Lo spregevole classismo di fondo (con i nobilastri lamentosi di non comandare più) è riscattato da una delle riflessioni più cupe e dolenti che si possano immaginare sulla impossibilità di vivere una vita degna in un mondo che marcisce dall’interno, portato via dalla corrente dell’entropia e appunto sbriciolato dalle sue stesse contraddizioni…
Rispetto all’analogo Mondo di ieri di Zweig (di 4 o 5 anni dopo), Roth non ha pretese documentarie e non ha paura di dimostrarsi meno moralmente cristallino: il suo personaggio misogino e sgradevole incarna forse meglio del lucidissimo e irreprensibile Zweig la disfatta di un secolo, di un modo di pensare, del “conservatorismo” del “tempo che fu”, capace, alla lunga, di produrre solo cacca là dove è convinto di seminare “libertà” e “uguaglianza” (che sono impossibili se derivano dalla “dominazione”)…
Un libro che potrebbe far aprire gli occhi a chiunque va dicendo che in un prima mitico tutto era più bello, ignorando che proprio in quel prima mitico c’era la radice dello schifo odierno…
E Roth conclude che era meglio morire all’inizio piuttosto che innescare quest’entropia malata che è stata l’esistenza tout court…
Rimane molto antipatico, ma l’ansia di nichilismo quasi da preferire a una realtà odiosa (quell’ansia che fa dire “allora era meglio niente”) te la fa sentire tutta!
Credo che la traduzione Adelphi di Laura Terreni (1974) sia la primissima in lingua italiana, ed è veramente un portento, ma la nuova versione Garzanti di Nicoletta Giacon (2022) si difende assai bene…
In un certo periodo della mia vita (anni ’70) ho letto tutti i libri di Joseph Roth, via via che uscivano per Adelphi. Si tratta di uno scrittore veramente suggestivo, indipendentemente dal fatto che parli di nobilastri