Anche io che sono uno scottiano convinto mi dovrò rassegnare al fatto che gli anni 2010s, per Ridley Scott, sono stati anni di cincischio, come furono gli anni 1990s…
se il cincischio dei 1990s fu spazzato via proprio da Gladiator (il post in cui espongo questa discutibile teoria è l’Up and Down), non lo so se adesso GLADIIATOR farà altrettanto…
per fortuna, però, anche questo decennio di cincischio, grazie a Dariusz Wolski, è stato una meraviglia di visione cinetica, con le immagini che erano davvero opere d’arte, anche nei film meno compatti… e in GLADIIATOR il ritorno di John Mathieson, il cui ultimo lavoro con Scott risaliva appunto al 2010 (2013 se si considera il The Vatican mai distribuito), conferma l’estro visivo, anche se ci mette un po’ di una certa ironia visiva che vedremo…
…ma la non compattezza del messaggio di GLADIIATOR è palese… davvero come in tutti i film di questo ultimo decennio scottiano…
forse si può aggiungere che se fino al 2021 la “confusione” del soggetto rispecchiava una visione del mondo che era anche tragedia dell’impossibilità scopica di raggiungere=vedere il *vero* (elemento presente, intermittente, anche nei 1990s, vedi 1492), cosa che rendeva Scott uno dei poeti visivi più formidabili della complessità contemporanea, e che salvava dal torpore dell’indistinto anche i suoi film più farlocchi (anche Last Duel e House of Gucci, o anche, più indietro, The Counselor, Exodus, Covenant, All the money in the world e The Martian), Napoleon è un po’ parecchio venuto meno a questa tragedia proponendo, almeno nella versione theatrical, semplificazione al posto del consueto complesso scottiano…
non lo so se si può dire che GLADIIATOR vada davvero dietro a Napoleon nella semplificazione…
non so se sarebbe esatto…
perché un po’ di complessità, soprattutto alla Exodus, GLADIIATOR la mantiene…
il sogno di una Roma di comunismo & libertà (così vicino nei tempi e nei modi al recentissimo Megalopolis di Coppola, che è molto più teorico ma ha la stessa voglia citazionista [Marco Aurelio, Tacito, Lucrezio e Virgilio là dove Coppola aveva citato Cicerone, Catullo e Sallustio] e la stessa urgenza cafonal del sandalone in salsa parodico fetish alla Caligola di Brass, in un mood che, a dir la verità, Scott ha da sempre, almeno dal 1492 con punte in Exodus e Covenant e con la vetta massima, ovviamente, in Hannibal, di cui GLADIIATOR ricicla diverse tessere) che si scontra con la violenza e i numerosi sotterfugi sanguinari di Macrinus possiede un ricordo degli eterni duelli scottiani e, come Coppola, Scott non tace che il sogno è irrealizzabile e sussiste solo come ispirazione e Streben…
una buona premessa di complessità…
una complessità che potrebbe essere incarnata in un secondo grado familista, con Acacius e Lucius che si contrappongono prima di riconoscersi come viventi nella stessa speranza…
ci sono però dei frammenti che sporcano un po’ tutto…
o, magari, non sporcano, ma zigzagano più verso la caciara che verso la complessità…
sono frammenti ironici e di sprezzo del ridicolo, davvero alla Tinto Brass…
frammenti veicolati soprattutto dagli animali finti: i babbuini mannari che manco Yuzna, il rinoceronte incazzoso, gli squali acrimoniosi: tutta roba che la vedi e non ti può non venire da ridere…
un sistema di palesamento della finzione che ricorda quello proposto da Branagh in Death on the Nile…
…frammenti veicolati anche dalla recitazione sopra le righe del sardonico Washington (che meriterebbe almeno una nomination), della lermoyante Connie Nielsen e dell’amletico Pascal, che si scontrano con la palese imperizia di Mescal, così inadeguato da sembrare fatto al computer come gli squali…
ma questi frammenti sono incastonati in una cornice visiva da sontuoso museo, così certosina e bella da destare meraviglia, con le solite botte da orbi ritmate da un montaggio superbo, con le luci riflettenti e con i giochi di chiaroscuri che nemmanco Claude Lorraine, in un gioiello sopraffino e luccicante come non mai, così abbagliante da risultare davvero estraniante quando viene colpito da uno di quei frammenti ironici, dagli squali finti e da Washington sbalzelloso…
Se in Exodus la calligrafia da museo egizio, ugualmente lussuosa, poi era accompagnata dalla noia di dialoghi irrisolti che riflettevano l’impossibilità di trovare una quadra in un mondo religioso (e questa oscillazione creava quell’«interessante» che, si diceva, ancora sussisteva prima di Napoleon), qui in GLADIIATOR la dicotomia tra atarassia stilistica perfetta e le schegge di follia ridicole crea un discorso che più che alimentare la complessità (come ancora facevano gli inserti in bianco e nero e l’opera lirica sparata a mille in House of Gucci) sembra invece riportare tutto a uno schematismo davvero da sandalone anni ’50, che finisce, perfino, in un comizietto, sicuramente nutriente per le istanze anti-trumpiane e anti-populiste, ma tutto sommato semplificante…
come se lo Scott che fino a pochi anni fa si beava di complicare gli affari semplici, godendo di trovare l’irrisolvibile dappertutto, e facendoci piangere cantando di un mondo irriducibile e indicibile da quanto è arzigogolato, tanto che neanche le migliori immagini del cinema riescono a restituircelo, da un paio d’anni si sia messo a pontificare appunto buttandola in caciara, con la palla in tribuna verso le cose semplici, la fede, la famigliola e il socialismo quasi da casa e chiesa…
ma le scintille di ironia che si diceva, forse sono una presa in giro sardonica appunto della fede e della casa e chiesa, e buttano tutto sul non prendere per niente sul serio questo GLADIIATOR, che va avanti forse senza annoiare, anche se ha i peggiori distintivi del prevedibile, del risaputo e dell’occhio all’orologio per vedere quando finiscono sia le pur bellissime sequenze delle botte da orbi sia le sentimentalate quasi del tutto inutili della sottotrama di Acacius, che si avvita alle altre sottotrame con una non giustificata macchinosità (e alla lunga un po’ facilotta è tutta la storia dell’agnizione, che per essere una sorta di piatto principale è un po’ insapore)…
–
se spesso paragono Scott a Tasso, GLADIIATOR potrebbe essere il Tasso post Sant’Anna, che sdilinquisce la Gerusalemme liberata nella Gerusalemme conquistata…
ma l’ironia pungente degli estraniamenti di GLADIIATOR forse mi fa pensare a uno Scott che alla soglia dei 90 anni è più cinico che mai, che porta a casa la pagnotta in un film che salva il salvabile, che è fatto da massimi esperti, che blatera qua e là di buoni sentimenti senza crederci e che passa e va per un uso e consumo momentaneo…
uno Scott, quindi, quasi un Meyerbeer, o un Mascagni tardo (potremmo chiamare in causa il Nerone, “problematico” come questo GLADIIATOR, perfino come modello)…
–
Napoleon e GLADIIATOR hanno titoli iniziali, come tutti i film di Scott fino al 1997 (G.I. Jane è il primo ad averli alla fine, sebbene The Duellists e Alien abbiano sistemi ibridi: all’inizio hanno solo pochi credits), ma dal ’97 al 2023 mi risulta che abbia usato opening credits completi solo in Matchstick Men (2003)… fatemi sapere se sbaglio…
Ho visto il trailer e mi sono scoraggiata…molto.