse non sufficienti), magari ci annoiamo, o forse assistiamo come privilegiati bambagiosi di un’adolescenza senza traumi allo sfogo di chi quella bambagia non l’ha vissuta, e sogna di rovesciare quel sistema atroce che quella bambagia non l’ha fornita… il nostro essere nel bar è il nostro essere complici della negazione della felicità… complici che però avvertono che qualcosa non va, perché siamo lì a provare su di noi tutto il fastidio di stare in un posto piccolo, soffocante e stantio… e magari esploderemo anche noi, esteriormente calmi, come il monologante…

io ho adorato questo spettacolo, e stare in piedi, ad ascoltare senza vedere la rabbia del testo, negata dalla compostezza di Mascagni, nella calura del bar, mi ha fatto vivere immensamente, nella scomodità sia della visione confusa (il monologo è impossibile da seguire parola per parola), sia della ristrettezza dell’ambiente, l’urgenza di voler buttare le bombe atomiche su quell’accidente di paesello dove sei cresciuto, che se sprofonda è meglio!

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