Il «War Requiem» di Ceretta al Maggio Musicale Fiorentino

Il War Requiem è nelle Musiche per l’Estate
La Spring Symphony è la n. 8 di Symphonies
A Ceremony of Carols e Saint Nicolas sono i nn. 19 e 20 delle Musiche per l’Inverno
The Turn of the Screw è la 18 delle Opere per Halloween
Peter Grimes è nelle Musiche ispirate alla luna
The Rape of Lucretia è nei Libri, film, fiction e musica sulla violenza di genere

Oltre a quelli che citerò, tra i tantissimi dischi disponibili di War Requiem ho sentito, anche solo di sfuggita:

  • Simon Rattle, Birmingham, 1983, con Söderström, Tear, Allen;
  • almeno 3 letture di Seiji Ozawa: un bootleg da Tanglewood nell”86 con Vaness, Moser e Luxon; il live del 2009 a Nagano con la Saito Kinen con Goerke, Griffey e Westman; il live dalla Carnegie Hall ancora con la Saito Kinen, nel dicembre del 2010 con Goerke, Griffey e Goerne;
  • Richard Hickox, London Symphony, 1991, con Harper, Langridge, Shirley-Quirk;
  • John Eliot Gardiner, Norddeutscher Rundfunk, 1992, con Orgonášová, Rolfe Johnson, Skovhus (è live dal duomo di Lubecca: esiste un video di Barrie Gavin);
  • ho cercato in tutti i modi di vedere le letture di Mstislav Rostropovič ma, a parte video fortunosi di YouTube, non le ho mai davvero ascoltate: non credo ci sia traccia del live dalla Carnegie Hall con la National Symphony di Washington del ’79, né del concerto con la stessa orchestra al Kennedy Center nell”87; del live da Santa Cecilia dell”87 c’è un bootleg; del video alla Royal Albert Hall del 1993 ci sono frammenti; del concerto a Barcellona del 2004 con l’Orquesta de Catalunya c’è un video;
  • almeno 4 letture di Kurt Masur: nel ’96 a Tel Aviv con la Israel Philharmonic con Wien, Robson e Hagagard; nel ’97 con la New York Philharmonic e Vaness, Hadley e Hampson; nel 2005 con la London Philharmonic e Brewer, Griffey e Finley; nel 2006 con la National de France e Gurjakova, Groves e Müller-Bachman;
  • Helmut Rilling, Festivalensemble Stuttgart, 2006, con Dasch, Taylor e Gerhaher;
  • Gianandrea Noseda, London Symphony, 2011, con Cvilak, Bostridge e Keenlyside;
  • Semën Byčkov, National de France, 2011, con Cvilak, Spence e Goerne (video di Gwen Liguet);
  • Antonio Pappano, Santa Cecilia, giugno 2013, con Netrebko, Bostridge e Hampson; un mesetto dopo lo stesso cast si è esibito a Salisburgo, dove Henning Kasten ha fatto un video per la televisione austriaca;
  • Mariss Jansons, Bayerischer Rundfunk, 2013, con Magee, Padomore e Gerhaher;
  • Marin Alsop, Royal Academy of Music, 2014, con Tanasii, Johnson e Kammler (video dal Southback Centre)

Il War Requiem non è così facile…

Anche se non era granché praticante, Britten si professò sempre cattolico, e dal cattolicesimo trasse una grossa porzione di ispirazione musicale, specie negli anni ’60…

non era bigotto, e per tutta la vita ha sempre votato il Labour…

ma il credo, forse, è stato per lui motivo di conflitto, non solo perché si scandalizzava quando vedeva amici commettere adulterio (evento per lui raccapricciante), ma soprattutto perché gli piacevano gli uomini… certe volte neanche così coetanei

nonostante la fama internazionale e Londra (con l’appartamento a St. John’s Wood) come fondamentale piazza di lavoro, Britten ha vissuto la sua vita affettiva in un ambiente relativamente molto piccolo: in un paio di paeselli del Suffolk…

