Padre Pio

Spacciato come un film su Francesco Forgione, questo capolavorino di Abel Ferrara è invece una precisa documentazione delle violenze che i fascisti (o pre-fascisti) perpetrarono contro i socialisti, vittoriosi alle prime elezioni italiane dopo la Prima Guerra Mondiale, proprio quando la nuova giunta “rossa” avrebbe dovuto insediarsi nel comune di San Giovanni Rotondo, il 14 ottobre 1920…

La narrazione è dimidiata e alternata tra gli episodi di strazio sociale tra i padroni e gli sfruttati, episodi dove non si tralascia alcuna realtà sul dominio atroce dei latifondisti (tra donne vittime di violenza solo perché povere e morti sul lavoro raccapriccianti) né sul trauma lacerante delle conseguenze della Prima Guerra Mondiale (i soldati tornano mentalmente provati e mutilati, con alcuni che prendono coscienza dell’inutilità della strage proprio mentre altri, anche tra i mutilati, elaborano il dolore eroicizzandosi e cominciando a odiare chi invece dalla guerra prese le distanze), e gli episodi con al centro Padre Pio, che, confinato in un convento lontano dal paese (con solo poche messe dette in pubblico), apparentemente ignaro di quel che succede ai suoi concittadini, vive una personale lotta con le sue patologie personali di delirio mistico, e vede statue della madonna animarsi, diavoli che lo insultano, lo tentano e lo inducono quasi all’automutilazione, e Gesù crocifissi che lo abbracciano…

La parte socialista è un compendio di quanto il fascismo dei ricchi e dei padroni, trinceratisi in un nazionalismo militarista post-bellico eroicizzato e idealizzato (perfino, dicevo, attraverso i mutilati, visti come monito ispirativo più che come avvertimento sulle tragedie in cui si incorre guerreggiando), abbia operato a livello locale con violenza, spregevole misoginia (il personaggio di Giovanna Chirac, il cui marito non è tornato dal fronte, è perennemente insidiata dagli scagnozzi del padrone, e viene uccisa brutalmente da un invasato anti-socialista patriarcale), e senso terrorizzante dell’assassinio e dell’intimidazione, contro un partito socialista mai perfetto (sempre percorso da fatuità filosofiche e da un continuo serpeggiare di gelosie personali e di diatribe laceranti su come operare onde ottenere qualcosa, con la Rivoluzione russa come faro sì da seguire ma non ancora compreso in toto) ma depositario della speranza per i braccianti e i lavoratori schiavizzati…

La parte religiosa, più vicina ad altri film di Ferrara (soprattutto Mary, 2005), parla di un disperato, forse schizofrenico, Padre Pio che cerca la quadra in un mondo spaventoso, e la trova in una religione completamente allucinata e del tutto avulsa da qualsiasi realtà…
Le incarnazioni del diavolo che lo tormentano gli ispirano quasi solo rabbia e insulti invece che pietà e preghiera, e anche quando lo vediamo confessare un personaggio molto strano (impersonato da Asia Argento e accreditato con l’appellativo di «Tall man»: forse un’apparizione diavolesca anche lui?), che sembra autoaccusarsi perfino di pedofilia, l’unica cosa che fa è urlargli conto, senza però ottenere alcuna effettiva reazione…

Abel Ferrara, come fu in Bad Lieutenant (1992), sembra dire che la religione forse rappresenta qualcosa a livello personale e individuale, ma che a livello pubblico o è un disastro o non partecipa in nessun modo alla realtà:
Ferrara fa vedere come il prete effettivo di San Giovanni Rotondo (e quindi per nulla in contatto coi cappuccini del convento di Padre Pio) parteggi per i padroni e benedica perfino i fucili che spareranno sui socialisti legittimamente eletti, proprio mentre Padre Pio ha la visione di abbracciare un Gesù venuto giù da un crocifisso…
sembra davvero significare che Padre Pio, ok, la quadra, con le allucinazioni religiose, la trova, ma intanto la violenza c’è, la Chiesa ne è complice, e Padre Pio o non ne sa niente o se ne frega altamente, tanto è concentrato sui suoi del tutto vani misticismi…

Nonostante lo scetticismo sulla Chiesa è quasi miracoloso come Abel Ferrara riesca a girare un film così efficace praticamente con un budget poco più che domestico…

