Quest’anno molto meno coinvolto, scrivo molto svogliato il giovedì, prima della terza serata e prima delle cover, oggetto entrambe, forse, di un rimpolpo venerdì…
- I giovani non li ho seguiti;
- Di sicuro gli inserti AI con i paperi sono stati risibili;
- E se sono 30 cantanti perché ci devono essere gli stages aggiuntivi (il Suzuki e la Costa Toscana?): portano via un sacco di tempo inutile;
- Yaman è stato bello ed è stato allo scherzo (e il suo gesto di grande rispetto con Kabir Bedi è stato davvero eccezionale);
- hanno pubblicizzato tanto Tiziano Ferro come se fosse uno che a Sanremo non ci va mai: ma c’è praticamente tutti gli anni…
- Lillo decente;
- Lauro ok;
- Fogliati carina…
Pagnussat ha optato per l’eclettismo: i momenti con tanti frame in frazioni di secondo erano davvero ottimi;
i tremolii (per esempio su Eddie Brock) non sono belli ma denotano inventiva;
il gioco dei diversi formati, fino alla divisione in striscie (vedi in Tredici Pietro) sono carini…
per il resto, per me le canzoni si dividono in queste categorie:
- LE SQUACQUERE
quelle che mi hanno proprio fatto pietà…- Eddie Brock (Valeriano Chiaravalle)
Ha la melodietta adolescenziale della fava alla JVLI e alla Olly.
Lui canta in maniera infantile (ma in studio è più centrato), e le somiglianze con le strutture “ollyesche” sono obride: già quando le fa Olly ‘ste cose fanno pietà, figuriamoci fatte da altri, e lui, perfino, ha il difettone di sembrare quasi una parodia con la sua urlatezza sguaiata…
Chiaravalle sistema l’orchestra in maniera professionale ma molto conformata alla sanremesità baudiana… - Tommaso Paradiso (Carmelo Patti)
Quelle canzoni d’amore che sono d’amore per se stessi: sembrano parlare di altri, ma invece parlano solo di chi le canta, nel più odioso narcisismo…
e a me Paradiso non m’è mai piaciuto… - Fulminacci (Golden Ears)
Insopportabile: è di una orecchiabilità da bar dozzinalissima (e alcune cadenze alla Lucio Corsi sono squalificanti)…
Deplorevole anche il qualunquismo dell’uomo squinternato da salvare… risentita rivela un sapore da anime anni ’80 che la rende ancora più sciropposa nel suo sciatto postmernismo (gli anime anni ’90 col cacchio che erano qualunquisti e squinternati!) - Ermal Meta (Diego Calvetti)
È una cosa insostenibile e di una paraculaggine paurosa: i ritmi popolareschi che alludono a chissà quale “guerra” (sono talmente opportunisti da poter andare bene, pur in una confezione di maggiore riferimento sonoro a Gaza, anche per l’Ucraina) fanno rabbia: non credo ci sia un modo più obbrobriosamente didascalico di affrontare la questione…
le “terre che non ci amano” e cagate varie gridano un «sono bravo e parlo di cose di sinsitra»: veramente inqualificabile, quasi come Cristicchi l’anno scorso… - Enrico Nigiotti (Enrico Brun)
Io non l’ho mai retto: mi stupisco che lo considerino seriamente. Ma lui ci crede parecchio di essere “serio” con un testo che vorrebbe essere di impegno poetico e una musica di quelle da “riflessione” melodiosissima. Però tutto è in maggiore, felicione, e con la falsa speranza idiota alla Mannoia…
una merda…
- Eddie Brock (Valeriano Chiaravalle)
- LE ANONIME
quelle che non ho distinto manco quando mi sono sforzato…- Leo Gassman (Enrico Melozzi)
Gassman è un teen eterno a cui non si crede… sembra acqua della cannella in caraffa sporca, lasciata accanto alla finestra a luglio ma bevuta a settembre… - Nayt (Riccardo Zangirolami)
I Sanremo di Conti e Amadeus sono piene di queste canzoni del cacchietto con l’incisetto ritmichetto che vorrebbe essere riflessivo ma invece è solo ripetitivo, con gli archi che si sentono solo nel bridge…
È assimilabile ai vari Rkomi e Lazza degli anni passati: parla tanto di sociale e, in futuro, sentita da sola, boh, magari “arriva”… ma, esattamente come Rkomi e Lazza, fa parte delle litanie del mal di vivere che, sì, dicono qualcosa, ma non so se vanno fino in fondo… - Luché (Adriano Pennino)