fino alla morte della madre, nel 1937 (Britten ha 24 anni: il padre era già morto nel ’34: Britten aveva 3 fratelli, tutti più grandi: Barbara, Bobby e Beth), ha vissuto a Lowestoft, poi ha comprato alcune stanze nell’Old Mill di Snape, a una 40ina di chilometri di distanza…

nel ’36-’37, ancora nella congiuntura della morte della madre, conosce Peter Pears: i due si spalleggiano musicalmente a vicenda (Pears diventa tenore dopo l’incontro con Britten) e, dal 1939, iniziano a vivere insieme quasi come sposati…

convivono nonostante il 20enne Britten, due anni prima, a Firenze, al festival annuale della International Society of Contemporary Music, avesse conosciuto Karl Hermann Scherchen, il figlio del supersonico direttore d’orchestra Hermann Scherchen (allora era come Riccardo Muti), che aveva 13 anni…

La stessa differenza di età c’era anche tra Britten e Piers Dunkerley, conosciuto a un raduno di allievi nella scuola di Lowestoft nel 1934…

Scherchen e Dunkerley sono forse i primi e più significativi dei Britten’s Children, forse gli unici che hanno davvero turbato la nascente liaisons con Pears…

dal ’34 al ’39, Britten ha ronzato intorno a Scherchen e a Dunkerley con lettere e favori, presentandosi, spesso, come amico inossidabile…

ha ronzato intorno anche a un tale Harry Morris, anche lui 13enne, povero in canna, a cui ha offerto supporto economico: gli fa passare una vacanza a Crantock, in Cornovaglia, a maggio ’36: una vacanza forse durata una 15ina di giorni, forse meno, che finisce de abrupto perché Morris si trova poco a suo agio a dormire con Britten… succede anche qualcosa che lo fa urlare…
La sorella di Britten, presente alla vacanza, dopo l’urlo scorta il ragazzino alla stazione ferroviaria per il viaggio di ritorno a Londra…
Morris non le disse cosa era successo, ma raccontò il fatto a sua madre… qualsiasi cosa le abbia detto, la madre non gli credette, e infatti permetterà a Britten di rivedere Morris e portarlo al cinema, nell’ottobre 1937… La famiglia di Morris, successivamente, ha però testimoniato che egli non tornava per niente volentieri a Crantock…

la Seconda guerra mondiale mise lo zampino sia sull’incidente con Morris, finito in nulla, sia sulle relazioni con Scherchen e Dunkerley: Britten e Pears scelsero l’obiezione di coscienza e per evitare noie conseguenti (l’istituto dell’obiezione di coscienza non era per niente ben visto) fuggirono a New York, dove, dal ’39 al ’42, hanno fatto vita bohèmienne al Greenwich Village di New York, con, tra gli altri, Leonard Bernstein, Aaron Copland e Wystan Auden…

Scherchen e Dunkerley, invece, rimasero nel Regno Unito, e furono soldati…

Bernstein rimase cordiale con Britten, forse anche aiutandolo ad affinarsi le unghie per il teatro (durante il soggiorno americano, Britten scrive Paul Bunyan magari seguendo i consigli di un Bernstein sì 5 anni più giovane ma a suo agio col teatro già ad Harvard, dove aveva allestito The Cradle will rock di Blitzstein da studente, al pianoforte) ma, negli anni, lo ha sempre descritto profondamente cupo (Bernstein non si dedicò granché al lavoro di Britten: a una prima occhiata rimangono tracce audio soltanto della Young person’s guide to the orchestra al Manhattan Center nel ’61, della Spring Symphony live al Lincoln Center nel ’63, dei Sea Interludes del Peter Grimes al 30th Street Studio nel ’73, della Suite on English Folk Tunes nello stesso studio nel ’76 [Britten è morto quello stesso anno], e della Passacaglia del Peter Grimes nello stesso studio nel ’77; ma è forse significativo che l’ultimo concerto di Bernstein, a Tanglewood, il 19 aprile 1990, abbia visto in programma, oltre alla Settima di Beethoven, proprio i Sea Interludes del Peter Grimes; in pubblico, però, le amicizie più pubblicizzate di Britten in ambito musicale sono state soprattutto quelle con Rostropovič e Šostakovič)