La sua macchina da presa sembra fare solo soggettive: sembra sempre fare parte dei personaggi, senza vedere mai più di loro, e sempre sballottata e basculante come loro… anche, spesso, con punti di vista bassi, come se la macchina da presa fosse davvero un personaggio più “piccolo” di altri…
…ma ogni tanto ha inequivocabili oggettive artistiche, con tagli di frame inconsueti e spiazzanti, latori spesso di fenomenali citazioni pittoriche dal realismo o dal divisionismo tardo ottocenteschi…
un mix davvero superbo che si concede anche molti momenti onirici (che sono “classici” stilemi di Ferrara: i suoi fauvismi con le scene tutte blu e tutte rosse) nelle visioni di Padre Pio, e quindi rende questo film un’esperienza visiva (la fotografia è di Alessandro Abate) molto diversa da roba come il Novecento di Bertolucci, a cui invece potrebbe somigliare a livello di tematica…

Sopraffina è anche la gestione della musica (di Joe Delia) che usa black soul, rievocazioni delle canzonette anni ’20 (la famosa Midnight with the stars and you che tanto riecheggia anche nello Shining di Kubrick) e minimi tocchi pianistici per organizzare un’atmosfera davvero unica…

forse una pecca è stato girare il film in inglese anche se il cast è quasi totalmente italiano : va a finire che parla davvero inglese solamente Shia LaBeouf, mentre gli altri parlano inglese come noi italiani si parla inglese…
ma vabbé: davanti a tante genialate di trama e di concezione visiva, il maccheronico inglese non intacca una prova dei caratteristi italiani (Luca Lionello [amico di Ferrara: era in Mary e in Napoli Napoli Napoli], Marco Leonardi, Ignazio Oliva, Vincenzo Crea, Michelangelo Dalisi ed Ermanno De Biagi) veramente eccelsa… e forse aiuta il pubblico anglofono a localizzare ancora di più la vicenda in Italia…

e altra pecca è il ritmo e la compattezza: è un film che tarda ad ingranare e che forse poteva durare 75 invece di 104 minuti…
ma quando il film è bello, in effetti, una mezz’oretta in più si sopporta bene!

In Piazza Vittorio (2018), Ferrara aveva dato molta voce a Casa Pound, facendola quasi apparire bene in quel documentario piacevole ma un po’ raffazzonato…
…in Padre Pio è quindi un piacere vederlo tornare con tutti i crismi verso l’antifascismo!

Da sempre detestarore feroce di Shia LaBeouf, mi accorgo che questo Padre Pio, insieme a McEnroe (2017), è effettivamente una delle sue prove migliori: ma, come al solito, per fare Padre Pio è dovuto diventare diacono cattolico… mi aspetto quindi che per prepararsi a fare un alieno vada a vivere su Venere…

Come conclusione ribadisco che io Padre Pio lo detesto e l’ho sempre considerato fuffa…
per fortuna Ferrara lo usa come pretesto (non viene detto nulla delle scemenze su Padre Pio, dalle stigmate in giù, che dovrebbero essere apparse già nel 1918, anche se le sue scene di lotta contro il diavolo sono accurate rappresentazioni di ciò che i correligiosi di Forgione, suoi compagni in convento, hanno dichiarato su di lui: affermava davvero che le sue urla e botte autoinflitte notturne erano match di pugilato col diavolo [!?]: e si vede un “miracolo” di Padre Pio all’inizio del film: accarezza uno storpio che dopo la carezza riprende a camminare) e non come esempio…

3 pensieri riguardo “Padre Pio

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  1. Dalla tua recensione, sembra che Ferrara sia ritornato più vicino a The addiction, per quanto quel film fosse lontano da tematiche da (Sud) Italia. Ferrara resta un grande regista incompreso a mio avviso. Un Pasolini più lucido e più talentuoso (e qui potrebbe partire il mio linciaggio.. parlar male di PPP.. ahiahiahai). La lotta contro il male e la sua trasformazione/trasfigurazione da psichica a psichica contro i demoni (l’accento è variabile) della protagonista, qui del frate (mai piaciuto neanche a me.. fuffa). In The addiction, vi era il riferimento, nelle immagini finale, al discorso di religione come salvezza del singolo… ma era non più di 15 secondi. Sono curioso. Grazie per la tua recensione, mi stuzzichi a vederlo.

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