M’ha sfatto i coglioni… come Nayt è tutta tragicona e in eterno loop di supposta disperazione, con sonorità discotecara pesantissima… e, al contrario di Nayt, ha “sociale” al minimo: era da mettere nelle squacquere… - Raf (Luca Chiaravalli)
Ma perché non smette…? - Sayf (Giovanni Pallotti)
Non è immediata, ma come sottofondo non fa schifo. È un po’ sforzatina e da sceneggiatina, con ambizioni politiche risibili anche se accorate. L’uso degli archi è sanremesissimo e uguale a mille altri. Un po’ esteriorina…
In studio rivela maggiore compattezza, con il testo di tragica satira sociale che si acchiappa di più, venendo meno l’urlataggine del live… - Michele Bravi (Alterisio Paoletti)
Il suo timbro ha sempre fatto onco… neanche in studio si capisce cosa cazzo dice…
si salva l’incisetto melodico, ma per il resto non ha né capo né coda: è immotivatamente complicata, affastellata di accumulazione di cambi di tono e tempo del tutto privi di vero contenuto… e il ridicolo involontario è dietro l’angolo…
- Leo Gassman (Enrico Melozzi)
- QUELLE CHE NON QUAGLIANO
vabbé, forse non sono brutte, ma non mi sono rimaste…- Dargen D’Amico (Enzo Campagnoli)
Rispetto ai capolavori del passato, Dargen torna indietro…
sicché delusione immensa: il testo satirico non basta…
La ballabilità è stantia e risentita, e il sistema funky anni ’70 la rende troppo simile a tutti gli altri…
non è squacquera per rispetto ai gloriosi precedenti…
…poteva essere anche tra le estive… - Arisa (Giuseppe Barbera)
Ha un intro alla Ninni Carucci, lacrimevole e favolistica, da film Disney senza averne la forza melodica…
Arisa, come Bravi, è ridicola involontaria…
era una canzone che doveva cantare Cristina D’Avena: sarebbe stata più credibile…
nel testo, i cenni autobiografici fanno pena; la musica è lunga: fa due coglioni che la metà bastava…
Lei ha detto bene che è una cazzo de canzone da chiesa, da Pasqua all’oratorio… - Malika Ayane (Daniele Parziani)
Per fortuna Ayane non si lascia andare alle ballatone stantie e fa una canzone “funky” e ballabile, di postmodernismo anni ’70: non lo so quanto è riuscita, ma almeno è inventiva di arrangiamento (difatti in studio è peggio)… il dramma è che lunga, risentita, e non va davvero in nessun posto… - Chiello (Fausto Cigarin)
Canta sfiatatissimo, ed è un déjà vu della prima apparizione di Tananai… - Francesco Renga (Valeriano Chiaravalle)
Non ti entra manco pigiata… cosa c’è andato a fare?
non è tra le squacquere giusto perché non me la ricordo…
- Dargen D’Amico (Enzo Campagnoli)
- QUELLE CHE ANDRANNO D’ESTATE
- LDA & Aka Seven (Francesco D’Alessio)
Queste ballabili estive, mah… il saporaccio di sceneggiataccia sguaiata ce l’ha tutto, e i calchi dai deprecati Boomdabash sono evidenti: è una passo dalla squacquera… - Tredici Pietro (Giovanni Pallotti)
Lui sbraita e fa schifo (quasi alla Ultimo)…
peccato perché la canzone sarebbe serrata, anche se le melodie sono banali e infantili…
in studio si “anonimizza” e si “mormorizza” a mille… anche lui non è tra le squacquere giusto per clemenza… come mai i figli di Morandi, dopo il povero Marco, non si mettono a fare i tassisti? - Sal Da Vinci (Adriano Pennino)
A me ‘sti melodiosoni da sceneggiata fanno sempre ridere… in studio, però, è più compatta e le sviolinate orchestrali sono più chiare senza gli sbrodolii del live… - Samurai Jay (Enzo Campagnoli)
Troppo alla The Kolors, con tanti inserti latino-americani fatti apposta per luglio…
i calchi dagli “stilemi” dell’odiato Mahmood me la rendono antipatica… - Elettra Lamborghini (Enzo Campagnoli)
Tormentoncino… bah…
- LDA & Aka Seven (Francesco D’Alessio)
- LE TROPPO ANNI ’90
- Mara Sattei (Enrico Brun)
Prevedibile e uguale a mille altre: già Giorgia quando le canta fa cagare, figuriamoci queste sciacquettelle… in studio si asciuga un po’ e si ascolta un po’ meglio, ma rimane limacciosa… - Fedez & Masini (Valeriano Chiaravalle)
Puntare sul melodismo masiniano anni ’90 non è forse la scelta giusta: come “nostalgia” funziona, ma la sinergia con Fedez non è così efficace e il patetismo è stavolta un po’ troppo rispetto alle “aggressioni” dell’anno scorso.