dopo la guerra (dal ’42 al ’45 è in Inghilterra da obiettore di coscienza), Britten compra la Crag House ad Aldeburgh, che da Snape non dista neanche 10 chilometri…

ci vive con Pears, ma l’omosessualità era illegale in Inghilterra (lo è stata fino al 1967): per evitare il serio rischio di continue denunce, i due fecero passare la loro convivenza come professionale, perfino marchiando i loro libri con ex libris differenziati, per dare l’idea che ognuno si facesse i cavoli propri: solo nel 1970 commissionarono un ex libris unificato all’incisore Reynolds Stone: se lo sono goduti per i 6 anni di vita che sono rimasti a Britten…

la guerra non risparmiò le amicizie con Scherchen e Dunkerley: nel 1943, Scherchen si sposò con Pauline, una pilota della RAF, e da lei prese il cognome per evitare contestazioni anti-germaniche e da allora non ebbe quasi più contatti con Britten: negli anni ’80 emigrò in Australia…

Dunkerley ebbe una storia più triste: cercò di riavvicinarsi a Britten, ma non trovò in lui l’apertura che c’era stata prima della guerra… Dunkerley, forse per tacitare voci della sua omosessualità, si fidanzò improvvisamente con una dottoressa e pianificò il matrimonio, ma 2 mesi prima delle nozze si suicidò… era il 1959…

Britten non andò al funerale…

oltre a essere i primi Britten’s Children, Scherchen e Dunkerley sono stati anche i primi cadaveri che Britten ha lasciato durante la sua vita, che, dalla morte di Dunkerley, ha avuto davvero solo Pears come costante

i cadaveri, per fortuna, sono solo metaforici: così Britten stesso chiamava i tanti collaboratori-amici con cui, dopo lavori felici e redditizi, smise di lavorare e vivere de abrupto, o per bieco utilitarismo (con Britten che sentiva di non ricevere nulla di utile da loro) o per piccoli disaccordi che ingigantiva o perché, anche involontariamente, gli grattarono un nervo scoperto…

tra i cadaveri ci sono gli adulti (Montagu Slater, Charles Mackerras, Eric Crozier ecc.) ma anche, di nuovo, i ragazzini, con cui Britten non smise mai di avere a che fare…

le voci bianche affollano le sue opere, e i maschi dai 9 ai 12 anni sono spesso i veri protagonisti delle sue partiture… negli anni ’50, David Hemmings (su lui è costruito il Miles di Turn of the Screw, ’54) e Michael Crawford sono stati Britten’s Children e poi cadaveri appena incapparono nella muta della voce…

per Pears e Britten, già in pericolo per il loro de facto matrimonio illegale, la fissa di Britten per i ragazzetti era certamente motivo di imbarazzo, e anche innesco delle reazioni esagerate, quasi paranoiche, a qualsiasi osservazione in merito degli amici, quelle osservazioni che causavano i cadaveri

oltre ai litigi per Hemmings, l’unico che forse ha suscitato davvero la gelosia di Pears (e che ebbe la muta della voce a ben 15 anni, cosa che lo rende uno dei Britten’s Children più anagraficamente avanti), ci sono stati imbarazzi quando il Barone John Maud, importante uomo politico britannico, chiese a Britten di smettere di invitare il figlio Humphrey, di soli 9 anni, in vacanza… i figli di John Maud sono rimasti i dedicatari della Young person’s guide to the orchestra nel 1945, ma l’incidente si sentì…

ed era a tutti evidente che Britten fosse emotivamente un 13enne, cosa che per Pears era spesso una noia: Britten cambiava umore repentinamente, bastava un niente per farlo arrabbiare, pare che con Pears finissero anche per prendersi a schiaffi davanti a tutti…

e c’erano anche delle cene ufficiali, con i committenti della musica, che terminavano con Britten che spariva e veniva ritrovato a giocare nella stanza dei bambini con i bambini!

