Herz, slovacco, si riimmagina la Bella e la Bestia con un immaginario più vicino all’incubo che al sogno…
Letteralmente, il titolo suonerebbe quasi La vergine e il mostro, e qualcuno, forse, lo ha anche fatto circolare come Giulia e il mostro, poiché la protagonista è chiamata Julie (in cèco sembra si legga proprio «iùlie» con la e finale)…
La Bestia è un pennuto col becco, che le sinossi internazionali vogliono un falco: ha artigli da vero rapace predatore e non ha alcuna remora né a cacciare (nel film si suggerisce pure che non abbia altre vie di sostentamento oltre alla selvaggina, e lo si vede assalire un cerbiatto) né a uccidere…
Il film inizia con la tragica fine dei trasportatori del padre di Julie, in una impostazione che inizialmente somiglia molto alla versione di Barbot de Villeneuve (la prima scritta, nel 1740) e alla sua abbreviazione di Leprince de Beaumont (1756), piena di attenzioni all’economia, al commercio, alla borghesia arricchita e all’avidità dei fratelli (qui solo due sorelle) di Julie (l’adattamento di Ota Hofman non dichiara la derivazione dalle trame settecentesche)…
I trasportatori si muovono in una foresta illuminata di gelatinosa luce azzurrogolo-verdognola, e la violenza dei predoni che li attaccano è molto feroce…
durante l’aggressione, la Bestia sembra fare solo da osservatore, e appare da una breve soggettiva quasi onirica, in mezzo alle fronde, di uno degli spaventatissimi trasportatori aggrediti, di cui vediamo l’atto del guardare dettagli fuori dall’inquadratura: un vedere (è coinvolto anche l’occhio di un cavallo) assai angoscioso…
a una visione più attenta, però, si capisce che il mostro tra le fronde non è la Bestia vera e propria, ma uno dei suoi aiutanti, che si paleseranno in seguito…


Una donna, viaggiatrice coi trasportatori per ragioni non spiegate (è la compagna di uno di loro, quello che coglie una rosa da un arbusto per regalargliela subito prima dell’aggressione? la rosa che, nel prosieguo del film, e nelle primigenie versioni della fiaba, è proprietà e simbolo della Bestia?), sembra sopravvivere, atterrita, all’imboscata, ma l’artiglio della Bestia la dilania…
una Bestia che appare per nulla amichevole come dovrebbe…
Nei titoli iniziali campeggiano immagini illustrative fatte apposta (lo scenografo è Vladimír Labský) condite con grandi capolavori pittorici quattro-cinquecenteschi, piene delle loro bizzarrie orrorose e dei loro teschi di memento mori… il compositore Petr Hapka fa sentire il suo main theme, caratterizzato da un un unico intervallo iniziale, estremamente insolito e riconoscibile, che plasma tutta la musica del film, sia le parti in maggiore sia, molto di più, quelle in minore… un main theme molto drammatico, quasi alla Barry Lyndon (cioè a come Ronseman sistemò, in quel film del ’75, la Sarabande di Händel, HWV 437), ma meno ritmico e con una melodia sbrindellata in crome veramente con dolore!
La connessione con Barry Lyndon si ha anche con le numerose scene disposte alla luce delle sole candele e del fuoco, anche se l’intento è del tutto imitativo invece che sostanziale, visto che la luce di Herz non è per nulla quella naturale delle candele, né, tanto meno, segue un’iconografia settecentesca…

La trama continua rispettando, nella superficie, molte note delle edizioni scritte, con le rose donate come pegno per avere la figlia del mercante (un precipitato dell’elemento rosa permane perfino in Disney)… ma aggiunge il quadro della madre di Julie, ovviamente identica a Julie, che il mercante porta con sé e che la Bestia conserva, fantasticando sulle bellezze della dipinta…
il castello della Bestia è un capolavoro scenografico di inconscio: tremendamente diroccato e sporco, spesso circondato di neve candida e ancestrale, pieno di anfratti segreti, di porte inaccessibili, di telamoni antropomorfi che spesso hanno anche gli occhi, di decorazioni musive che alludono a un passato rinnegato (tessera che giunge anche a Disney, ma i dipinti sui muri di Herz appaiono da subito dipinti di mostri, come se la Bestia fosse sempre stata così e non un uomo poi tramutato), e con statue di bellissimi adoni che sembrano bronzei… e al centro del giardino c’è un lago sulfureo e mefitico, ribollente di fumi e di tragica melma orribile…
il castello è fucina di trucco cinematografico, fatto di innumerevoli specchi, di occhi e di sguardi che si compenetrano a vicenda: un tripudio di riprese di illusioni e di sogni che si mescolano con l’architettura…



la Bestia, un po’ come succede, malamente, al Dracula di Besson, ha aiutanti magici, mostruosi come lui, che muovono ciotole, piatti e pietanze per Julie…
la prima notte, Julie sogna una grande sala di specchi (con effetti illusionistici fotografici meravigliosi) in cui trova la sua anima gemella, dettaglio presente anche nelle versioni settecentesche scritte…

