«Di cosa parliamo quando parliamo d’amore» di Raymond Carver nello spettacolo di Claudio Cirri al Materia Prima Festival

E il Materia Prima Festival 2025 continua con una delle esperienze teatrali più portentose, col botto BUM!, che abbia mai vissuto!

In un appartamento privato, cioè veramente in casa di gente che ci abita per davvero, gli spettatori stanno in piedi intorno al tavolo della cucina, e gli attori, seduti, vanno dietro al racconto di Raymond Carver (mi hanno detto nella versione accorciata da Gordon Lish, molto più evanescente perché taglia, lasciando nel non detto, diversa roba che invece Carver aveva precisato) con un personaggio a fare anche il narratore (cioè a includere nelle sue battute «disse», «esclamò» e la descrizione dei gesti che gli altri fanno proprio mentre li fanno) e ad amministrare la luce scenica…

Gli spettatori stanno lì a vedere e fanno parte, con gli attori, dell’azione drammatica, anche loro a sentire su di loro la progressiva ansia etilica, a provare sulla propria pelle la temperatura (non solo emotiva) che si surriscalda, e a perdersi, con gli attori, nella fatuità del testo di Carver/Lish, geniale bolla di “depressite”, che, agita e sentita in questo modo, tutti insieme nella stessa stanza a sudare e a subire uno accanto all’altro, senza distinzione tra scena e sguardo (il personaggio narratore parla rivolgendosi a tutti, guardandoci negli occhi), l’incomunicabile del testo che, così veicolato, fa sembrare tutti i Patrick Marber, i Giuseppe Patroni Griffi, gli Edward Albee, gli Harold Pinter, gli Anthony Shaffer, le Yasmina Reza e gli Alberto Moravia di questo mondo dei pillúccheri di forasacco!

Gli attori (Cirri, Luisa Bosi, Maria Bacci Pasello, Fabio Mascagni e Woody Neri: uno meglio dell’altro) hanno proposto lo spettacolo in tre diverse abitazioni di Firenze, accogliendo solo 20 persone per volta, in quartieri ritenuti problematici dalla propaganda allarmista… io ho visto una replica tra Novoli e San Jacopino, in una casa che nemmanco Tim Harvey avrebbe potuto costruire più funzionale e curata nel design: e San Jacopino è protagonista delle ridicole ronde e controronde contro la criminalità cavalcata dagli spaventati… il Materia Prima Festival (il gruppo che lo anima, Murmuris, con altre realtà locali), con operazioni del genere, cerca di far vivere il quartiere con azioni culturali e appunto vitali (cinema all’aperto e cose da fare insieme) per riappropriarsi della città con roba che sia alternativa alla soffocante repressione anti-vitale…

Lì, in una cucina quotidiana, insieme a sconosciuti, a partecipare allo spettacolo, a rispondere agli sguardi del narratore, a sentire e praticare i movimenti degli spettatori come me, invitati a muoversi per poter girare intorno al tavolo e vedere diverse prospettive del tavolo attorico, diventando così personaggi a loro volta, e a percepire il nervosismo e il nichilismo montante del testo che cerca l’Amore senza poterlo trovare, nel frattempo smascherando illusioni, speranze tradite, dipendenze, convinzioni farlocche e allucinazioni alcoliche, ho provato brividoni immensi quando siamo arrivati alla fine senza aver concluso nulla ma dopo aver rendicontando nel frattempo i disastri dei sentimenti (riflessi in noi altri spettatori: tutti insieme vicinissimi ma tutti completamente inconoscibili e distanti come sconosciuti e distanti, nonostante le apparenze, sono rimasti i personaggi): mi sono sentito parte in causa della vita/spettacolo che stavo vivendo, lì a spegnermi nel buio insieme a tutti (un successivo annullarsi della luce che nello spettacolo e nel testo sopraggiunge piano piano, come il silenzio nelle composizioni di Gija Kančeli), a cantare disincantato No Surprises dei Radiohead, colonna sonora a cappella (intonato dagli attori) del finale, esprimente alla perfezione il nulla pieno di emozioni che è la vita…

Una roba che m’ha davvero interconnesso con la potenza dell’esperienza teatrale, con il vivere insieme qualcosa che è contemporaneamente vita e simbolo della vita, capace di farti vedere esattamente come l’esistenza funziona: con illusioni, storie, autoinganni e speranze!

Bene dé!

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