nonostante tutto questo, l’unico incidente vero è stato quello, assai elusivo, occorso con Harry Morris nel maggio del ’37…

tutti gli altri ragazzini (si possono aggiungere anche Jonathan Gathorne-Hardy, ispiratore di The Little Sweep, ’49; David Spencer, originatore di Albert Herring, ’47; e Roger Duncan, figlio del librettista di Rape of Lucretia, ’46) hanno parlato di un Britten che certamente dormiva con loro, che sicuramente li riempiva di baci, che facevano il bagno insieme nudi, ma che non facesse con loro niente di sessuale…

i ragazzini vivevano anche come naturale il disinteresse e l’indifferenza in cui incorrevano una volta cresciuti…

nel 1957, Britten e Pears, dalla Crag House, si trasferiscono nella più grande e lussuosa Red House, a 2 chilometri all’interno dell’abitato di Aldeburgh…

Britten non abbandonò mai le vecchie stanze a Snape, le usava spesso per lavorare: nel 1967 compra tutto l’Old Mill e lo trasforma nello Snape Malting Concert Hall…

L’età emotiva di Britten ferma a 13 anni era dovuta a traumi vari?
le allora usuali pene corporali subite alle elementari lo rovinarono?
il fatto che il padre fosse ordinario ma sostanzialmente indifferente lo incrinò?
che la madre fosse alcolizzata c’entra qualcosa?

boh…

fatto sta che la fissa per i ragazzini non era estranea neanche a Pears, che però manteneva le cose in termini più rispettabili proprio perché emotivamente più maturo…

una fissa che, nei documenti rimastici, sembra quasi più un’ammirazione: il bambino visto come gioiello incorrotto del creato, da preservare e adorare prima che la società marcia e malata lo sfregi…

sono riflessi di tematiche che si possono trovare in quasi tutte le opere di Britten nelle quali il War Requiem “serpeggia” come opus magnum, nonostante le tante opere liriche composte…

figlio del pacifismo sfrenato che lo fece essere obiettore di coscienza, War Requiem è scritto nel 1961, all’apice della carriera internazionale di Britten, e fa sentire tutte le radici che ha nelle tragedie della Seconda guerra mondiale e della sua storia personale…

è perfino dedicato al povero Piers Dunkerley… sì morto nel ’59, ma magari per Britten suicida più per i postumi della guerra che per il suo distacco… è dedicato anche ad altri 3 amici di Britten e Pears, tutti morti nel secondo conflitto…

War Requiem fu una grossa commissione, per onorare la ricostruzione della Cattedrale di Coventry (non fu l’unica: per la stessa occasione fu composto anche King Priam di Michael Tippett), distrutta dai bombardamenti nazisti…

Britten non era nuovo a questo tipo di ingaggi maestosi: per l’incoronazione di Elisabetta II, nel 1953, compose Gloriana

a ben vedere, a posteriori, quasi si può dire che War Requiem è una sorta di inizio della fine di Britten: dopo il War Requiem, di significativo e grosso, non compone poco nei ben 13 anni che gli restano da vivere (il concerto per violoncello, le cupissime cantante da chiesa Curlew River, The Burning Fiery Furnace, The Prodigal Son, l’opera per la tv Owen Wingrave, il testamento artistico Death in Venice e la cantata Phaedra), ma sono cose né gratificate dal successo che hanno avuto War Requiem e le composizioni precedenti, né vive di quella freschezza creativa che invece anima le cose fatte prima…

