Solo i miei compagni di visione mi hanno informato che il testo è quello di La Nuit juste avant les forêts di Bernard-Marie Koltès, e solo Wikipedia mi fa notare che una parte di quel testo l’aveva recitata Favino nel Sanremo del 2018 (una performance che mi ricordo pure: eccezionalissima!)…
Io sono andato a vederlo senza sapere nulla di tutto questo…
Per me era interessante perché era uno spettacolo in LIS, la lingua italiana dei segni…
Giovanni Frison, Enrico Castellani e Daniel Bongioanni sono soli sul palco completamente spoglio…
Frison, per il pubblico a sinistra, manovra il dj set dal vivo, con musica frequenziale udibile anche dai sordi…
Bongioanni è al centro ed è il corpo dello spettacolo: il suo muoversi, che è anche il suo parlare in LIS, è lo show…
a destra c’è Castellani che, scalzo, con un Mac e un microfono, dà voce ai gesti “muti” di Bongioanni…
sopra Frison si illumina la proiezione dei “sottotitoli”, poiché la voce di Castellani è in veronese… [che è veronese lo si apprende dal programma di sala: per me, ‘gnurante come le capre, era solo un veneto generico]
Il testo è grumoso e pieno di rovi e di spine, che a me ha ricordato parecchio Gógol’ o il Dostoevskij più arcano: l’alludere ai canali e ai ponti mi ha suggestionato perfino San Pietroburgo, e la parte centrale amorosa, con una sorta di melusina acquosa che si vede una volta sola nella vita, mi ha ricordato parecchio Le notti bianche, mentre la vicenda quasi Schauerromantik prima del finale (quella della morta di indigestione di terra dei cimiteri [!?]) mi ha fatto lampeggiare roba come Il cappotto, o Le memorie di un pazzo…
Ma sono solo chimere volanti di un testo che non ho per nulla compreso, perché l’intento evidente dello spettacolo è buttarti addosso tutta la scomodità possibile, senza che la comprensione possa far parte del codice…
Castellani praticamente quasi urla nel microfono la mitraglietta veronese del testo, Bongioanni si muove drammaticissimo e quasi spaesatissimo in mezzo all’affastellamento di ricordi/impressioni del copione che impersona, mentre Frison picchia sonorità pesanti e gravose sulle nostre orecchie, proprio mentre i nostri occhi non sanno se posarsi su Castellani (che comunque quasi fa danzare la sua voce), sulla funambolia di Bongioanni oppure, per caso, sui “sottotitoli” per renderci leggermente più fruibile il veronese…
Noi spettatori ci troviamo in un mondo, quello di Koltès, tradotto in una lingua altra, che ci arriva ma forse non ci tange, lì a non capirci nulla… anche se di quel mondo facciamo parte, perché è in ogni caso tutto davanti a noi…
Per una persona qualsiasi come me, una modalità “drammatica” come questa mi fa perfettamente comprendere come si possa sentire un sordo in un mondo costruito per udenti… mi ha funzionato come perfetta catarsi allopatica…
ero lì a cercare di carpire cose che intuivo nel fluire nervoso e mobile del testo, della gestica e della musica, e sentivo che ero vicino ad afferrarle, ma invece ne restavo escluso, vicino ma mai addentro, nel continuum a me adiacente ma separato dello show…
molto affascinante!
anche se, dopo poco, il non capirci niente mi ha un po’ fatto sconnettere…
…e mi ha fatto cinicamente concludere che se durava una mezz’oretta di meno forse era meglio anche come catarsi…
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