Civil War

Ex Machina non l’ho ancora visto…

Annihilation non era male, ma in confronto agli evidenti antigrafi faceva acqua…

Men non l’ho visto…

Adorazione massima per i film che ha scritto per Danny Boyle, 28 Days Later e Sunshine

Never Let Me Go, scritto per Mark Romanek, invece, non mi ha lasciato entusiasta come ha fatto a tutti…

Dopo le filosofeggiature spicciole di Annihilation, Garland ricalca l’idea geniale di 28 Days Later del road movie con l’auto che passa tra scenari sfracellati e tra macerie (edilizie e umane) varie…

Come regista, Garland non è né Boyle né, tanto meno, il Cuarón di Children of Men, e quindi il suo showing è diretto, asciutto, perfino piatto, perché ancorato al découpage iper-classico della diegesi americana…

…ma sa come dare sapore a certe immagini…

con Ron Hardy (il suo per ora esclusivo occhio alla fotografia) ammanta di luci strane (fuoco balunginante e lens flares) le scene notturne , e ogni tanto, ma in momenti significativi, usa obiettivi ampi che deformano il contorno del frame

per il resto, il montaggio è perfino banale se paragonato a Children of Men, ma gli inserti delle instantanee diegetiche di Spaeny sono puntuali, taglienti e brividosi per quanto riescono a rendere concreta l’immediatezza delle scioccanti situazioni…

e, in sceneggiatura, Garland è da 10 e lode…

nonostante si veda una mappa delle fazioni coinvolte, la natura della Western Force è anodina: uno spettatore non statunitense, alla vista dell’alleanza tra Texas e California penserebbe a una svolta reazionaria guidata dagli stati più destrorsi (come succede nell’ormai classico The Second Civil War di Dante), poi vede che tra le Western Forces ci sono combattenti neri, e poi delle donne…
inoltre, la prima immagine del presidente assediato mostra un quaquaraquà sciovinista, e nei dialoghi quel presidente è paragonato a Mussolini e Ceausescu, e si sa che è stato forse il primo a sparare nel conflitto, su civili inermi, probabilmente soffocando nel sangue un dissenso…
poi Garland ci fa vedere un eccezionale momento col non accreditato Jesse Plemmons (il marito di Dunst), in mimetica, a fare uno xenofobo che ammazza neri e asiatici…
si comincia a pensare che le Western Forces siano dei ribelli perfino libertari
ma nel tragitto si vede quanto la gente, nella guerra civile consueta, dove capitano gli orrori delle guerre civili (campi profughi, carestia, menefreghismo, arraffamento a più non posso, violenza sdoganata nel quotidiano), oramai si sia abbrutita come non mai…
…e le Western Forces arrivano al probabile tiranno e pensano di fare tutto tranne che un processo

ma Garland, al contrario di Villeneuve, non scivola nel qualunquismo del sono tutti uguali:
il razzismo di Plemmons è dirimente;
la riduzione della guerra a routine quotidiana, dove ognuno è sicuro di difendersi da un attacco (spettacolare la scena del cecchino nella fiera natalizia, assai memore di scene analoghe in Apocalypse Now), un attacco a cui non c’è che da rispondere nell’ottica metafisica della lotta (vedi le fumisterie fasciste in proposito nel Continente bianco e nelle Benevole), è osservato dai giornalisti con riflessioni più dalle parti “disperanti” della Casa in collina di Pavese che del pressappochismo mortifero repubblichino;
l’idea che il giornalista non pensa ma produce documenti che fanno pensare altri è perennemente smentita dalle numerose crisi di Dunst, Spaeny e Moura, e quindi Civil War non è di quelle coglionate, alla Northman, che ti dicono «io non giudico!» per poi finire a glorificare storie e personaggi orrendi (come se si potesse essere equidistanti anche tra la civiltà e le barbarie, oppure vedere quest’ultima come possibile esattamente quanto la civiltà, pur brutta che sia)…

anche le metaforette attanziali dei personaggi, delle più risapute (che Dunst lascerà il posto a Spaeny è scontato), sono riscattate da un modo di ottemperarle sapiente, avvincente, critico e inconscio:
mentre c’è da arrivare a un luogo dei luoghi, a un centro del labirinto nei meandri malsani della mente franta (la Casa Bianca distrutta, illuminata in maniera straniante dalla brillante ma insieme smorta luce dei cristalli sfarzosi dei lampadari [stupefacente la scenografia di Caty Maxey]: uno scenario da confrontare con l’antro del fungo multicolore nefasto di Annihilation), là dove troveranno risoluzioni tutte le dispute, e là dove solo l’intuizione mentale di Dunst porta i personaggi, là, mentre si raggiunge l’inafferrabile e piccolissimo centro della mente, là dove si nasconde il magnaccione, il nostro lato cattivo (cioè un dittatore, dittatori che sempre sono il nostro Es simbolizzato e sempre sono nascosti in antri oscuri d’inconscio, anche quando sono simbolizzati in altro: ricordiamoci il sottile varco che permette ai missili di Luke di far esplodere la Morte Nera, l’Es maligno e sfuggente, impossibile da afferrare ma che è necessario imbrigliare con la forza mentale, così simile all’ufficio dove sta il tiranno, in fondo a un corridoio sinaptico), nel tentativo forse maldestro di farsi uomini nuovi (forse più “liberi” dopo il tirannicidio, nonostante le scelte di violenza? come in Libertà di Verga? come in Quatrevingt-treize di Hugo?), Dunst si “scambia” con Spaeny al ralenti, con inquadrature centrali di visione (Spaeny vede Dunst e Dunst vede Spaeny: tutte perfettamente incastonate nel fulcro portante del frame), salvando Spaeny e uccidendo una se stessa ormai stanca e in preda al panico, e lasciando a Spaeny il cinismo della professione giornalistica, quella di documentare anche le atrocità, anche quelle personali, come anticipato nei dialoghi e come la ricerca di se stessi implica: morire per rinascere, abbandonarsi per ritrovarsi, cambiare per guarire, mutare per rimanere se stessi, con la fotoreporter che c’è e ci sarà sempre, anche se muore, perché verrà sostituita subito (come le cose analoghe che io cito sempre, vedi il Don Chisciotte di Gilliam, e cioè la volpe Bystrouška e l’Usignolo di Chantecler di Rostand), come appunto l’informazione, come forse la libertà