lo spirito della Seconda guerra mondiale ispira Britten nel concepire un sistema drammaturgico scopertamente simbolico: un tenore inglese (ovviamente Pears) e un baritono tedesco (Dietrich Fischer-Dieskau) cantano le sofferenti e stranite poesie di Wilfred Owen in inglese (riferite alla Prima guerra mondiale) accompagnati da una orchestrina da camera in mezzo a una grande Missa pro defunctis in latino per grossa compagine strumentale, coro maestoso e soprano, che si voleva russo (Galina Višnevskaja, la moglie del violoncellista Mstislav Rostropovič per cui Britten scriverà il concerto nel 1963)… a tutto questo si aggiunge, solo ogni tanto (solo 5 interventi), un coro di voci bianche (ovviamente boys’ choir), accompagnato da un harmonium o da un organo portativo (quello che nell’iconografia classica porta con sé Santa Cecilia, patrona della musica: Britten era nato il giorno a lei dedicato, il 22 novembre, e c’ha ricamato sopra tutta la vita), a fare suono di paradiso, e da posizionare lontano dall’orchestrona e dall’orchestrina: molte volte viene allestito alle spalle della platea, o in un posto sopraelevato…

questa sistemazione, che la critica anti-adorniana adorò, paragonandola a Gruppen di Stockhausen (eseguito solo 5 anni prima), è però sempre stata farraginosa… i tre elementi (i cameristi con tenore e baritono, l’orchestrona col coro e il soprano, e i bimbi con l’harmonium) non si mescolano davvero, e procedono in una sorta di compartimenti stagni, sì permeabili, ma tutto sommato divisi, fino alla grossa e allegorica fusione, tutti insieme, in un paradiso suggerito…

le 6 parti del proprio della Missa pro defunctis sono tutte, tranne una, divise in episodietti (il Requiem ne ha 3; il Dies irae ne ha 9; l’Offertorium ne ha 6; il Sanctus ne ha 2; l’Agnus dei non è diviso; Libera me si frange in 4 segmenti), che creano un sistema di disturbo: come se le poesie di Owen, quasi deformate in parossismo stilizzato perfino parodico alla Stravinskij (soprattutto Histoire du Soldat), facessero una irruzione caciarona nella canonica Missa, laccata di Romanticismo (i dichiarati Verdi e Berlioz, senza sottovalutare Fauré con il suo paradiso di organo), ma anch’essa nervosa di tempi strambi, di parentele motiviche e ritmiche che si incastrano tra gli episodi, un po’ alla Carmina Burana e un po’ alla Sacre du Printemps, ma sempre rigorosamente lisce: non si ha mai senso di smarrimento… un sistema adattissimo a comunicare in maniera lampante e comunicativa, davvero Romantica, il terrore del Dies irae e il dolore del Libera me, senza giochesse né sovrastrutture ambigue, che invece erano state il motivo di entusiasmo per le opere precedenti di Britten…
anche a livello strutturale, molto del War Requiem si origina da un’armonia tritonica, che Britten sviluppa, come aveva fatto in passato, e che risolve in Ringkomposition, ma stavolta i temi, invece che presentarsi cangianti di modo (come nelle altre opere), o slittati di significato, si affacciano pressoché identici nel loro ritornare, e nell’urlo del Libera me affollano come rottami l’orchestra, ben simboleggiando un mondo di guerra in frantumi, da cui si evoca appunto la liberazione

una liberazione affidata a un paradiso forse sognato, alla Labirinto del fauno, dove le anime di tenore e baritono si ricongiungono con l’empireo soprano, anche se, nella vita vera, sono solo e soltanto pianti dai bambini e dalle campane al loro funerale: soldati giovanissimi, anch’essi bambini, che sognano una liberazione ultraterrena mentre i loro figli-fratelli infanti restano disperati a piangerli (un finale che io collego sempre a quello di West Side Story dell’amico Bernstein e di Also sprach Zarathustra di Strauss: nel 1989, quando Derek Jarman ottenne da una recalcitrante Decca i diritti per l’incisione del ’63 che stiamo per vedere, onde usarla come soundtrack per un film del War Requiem, spinse la tematica paradisiaca sul versante cristologico, con i soldati sacrificati come Gesù: una componente che Britten non sembrava aver previsto ma che è un po’ in nuce nelle poesie di Owen: Decca impose a Jarman l’uso integrale dell’incisione, e non gli permise un montaggio né suoni né dialoghi che la coprissero)…

