Pigen med nålen [The Girl with the Needle]

Non è per niente un film brutto, ma ha il problema, come spesso succede al giorno d’oggi, di credersi un pochino ‘stocazzo

è bello, ma è letterarissimo:
tutta la prima parte del barone che la vuole sposare e che la mette incinta è da Flaubert o Stendhal più che da film, così come tutta la tragica sottotrama del marito mutilato e freak del circo: è roba da Ottocento, da libro d’avventure, che in un film è pesante…
…e fa giungere alla insensata durata di 123 minuti (è effettivo il minutaggio indicato su IMDb e non sulle Wikipedie, almeno nella versione noleggiabile su Prime Video/MUBI che ho visto io)…

è bello, ma si compiace:
i fronzoli artistoidi, con gli infiniti accenni allo sguardo e al cinema (le tante riprese di occhi, le protagoniste che vanno fisicamente a vedere dei film), e con le performance luministiche che proiettano facce sopra altre facce, ottenendo deformazioni varie ed eventuali, non vanno davvero in nessun posto, poiché la trama non giustifica un’anticchia di quei fronzoli…
…l’inganno c’è, ma si conosce ed è alla portata di tutti, e quindi è quasi sovraccaricato dalle tante allegorie e metafore, che allungano il brodo…
e se si voleva mungere l’aspetto dell’inganno lo si poteva fare con ancora più allucinazioni invece che prediligere il metacinema a sproposito (ma forse questo lo vediamo tra poco)…

più centrato l’uso del bianco e nero e del non così usuale formato 1,50:1 (anche qui mi sembra, a occhio, più corretto il ratio indicato su IMDb invece dell’1,37:1 della Wikipedia italiana, ma qui potrei sbagliarmi, anche se 1,37:1 è assai vicino all’1,33:1 del 4:3 che non m’è sembrato proprio):
bianco e nero e formato dànno una fantastica idea di period drama (la fotografia è di Michał Dymek), con le più che naturali e scoperte influenze (Lynch, certamente, soprattutto Eraserhead, e Das weiße Band di Haneke, ovviamente: fonti non solo per il visivo ma anche per il tematico coinvolgimento degli infanti)…

bravissime le attrici, una meglio dell’altra, anche la ragazzina…

stupenda la musica (di Frederikke Hoffmeier), tutta fatta di click e rumoretti percussivi…

e fantastico il messaggio che ti costringe a riflettere:
la serial killer infanticida è convinta di stare facendo il bene dei bambini e delle loro madri, togliendoli dalla miseria, e nella sua follia è un po’ sicura che le madri, in fondo, sappiano che quelle “adozioni” sono in realtà uccisioni: la killer è quasi sicura che il suo sia un servizio pubblico: uccidere delle povere creature che tutti vorrebbero morte o mai nate ma che nessuno ha il coraggio di uccidere davvero…
e qui sarebbe l’inganno che l’insistito metacinema poteva supportare, ma von Horn deve aver sospettato (dimostrando una consapevolezza mai raggiunta dal povero Guadagnino) che il tirare fuori il cinema per metaforizzare le fumisterie di un’infanticida sarebbe stato un po’ fuori posto… e allora ha abbandonato il metacinema che è rimasto a livello di abbozzo…
…un peccato…

anche se questo non inficia un logos sull’infanticidio, e, per traslato, sull’opportunità della maternità, che al cinema forse non s’è granché mai visto davvero, con solo il grande John Carpenter come eccezionale esempio di maxima angustia (Pro-Life, episodio 2.5 dei Masters of Horror, del 2006)…

L’infanticida che sfrutta la miseria (il film è ambientato durante e subito dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale) degli altri per lucrare (per le “adozioni”, che poi sono omicidi, si fa pagare), e che pensa di fare del bene a non far subire ai neonati un’esistenza da non voluti, è un tarlo fastidioso e aberrante, che inquieta assai…
negare l’esistenza a dei bambini è davvero un fargli del bene se la vita, per loro, sarà solo motivo di sofferenza?

anche i Fratelli d’Innocenzo, molte volte, parlano di questo, e l’hanno fatto in modo molto pesante in Favolacce e in Dostoevskij: von Horn è molto più misurato, centrato e sapiente rispetto a loro…

anche perché lega la tematica malata alla relazione malsana ma stranamente soffice che l’infanticida intercorre con la ragazzina e con la protagonista: come se l’impresa infanticida sussistesse anche per “amore” di una famiglia tutta particolare: per amore si commettono atti atroci, ma siccome si fanno, illudendoci, di fare del bene a quell’amore e anche alla società, che viene privata della sofferenza dei bimbi non voluti, quelle atrocità vengono intese come mali necessari, come piccolezze da perpetrare per forza, quasi da sopportare, per ottenere un benessere sia personale sia universale…

un corto circuito malsano e sconcertante, che von Horn, pur con le lungaggini dette, illustra molto bene, facendoci turbare assai, in maniera molto più pungente di qualsiasi altro esempio analogo (da ribadire certe derivazioni di suggestione dalla Jenůfa di Janáček, nelle Musiche per la primavera)…

Pur nel corto circuito, von Horn non perde mai la trebisonda del senso, si ancora bene all’etica e dimostra la malafede dell’infanticida, che impedisce alla protagonista di abortire per poi ucciderle il bambino una volta nato: perché? non sarebbe stato più etico annullare il potenziale bambino prima dell’inizio della sua vita invece di attendere l’inizio di quella vita? l’infanticida maschera con le ragioni di salute della protagonista (che cerca di abortire con un gigantesco ago, menzionato nel titolo) la sua sete di denaro (che si fa dare per le finte adozioni) che, al contempo, si rifiuta di volere per un “servizio” abortivo, segno che la ispirava una dose di autentica furia omicida di godimento dell’uccisione (totalmente inesistente nella pratica abortiva), messa in scena in modi ottimi e ottimamente capace di sporcare tutti i sussurri riguardanti il male fatto per amore…

Una sequela di istanze scomode molto ben trattate da von Horn, e quindi dispiace ancora di più per la durata smisurata e per le anse ottocentesche tediose della trama…

…ma che la famiglia poi riesca a “farcela” in qualche modo, fa finire il film, tutto sommato, tra gli interessanti e non tra le pesantezze sfasciacoglioni come Dostoevskij

anche se la lentezza e il birignao dei primi della classe (von Horn si masturba un pochino con le sue proprie immagini) impedisce di parlare di film davvero riuscito…

Von Horn, 42enne, è svedese ma è polacco di studi (e ha anche la cittadinanza polacca)…

il film è girato completamente in danese perché si basa sulla vera storia della serial killer infanticida Dagmar Overbye, tra 1913 e 1920 assassina di un numero imprecisato di neonati (forse 9 o forse 25) a Copenaghen, ma è girato quasi completamente in Polonia con soldi più che altro svedesi e polacchi… agli Oscar “internazionali” concorre però per la Danimarca…

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