e la semplicità dello scambio tra Spaeny e Dunst non è accompagnata da nulla, da nessun trucco cinetico, se non nude e crude immagini, appunto giornalistiche, da un campo e controcampo che non fa altro che farci vedere, senza inganni, senza sovrastrutture, senza superfetazioni, solo quello che accade
il link è, ancora, ad Alec Guinness che muore in scena (=al cinema) in Guerre stellari (anch’esso risolto con puri campi e controcampi, anche se enfatizzati dalla musica), e ha una mitopoiesi scarna, stilettante e concisa, non solo come la risoluzione di The Big Easy di McBride, ma anche, e soprattutto, come il finale essenziale e quasi ellittico di Prince of Darkness di Carpenter
che Dunst si sacrifichi è ovvio, ma Garland, con quel cinema eloquente ed essenziale, rende quell’ovvio così significante e chiaro, così profondo e metafisico, da scolpirtelo a mille nella corteccia del cervello, per esprimere e far capire al meglio la funzione di sacrificio dell’Es

sacrificio che non porta a nulla:
al tiranno si è forse sostituito un nuovo regime per nulla migliore…

ma la differenza con chi semplicemente constata questa ovvietà è che, nel frattempo, il giornalismo e il cinema ci hanno reso consapevoli, completi, cresciuti e lucidi sul pensiero da fare, ognuno per fatti suoi…

siamo finalmente adulti,
capaci di discernere anche cosa sia il nichilismo cinico…

ed ecco perché Civil War ha una carica consapevole maggiore rispetto a Northman e Dune:
perché imbriglia la disperata assenza di senso nella sconfortante presa di coscienza psicologica…

non è un semplice grido: «tutto è merda, e quindi sguazziamo»
ma è: «tutto è merda ma io ho la lucidità adulta di dichiararmi distante»

perché chi constata senza giudicare e dichiara anche gloriosamente di non giudicare, atteggiandosi a superiore, spesso è invece immerso fino al collo nella parte più odiosa della vita…
…mentre chi dice «non ci sono buoni e pertanto l’equidistanza tra due follie è inutile, e io ne sono consapevole» [vedi le riflessioni di Anna Politkovskaja sulla Cecenia], almeno ha il merito di cercare di farti comprendere quest’inutile esistenza finché la abiti…

L’ho visto in italiano

e ha uno dei doppiaggi (di Rodolfo Bianchi) più piattamente doppiaggesi che abbia mai sentito…

sì, ok, tutto è al suo posto…
e finalmente Domitilla D’Amico è perfino misurata su Dunst…

ma tutto quanto, dalla distribuzione alle intenzioni degli attori, è di uno scontato smorto italianissimo che certamente traduce alla lettera il messaggio, e ha il pregio di non strafare…
…ma ha anche il difetto di lasciarci intendere ogni momento, a causa di termini che senti solo al cinema, che il film era in una lingua diversa…

3 pensieri riguardo “Civil War

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  1. io l’ho visto in inglese, per cui a differenza tua sul punto geopolitico ho capito leggermente meno

    a me dal punto di vista fotografico il film è piaciuto molto, riusciva a regalare immagini molto belle (come il campo lungo su dunst che da lontano osserva il mitragliamento dei soldati sconfitti); e la scena della fossa comune è molto forte, ma pure quella del pazzo nella casa in culo al mondo

    come hai già letto, come messa in scena mi ha fatto pensare a due cose: Via col vento per la parte politico/guerriglia e The Last of Us per il rapporto femminile e il Road movie in un mondo andato ma recente

  2. Hai dato delle ottime argomentazioni e una lettura del film molto interessante. Io ho trovato che quest’opera però non abbia saputo mettere a disposizione tutte le potenzialità che aveva. Nell’articolo che ho scritto ne parlo forse in maniera più aspra, ma secondo me altrettanto valida e in ogni caso nel totale rispetto di chi invece il film l’ha apprezzato. Se ti va di dargli un’occhiata, il link è questo:

    Civil War: un film sulla guerra? – Isola Nerd

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