una comunicativa inequivoca, facile, anche non esente da certo didascalismo, ma forte e assai addentro alla poetica di Britten, visto che la guerra diventa davvero metonimia del deturpamento dell’innocenza, il deturpamento dei bimbi che Britten ha tutta la vita inseguito e ammirato
senza sottovalutare la componente omosessuale, scintillante di allusioni nella poesia di Owen e sempre sottotraccia nelle opere di Britten…
alcuni leggono come erotico il rapporto finale tra baritono e tenore nel semi-conclusivo Strange Meeting: è una interpretazione secondo me esagerata, ma pertinente se uno si affeziona ai riflessi che la biografia ha sull’arte…

e una tematica, si adombrava prima, che magari un po’ svanisce dopo il War Requiem, nelle cantate da chiesa tremebonde e ancestrali, quasi paurose, e che riaffiora solo in Death in Venice, nel ’73, 10 anni dopo il War Requiem

un War Requiem, quindi, che è una sorta di pre-suggello di una carriera…

per la prima a Coventry (il 30 maggio 1962, il giorno dopo King Priam di Tippett), il KGB negò il visto a Galina Višnevskaja: alla spicciolata venne chiamata Heather Harper…

Britten non se la sentì di dirigere il tutto e lasciò la direzione dell’orchestrona (la City of Birmingham Symphony Orchestra) a Meredith Davies… Britten guidò l’orchestra da camera (il Melos Ensemble)…

Meno di sette mesi dopo, dal 3 al 5 e quindi il 7, l’8 e il 10 gennaio 1963, alla Kingsway Hall di Londra, Britten sovrintende all’incisione ufficiale, con il Melos Ensemble, la London Symphony, e stavolta il cast desiderato, inclusa Galina Višnevskaja…

la Decca, la ricchissima casa discografica di Britten, con il producer John Culshaw, lasciò i microfoni aperti anche durante le rehearsal e ha catturato alcune indicazioni di Britten al cast…

parlando con Višnevskaja, attraverso un interprete, Britten dice di trovare certi passaggi difficili
Višnevskaja (fumantina di suo e già nervosina perché non comprese il simbolismo di cantare lontano dagli altri due solisti maschi e occidentali: essendo un disco, la cosa si poteva risolvere con colonne separate e spaziatura di missaggio, ma erano cose che Culshaw tendeva a usare poco, e usava la Kingsway Hall facendo finta che fosse uno spazio per “ricreare” in ambiente controllato il live, nonostante, immenso, il suo amore per la post-produzione, che però usava per chiarezza o per montaggio più che per sostituzione di quanto catturato) comprende le parole e sopravanza l’interprete rispondendo direttamente in inglese: «e allora perché l’hai scritto così?»…
un po’ piccato ma divertito, Britten replica: «non l’ho scritto per dirigerlo io! Eccoti la risposta!»
…e la cosa finisce in una risata…

in effetti, non mi risulta che Britten abbia davvero diretto il War Requiem come unico direttore fuori dallo studio…

ci sono incisioni della BBC, catturate live alla Royal Albert Hall nel ’63 e nel ’69, in cui Britten dirige ancora soltanto la porzione cameristica (ancora il Melos Ensemble), mentre altri direttori conducono l’orchestrona: nel ’63 Meredith Davies, il battezzatore del pezzo, dirige la BBC Symphony, e nel ’69 Carlo Maria Giulini guida la Philharmonia…

ma, a parte la difficoltà, il War Requiem, quando non c’era di mezzo Britten, è stato pressoché sempre diretto da un solo direttore, fin dalle origini: la prima americana, a Tanglewood, due mesi dopo la première di Coventry, ha visto il solo Erich Leinsdorf a dirigere la Boston Symphony Orchestra (la WGBH ha ripreso l’esecuzione per la tv, con regia video di David Davis)…

cos’è, allora, ‘sta difficoltà?