È una canzone di Masini con interventi di Fedez non opportuni né “in parte”…
- Mara Sattei (Enrico Brun)
- LE «MA SSì»
canzoncine non male, anche se «non ci vivrei»- J-Ax (Carmelo Patti)
Tanto western, non so quanto centrato, ma in effetti trascina… - Levante (Alessandro Trabace)
Mai sopportata manco da lontano. Vuole fare la ballatone e forse ci riesce, ma sguaia troppo. Però ha un respiro cinematografico non male (ancora più efficace in studio, senza molti degli urlacci del live, ma in studio acquista altresì uno spregevole retrogusto alla Tiziano Ferro: occhio)
Il dramma è che a me ‘ste canzoni non mi tangono… - Maria Antonietta & Colombre (Carmelo Patti)
Non sarebbe male, ma l’alludere alla spensieratezza alla Lio (riflessa anche in luci e scenografia) non giova… e la melodia è bruttina… la ricanticchi ma non è “bella”: è da anni ’80 un po’ sciroppati, e la voluta genialità da Rappresentante di Lista non la padroneggiano…
in studio, però, è più solida, e il link agli anime è per certi versi più riuscito di quelli di Arisa e Fulminacci…
- J-Ax (Carmelo Patti)
- QUELLE CHE RISENTIRÒ
- Serena Brancale (Nicole Brancale)
Passare dai ritmi alla powerballad le riesce maluccio. La canzone è di quelle, anche questa, sanremesi, alla Giorgia. Sì, con sua sorella garantisce, forse, un arrangiamento interessante (gli ispessimenti ritmici sono anche timbrici), ma lo strappalacrime a Sanremo ti fa passare immediatamente nell’indistinto: migliorerà decontestualizzata…
E decontestualizzata fa piangere… - Patty Pravo (Walter Sidilotti)
L’apertura sinfonica è da infarto, il testo è intelligente…
in studio la voce migliora, ma, al tempo stesso, perde il senso di sforzo dell’esecuzione dal vivo, e viene molto meno la potenza orchestrale, davvero prodigiosa (le percussioni martellate sugli archi sono affascinantissimi, quasi alla Puccini); la parte ritmica dell’inciso, affidata agli archi, è interessantissima. Forse poteva durare un po’ meno… - Ditonellapiaga (Carolina Bubbico)
Adorata subito, la costruizione strutturale è meravigliosa, gli interventi degli archi, misuratissimi, sono addirittura alla Ravel e si mischiano a mille con un tessuto elettronico specialissimo: da 1000 e lode!
In studio, le mirabolanze orchestrali si trasformano in un lavoro sonoro contemporaneista davvero pregevole… - Bambole di Pezza (Enrico Melozzi)
L’affastellamento grumoso del testo si apre senza abbandonarsi al neomelodico ma a un “panorama” grandioso ma puntiforme, sorprendente e pregnantissimo, non di melodia ma di “tema”, che si raggiunge dopo una scalata veramente mozzafiato…
Stupenda!
Melozzi sa come armonizzare il gruppo con i soliti archi di contorno!
La potenza del risultato ricorda i fasti di L’amore è una dittatura degli Zen Circus, e la voce di lei sembra una sirena di Varèse, e ha la perentorietà assertiva, e un po’ paurosa, del finale del secondo atto della Frau ohne Schatten di Strauss…
La vertigine sonora si deprime un po’ in studio, dove le suggestioni straussiane, così come la concitazione dell’happening, spariscono un po’: le pause prima dei «Resta con me» gridati, in studio quasi si normalizzano: un peccato, anche se spacca lo stesso…
- Serena Brancale (Nicole Brancale)
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