Ma sì, sono di quei film carini che hanno una grande voglia di comunicarti ciò che non solo è ovvio per chiunque abbia letto un romanzo russo, ma è anche ovvio per chi abbia visto qualche film un pochino più serio rispetto agli Avengers a Dune di merda…
Il regista ha dichiarato di aver copiato Malick a man bassa: e non occorreva ce lo confermasse… è evidente…
Anche coglionate come Revenant (per altro, in qualche caso, perfino somigliante a questo Train Dreams, dato l’antigrafo malickiano comune) vivono di Malick, ma il povero Clint Bentley sembra aver compreso di più la lezione malickiana, e sembra aver visto anche Days of Heaven oltre che i mainstream post-1998…
Sicché è un film che si vede bene, e che ha meritato tutta la nomination per la fotografia (di Adolpho Veloso), benché MERDflix abbia, come di consueto, imposto, ormai su tutti, l’idea del quadretto laccato, così calligrafico da sembrare subito obbrobriosamente fittizio anche quando armato di tutti gli intenti realistici possibili (le cose che succedono il 1917)…
gli shots con un centro preciso, i colori pastosissimi e ricercatissimi, i riflessini di sole imperanti, le composizioni ghiottone da poster del National Geographic…
…è tutta roba di un furbo che quasi ti irrita, nonostante comunichi bene la comprensione malickiana e serva in un modo non sbagliato l’ovvietà della trama…
per capirsi: è un film ripreso molto bene, ma ripreso da primi della classe parecchio ansiosi di far vedere al prof che hanno capito, studiato e assimilato tutta la lezione, tanto da incastonare, nel compitino, tutte le citazioni fatte dal prof…
e per forza, quindi, è un film che merita tutti i voti alti, ma suscita anche tutta l’antipatia dei perfettini bravini e precisini…
e, a livello di ontologia dell’immagine, l’occhio puntuale e preciso, dannatamente diegetico, disturba meno che in altri escrementi nati dalla stessa perfettaggine (tipo Arrival, tipo Blonde), ma innesca, magari senza volerlo (e l’inconsapevolezza sarebbe grave se ti comunichi così perfettino), la stessa nullezza del costruito, del fabbricato pulito e inutile nella sua consequenzialità completamente prevedibile, tanto da essere sonnolenta e soporifera…
i fantasmi, le funzioni di lutto, i canetti simbolici…
…è tutta roba che conosci già, che puoi anticipare…
così come anticipi l’andazzo della luce del sole che crea effetti bellissimi quanto meramente esornativi, o prevedi quel riflesso sull’acqua tanto bello e carino quanto oleografico e spregevolmente decorativo…
e il film passa, dicendoti cose ovvie con inquadrature ovvie stavolta leggermente “assolvibili” solo perché dimostrato di aver compreso la materia visiva di Malick pur recependola dal punto di vista superficiale invece che sostanziale, in un film che ti dice cose che si sanno già…
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Morti, fantasmi, passione, 5 stages of grief, il senso di colpa ancestrale dell’esistenza, la comprensione della vita alla Correspondances baudelairiana con la natura…
…se li vedi per la prima volta in questo film, ok, questo film ti farà effetto…
…poi un giorno vedi Malick per davvero… o Tarkovskij, o anche, semplicemente, Sunshine di Danny Boyle o Restless di Gus Van Sant…
…e allora Train Dreams ti diventa tè fatto con 3 litri d’acqua ma una sola bustina…
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ha il grande merito, comunque, di rimanere entro i 100 minuti (ufficialmente 102 perché ci sono i titolo finali con la tediosa canzone di Nick Cave, anch’essa candidata)
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va bene: accontentiamo chi guarda i film per gli attori:
Edgerton fa un bel lavoro, come no…
Felicity Jones appare e non sfigura…
e la parte del leone la fa, ovviamente, William H. Macy…
Nel suo saggio “Il fanciullino”, Giovanni Pascoli diceva che un poeta riesce a comporre poesie perché ascolta il fanciullino che è dentro di lui, la sua parte infantile, che in quanto tale è ancora capace di meravigliarsi anche delle cose più banali: da questa meraviglia nasce l’ispirazione per comporre poesie. Al contrario, un adulto che è incapace di dare ascolto alla sua parte infantile avrà uno sguardo disincantato sul mondo, non si meraviglierà di nulla e quindi non comporrà nessuna poesia.
Il punto chiave di questo ragionamento è che crescendo facciamo l’abitudine a tutto, niente ci meraviglia più e quindi guardiamo tutto con indifferenza. Ne consegue che quando siamo bambini anche qualcosa di mediamente carino ci manderà in estasi, mentre invece quando siamo adulti un libro, un film o una serie tv deve essere proprio un capolavoro per fare colpo su di noi.
Un altro motivo per cui da adulti siamo meno impressionabili è quello che hai detto tu in questo post: quando guardiamo un film o leggiamo un libro da adulti, ci accostiamo ad esso dopo aver già visto, letto o almeno sentito nominare una marea di opere simili. Di conseguenza, se oggi qualcuno fa un film in stile Terrence Malick il giovincello che non conosce il regista in questione lo guarda e resta a bocca aperta, invece l’adulto che ha già visto qualcosa di simile lo guarda senza fare una piega. E’ una questione di sostrato culturale, insomma.