Ha suscitato tanto scalpore il fatto che Robert Carsen abbia scambiato la tradizionale disposizione di questo storico dittico, e ha anteposto Pagliacci a Cavalleria (a Leonard Bernstein nel 1970, al Metropolitan a New York, la cosa non fu permessa)…
Io che sono un fan di Cavalleria ho sempre pensato (come Bernstein) che il finale con Pagliacci permettesse all’opera di Leoncavallo di avere un’orchestra bella calda e un pubblico ansioso di emozionarsi con un finale: elementi che hanno sempre fornito a Pagliacci una resa musicale “migliore” di Cavalleria, che suonava per prima con cantanti freddi, orchestra non rodata, e pubblico non partecipe proprio per via della presenza di un imminente prosieguo della serata…
Sentendo che Carsen faceva prima Pagliacci ho sperato in una gratificazione di Cavalleria…
Invece Pagliacci dal vivo viene meglio…
un po’ perché i suoi temi musicali di puro illustrativismo wagneriano si comprendono subito (rispetto ai prismi mascagnani: il “sotterfugio” di Lola è di Lola o di Santuzza? perché brindisi e carrettiere hanno incisi con armonie horror, decenni prima delle opere di Janáček? la cosa non è così semplice, e sarebbe wagneriana *davvero* e non di superficie e non viene compresa all’ascolto nemmeno dopo anni di studio, figuriamoci poi in un dittico in cui l’opera arriva per prima a orchestra fredda), un po’ perché Pagliacci ha una trama, invece della serie di bozzetti che ha Cavalleria (unire insieme Cavalleria comporterebbe un lavoro che non tutti sono disposti a fare), e un po’ perché Pagliacci regge lo stesso, invece dell’autentico sinfonismo di Mascagni, che, se non seguito e innervato di idee musicali, diventa la solita litania sbobbosa alla Serafin…
quindi, come sempre succede, Pagliacci è andato bene… Cavalleria meno bene…
Carsen ha seguito il libretto dei Pagliacci, con tutti i suoi stilemi ghiotti (gli specchi con le lucette intorno e i sipari scarlatti, ben tre, a fare il classico teatro nel teatro: roba che Carsen ha messo a profusione in molti suoi allestimenti), ma ha sistemato diversamente Cavalleria, rendendola il dramma di una compagnia di canto, senza messe, né piazze sicule, né morsi di orecchie…
la povera gente in galleria non ha visto una mazza del coro “spettatorio” posto in platea in Pagliacci: gli avventori del piano di sopra non solo hanno il danno di non vedere mai il direttore (problema subito posto alla costruzione del Nuovo Teatro del Maggio, e mai risolto), ma anche la beffa di non poter apprezzare a pieno certi allestimenti… e comunque sono persone che pagano un biglietto salato (molto salato dai tempi di Pereira)… evidentemente, per certi teatri, i soldi valgono meno se arrivano da chi se li suda…
ma Pagliacci “funzionava” e commuoveva moltissimo…
Riccardo Frizza, ansioso, nel programma di sala, di relegare Cavalleria a scemenza tradizionalista (come fanno tutti i direttori), in Pagliacci ha sbagliato solo il primo attacco, ma poi è riuscito a seguire tutto lo sdilinquimento possibile con grana contemporanea, in uno spettacolo musicale eccellente, commoventissimo…
In Cavalleria i contadini sono attori che si cambiano in camerini separati maschi e femmine,
Lucia è una sorta di assistente di palco,
tutti fanno parte della stessa compagnia teatrale (quella, si allude, che ha appena eseguito Pagliacci: l’ultima scena di Pagliacci è la prima di Cavalleria),
la messa (corta) è una prova di coro,
il brindisi è una bevuta post-spettacolo…
Santuzza non fa il «cenno di tacere» a Lucia (la battuta viene proprio tagliata, così, come, ovviamente, il «tacete» prima della messa: Alfio cambia discorso senza alcun motivo) e Turiddu non morde l’orecchio ad Alfio, anche se la battuta resta, senza un perché né un percome…
la messa non esiste, la piazza è la sala prove del coro e anche la Pasqua è priva di appiglio scenico…
…ma che l’evidenza dell’amore tra Lola e Turiddu sia una stampa gigante di un loro selfie è geniale lo stesso, e, appunto, essendo Cavalleria costituita di bozzetti illustrativi di Mascagni (io sposo a mille le teorie secondo cui Mascagni ha composto opere per soldi, ma non era un teatrante, né aveva alcun senso drammaturgico: sarebbe stato un musicista puro) che andrebbero scenicizzati in modi intelligenti, avrebbe funzionato molto anche in questo modo strano e stranito…
solo che Frizza, per Cavalleria ha optato per una conduzione alla Serafin: tutto sommato lentina senza il senso liturgico, con un’orchestra più sonora di altre volte ma con una concertazione non felicissima, non capace di sbalzare la messa dalla routine (la messa è stata fragorosa, sì, ma non ha dato alcuna botta allo stomaco), né di dare al duettone sapori psicologici oltre la linearità noiosetta, quella, appunto, dei soliti Serafin, Gardelli e Prêtre, che hanno di Cavalleria l’idea di opera da organino, con melodia automatica…
ok, finale e vendetta erano energici, grazie all’ottimo cast, ma i coretti e il recitativo del duetto erano ectoplasmi privi di qualsiasi scavo («Santuzza schiavo non sono» e «Battimi, insultami, t’amo e perdono» sono stati eseguiti col pilota automatico: semplice lettura e zero interpretazione)…
certo: l’orchestra sonora ha spaccato rispetto ad altre letture sentite anche di recente al Maggio (vedi Bisanti nel 2014), ma Frizza non vede in Cavalleria un qualcosa di intelligente da comprendere e comunicare, alla Wozzeck, ma la sente come la semplice scemenza idillica, e tutto sommato noiosissima, che ci vedono i detrattori, quindi, nonostante un superficiale estro sonoro, neanche stavolta Cavalleria è arrivata…
…e in mente sono rimasti Pagliacci…
…come evidentemente è destino in questo dittico…
alla fine i fischi a Carsen non hanno avuto senso, poiché, comunque, nessuna messa in scena di Cavalleria che abbia mai visto (forse solo Barberio Corsetti a Matera) è mai riuscita a rendere la musica di Mascagni meglio di questa sua stilizzata idea di meta-teatro (e i siculismi da immaginario collettivo, con gli abiti tradizionali, le processioni oleografiche e le osterie fumettare, oggi giorno sono ridicoli: una regia concettuale come questa sarebbe stata assai più pregnante se accompagnata da una musica che la supportava)…
e la macchina scenica del Maggio è stata fiammante, sia nel piano girevole di Pagliacci sia nel riempimento di un palco molto grande (e di per sé vuoto) in Cavalleria…
–
Brian Jagde (Canio) si è confermato (dopo la famosa prova scaligera della Forza del destino in mondovisione) uno dei più grandi tenori del suo tempo…
Corinne Winters (Nedda) aveva un affascinantissimo vocione gravissimo, e non ha sbagliato un colpo, con una tenuta di scena prodigiosa…
Roman Burdenko (Tonio e Alfio) è stato eccelso: fiammeggiante sia nel Prologo di Pagliacci sia nella vendetta di Cavalleria…
Martina Belli (Santuzza) era molto brava, e avrebbe meritato una Cavalleria con maggiore scavo psicologico…
Luciano Ganci (Turiddu) non ha sbavato per niente, e ce l’ha fatta a imporre una ottima emozione nonostante la piattezza della concertazione…
Lascia un commento