come nelle versioni scritte, la Bestia fa visita a Julie le sere, rimanendo alle sue spalle, senza permetterle di vedere le mostruosità (i famosi echi della fiaba alla parte centrale di Amore e Psiche nelle Metamorfosi di Apuleio, e che tornano, mutatis mutandis, nel Lohengrin di Wagner)…
al contrario delle versioni scritte, Julie non è per nulla restia alla compagnia della Bestia, ma subito dichiara simpatia e benevolenza, oltre a una voglia di sentirlo più volte, non solo le sere, per alleviare le sue solitudini diurne…
in quelle solitudini, Julie dichiara un suo interessante timore: quello di starsi immaginando tutto: che nessuno le stia parlando la sera, che la Bestia (al contrario delle versioni settecentesche, in cui l’emozione fa apparire la Bestia molto poco intelligente agli occhi della ragazza, il personaggio di Herz è immediatamente poetico e affascinante, anche se con le problematiche che vedremo) è una sua invenzione, e che lei sta avendo quelle conversazioni serali col proprio inconscio…
e infatti è Julie a passeggiare da sola nel castello e a immaginarsi le possibili implicazioni narrative di quello che vede, soprattutto nei dipinti musivi…
ma dopo averla vista ammirare le bellissime statue bronzee è la Bestia che rompe quelle statue, forse per gelosia della loro bellezza…


…una cattiveria che la Bestia continua a possedere durante tutto il film…
con un tripudio di magnifiche macchine a mano (la fotografia è di Jiří Macháně), osservanti la terribile Bestia, come se la inseguissero, e che vengono contrappuntate (col montaggio di Jaromír Janáček) da stacchi che denotano follia e aberrante disperazione, è la stessa Bestia a parlare con il suo stesso inconscio, non Julie…
una voce interiore che dice alla Bestia di uccidere Julie, la cui morte lo libererà!
…e siccome sappiamo che la Bestia non ha alcuna remora a uccidere, la sua pazzia ci attanaglia come molto pericolosa…