qualcosa c’è…

il barcamenarsi tra i diversi reggimenti precipita sulla coesione del pezzo, fatto anche di diverse cellule che, nonostante la quasi impermeabilità tra i ranghi, rimbalzano e si ripropongono tra un “luogo” e l’altro con una prescritta immediatezza non facilmente enunciabile con i gesti di un direttore unico…

in effetti, è raro, ma si trovano testimonianze audio di live dirette da due direttori: per esempio, nell’effimero teatro di Leidsche Rijn a Vredenburg, durante il festival dei Muzikale Meesterwerken, il 28 maggio 2010, la Radio Filharmonisch Orkest eseguì il War Requiem con Jaap van Zweden a condurre l’orchestrona e Reinbert de Leeuw a condurre l’orchestrina…

forse l’ultima volta al Maggio, che io mi ricordi, lo ha affrontato il povero Semën Byčkov nel 2011: non lo fece male, si mantenne bello potente, ma incorse proprio nella farraginosità tra orchestra da camera e orchestrona, e tagliò tempi musicali quasi geologici

Diego Ceretta dirige una joint venture tra il Maggio Musicale Fiorentino e l’Orchestra della Toscana: ha quindi in mano un sacco di elementi…

ha fatto un paio di scelte che non mi sono granché piaciute:

ha lasciato le voci bianche dietro le quinte: non si vedevano…

per ovviare proprio ai drammi di coesione ha scelto di spezzettare l’andamento: ha imposto pause non solo tra le 6 parti principali ma anche tra i diversi episodietti che le compongono…
la cosa non solo ha allungato il brodo, ma ha spesso tramortito la necessaria diegesi…

nel primo pezzo, il Requiem, ha optato per radicali staccati e per pause esagerate nella prosodia…

ma, a parte questo, ha creato un War Requiem davvero sopraffino e interpretato…

nonostante una leggerissima stonatura di una tromba nel mormorio del Dies irae, le orchestre fuse del Maggio e dell’ORT hanno tuonato imperiose, con fortissimi drammatici e intensi…

Ceretta ha letto la musica indagando a fondo il significato delle parole del testo, incoraggiando snodi significanti nel coro, tutti sottolineati in maniera sbalzata e chiara, e adatti alla resa musicale, incollata a quegli snodi con risultati davvero coinvolgenti…

scoppi, grida, piani e forti, erano tutti giustificati dall’azione interpretativa delle parole: sicché il Dies irae è esploso proprio a causa della poesia di Owen che lo precede, e il Libera me ha pianto proprio in conseguenza del senso del testo…

il cast, che ha mantenuto lo spettro nazionale di Britten (Elizaveta Šuvalova, Dietrich Henschel e il leggendario liederista Ian Bostridge, star internazionale che è uno dei massimi esperti del War Requiem), era di specialisti: forse un pochino poco voluminoso per essere davvero apprezzato nei tutti orchestrali e nella vastità della Sala Grande del Teatro del Maggio, ma davvero un portento di intenzioni e di sfumature nell’inglese e nel latino…

Ceretta ha avuto momenti di pura amministrazione gestica, che sembravano smorzare invece di incentivare l’emozione… ma tale tecnicismo ha davvero giovato al tutto e la sua concertazione, generosa ma controllata sugli ottoni, e calda e fluviale con il coro e l’ensemble cameristico (davvero superbo in tutti i reparti: l’occhio lo desta di più il percussionista ma anche violista, violinista, contrabbassista e flautista sono stati davvero sommi), pur con i leggeri problemi del cast detti, era da 10 e lode…

magari il tecnicismo si è sentito proprio al Let us sleep now conclusivo, che forse poteva contenere quelle pause drammatiche che invece nel Requiem iniziale significavano meno…

ma è stata davvero un’esecuzione memorabile

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