le sequenze e il racconto architettato da Herz si mantengono scomode e numinose: la Bestia parla con se stessa con quella sinergia quasi paurosa tra macchina a mano e stacchi, e quello che dice è molto perturbante: la voce cupa dell’inconscio parla di abbandonarsi alla violenza e alla morte, di uccidersi, e non prevede alcuna redenzione: quello della Bestia è un inconscio assolutamente terribile, oscurissimo di atrocità psichiche…
Con entrambi i protagonisti che lottano con le proprie illusioni, Herz costruisce la fiaba come funzione di entrambi…
la sua trama è pacificazione di Julie dalle imposizioni del Super-Io borghese (con il padre e la numerosa famiglia delle versioni scritte settecentesche) fatte di guadagno e di apparenza, pacificazione che la fa accettare l’Amore al di là della repulsione, combattendo così le sue (di Julie) paure interiori (realizzando il sogno avuto la prima notte sotto il dominio della Bestia, cioè della Paura)…
…ed è anche pacificazione della Bestia: è la Bestia che impara ad amare Julie, che si sacrifica per Julie, lasciandola andare, e accettando con Julie l’emendazione della sua (della Bestia) parte bestiale, fatta di solitudine e di volontà di potenza maxima del tutto identificata in pulsione di morte (esplicitata nelle uccisioni della Bestia, nella sua caccia alla selvaggina e nella sua tormentata lotta con se stesso)…
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Una sera che ha molto tribolato con la sua voce interiore, la Bestia concede a Julie di passargli, di spalle, un bicchiere di vino: Julie approfitta della cosa per sfiorare la mano della Bestia…
la Bestia è atterrita perché Julie ha visto il suo artiglio, ma non è così: l’artiglio è diventato una mano umana…
la voce interiore della Bestia si attacca a questo particolare per ribadire che adesso, senza artigli, l’animale interiore della Bestia (che è ovviamente esteriore nel simbolo narrativo) non riuscirà neanche a procacciarsi del cibo! Solo con gli artigli da animale la Bestia riusciva a sfamarsi, cosa che non potrà più fare con una mano umana incapace di afferrare e ghermire…
la voce interiore ripiega sulla solita storia machista dell’uomo-cacciatore, che con l’Amore si rammollisce e che non riesce più a dominare la natura come faceva nella mitizzata purezza della maschiezza…
ma accenna anche a un’altra vergogna della Bestia, cioè quella di NON essere effettivamente un animale, perché antropomorfo e dotato di intelletto, e di NON essere neanche un umano, perché mostruoso di ibridazione con un uccello rapace…
la voce interiore insiste che la Bestia non è nulla, a metà strada da due possibilità di felicità che lo escludono: l’appartenenza al genere umano o al mondo animale, entrambe proibite per la Bestia… la voce interiore palesa la paura dell’ibrido e dello straniero, sempre lasciato ai margini di tutte le strutture sociali…
un’ansia dell’essere rinnegati che alimenta le violenze della Bestia…
Ma la Bestia non cede a cotali smaronate del proprio Super-Io di voce interiore, e, con tutti gli espedienti propri della trama scritta del Settecento (l’amuleto che fa apparire Julie in seno alla famiglia senza passare dal via, il cui precipitato rimane in Disney nello specchio magico), partecipa alla sua catarsi, dando fuoco al suo maniero una volta che Julie torna dal padre…
il castello in fiamme dà a Herz la possibilità di sfoggiare la propria illuminotecnica cinematografica e di inanellare un fantastico simbolo di crisi psichica, con il castello-mente in autodistruzione ansiosa (dall’incendio spariscono, ovviamente, pure i camerieri magici)…
naturalmente Julie torna e accetta di amare la Bestia al di là delle apparenze, come in tutte le versioni, ma anche nel finale, Herz sembra tirare una zampata incomoda…
la Bestia, ovviamente, diventa l’anima gemella sognata da Julie nel sogno degli specchi, ma la loro felicità è così uguale a quel sogno da essere forse sogno anche nel finale!
Un lieto fine che è immaginato, vaneggiato, più che effettivamente compiuto e che nega ogni postumo di nozze varie o di connessioni con altri elementi diegetici che ce lo materializzino nella finzione…
è forse solo allucinazione di Julie
o della stessa Bestia
entrambi stavano forse sognano l’uno dell’altra e si sono abbandonati al sogno, nella morte, nella follia…
o entrambi si sono pacificati, anche se solo nei sogni, delle loro paure interiori, dei loro Super-Io abbondanti, soffocanti e traboccanti: molto violenti quelli di lui, e pedanti di convenevoli e ansie sociali quelli di lei…
oppure Julie e la Bestia, apparentati dal medesimo sogno, sono uno la funzione dell’altra…
un Uno sia maschile sia femminile, col cuore paurosissimo di accettazione e di rapporto con gli altri, che però teme così tanto da regredirsi in pura violenza (lui) e in scioccante infantilismo (lei)… un Uno di cui questa storia illustra la pacificazione o la definitiva follia: o simboleggia l’apertura all’amare e al lasciarsi amare, o l’allucinazione masturbatoria di chi non ci è riuscito, che si trova a ballare con se stesso nei cunicoli dei corridoi specchiati restituenti solo auto-immagini…
oppure il finale materializza la voluta e felice armonia di una mente finalmente completa, capace di scintillare con se stessa al di là delle apparenze, dei propri lati oscuri e dei propri timori, quasi sicuramente autoimposti…
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Densissimo di sofferenza visiva, musica e tramesca, di efficacissimo cinema psicologico capace di trattare un soggetto ampiamente rivisto come qualcosa di totalmente nuovo e di totalmente partecipante alla “fondazione” mentale dello spettatote, questo film di Herz è una fontana di acqua freschissima a cui si sono si abbeverati in tanti (affermazione inconsistente, vista la sua circolazione tutt’altro che continua dal ’78 in poi, e in ambiti quasi soltanto festivalieri), da Legend di Scott (la reggia di Darkness ha interni quasi identici a quelli del castello della Bestia di Herz), a Fantaghirò di Bava (la cui musica di Amedeo Minghi, ottenuta con lo stesso organo sintetizzato, ricorda, in superficie, gli stilemi di Hapka, anche se entrambe le musiche hanno coerenze proprie diverse)…
L’ho anche ritrovato nella versione da circa 90′ in italiano… che dire interessante, peccato registrato dalla TV a risoluzione e luminosità “insolita” (per voler bene al VHS).
Già tanto sia stato distribuito e doppiato!
…e trasmesso su Italia 1 niente meno
Io ho notizia, e forse ne parlerò, di una Biancaneve cèca del 1992, di Ludvik Raza (molto somigliante ai vari Fantaghirò), con Alessandro Gassman doppiato da Riccardo Rossi, andata su Canale5 almeno nel 1994 (io mi ricordo di averlo visto, a notte tarda un natale, anche se sembra sia andata in onda a luglio! i ricordi mi ingannano): c’è su Dailymotion!
Magari Fininvest, allora, era in collegamento con chissà quale tv locale per lo smercio dei magazzini dell’audiovisivo cèco fantastico (e chissà che il link non fosse proprio Fantaghirò, girato in Repubblica cèca)!
ah, dici: una volta che hai messo su l’industria, col set, lo studio al chiuso per fare la stanza del castello, il parco con la foresta incantata… beh, avrebbe senso
mah, invece credo che abbiano fatto un accordo del tipo: “venite a girare da noi a tre lire ma in cambio ci fate circolare le nostre produzioni, del presente e del passato [che prima dell”89 non potevamo distribuire all’estero], nelle tv italiane; e se va bene ci scappa anche qualche coproduzione”…
ma sto solo supponendo
Fa molto “Pippero” di Elio e le storie tese… :D