Poor Things

Io e lei abbiamo cercato in tutti i modi di detestare questo film, ma in effetti non lo si può non salutare con simpatia…

A parte la sterminata durata (144 minuti traboccano e sarebbero tranquillamente potuti essere 95), il film sarebbe di quelli simili alla Soul della Pixar (o alla Triangle of Sadness, molto simile, negli intenti, a Poor Things), cioè così uguale a mille altri da poter essere tacciato di copia di mille riassunti… anche perché, dopo che The seven basic plots (di Christopher Booker, 2004) è diventato mainstream, oramai nessuno più si scandalizza della mancanza di originalità…

Ci sono tante cose che a me non hanno sconfinferato:

  • Ho visto molta visualità di Poor Things debitrice verso Rainer Werner Fassbinder (perfino la trama mi ha leggermente ricordato Angst essen Seele auf, 1974), David Lynch, Tim Burton e lo stile di Terry Gilliam, oltre che verso tutto lo steampunk degli anime (soprattutto roba come Last Exile di Koichi Chigira, 2003)…
  • Ho visto molta trama di Poor Things debitrice di tanti esempi, dai robottini di Condillac all’Émile di Rousseau (o perfino alla Nouvelle Héloïse), da Candide di Voltaire alle leggende del Golem, dall’Ève future di Villiers de L’Isle-Adam, al Sandmann di Hoffmann (e già nel romanzo ispirativo di Alasdair Gray, del 1992, che pare sia un qualcosa di ferocemente post-moderno, con Bella che denuncia tutta la vicenda illustrata nel libro come fittizia, mi dicono si citi tutto questo oltre al fin troppo facile riferimento a Frankenstein)…
  • Ho notato che il modo di Lanthimos di inquadrare è di quelli che di solito a me infastidiscono, poiché alla superfetazione del cinema (e i soliti fish-eye, e i grandangoli, e il bianco e nero che diventa colore, e il mondo come spiato, e il mondo come esperimento osservato dall’esterno come esperimento è Bella, e altre metafore facili) non corrisponde una vera volontà di agganciare quella superfetazione alla trama, per cui accanto alla sregolata avanguardia cinematografica estraniante degli iperbolici grandangoli deformanti e dei colori stramboidi ci sono stacchi di montaggio facili e comodi per la diegesi, come se diegesi e modo di inquadrarla fossero due cose diverse: come se i grandangoli fossero mera illustrazione invece che sostanza, e come se la trama, quindi, abbisognasse di espedienti a prova di cretino per essere compresa, cosa che relega appunto lo stupeficio visivo a puro ninnolo: il primo stacco sulla cicatrice sul collo è così cristallino da urlare rabbia vista la sua giustapposizione con una macchina che invece si compiace di inquadrare i grandangoli che fanno diventare rotonde le superfici rettilinee: perché quella cicatrice, invece che con uno stacco ghiotto e lampante, non si è mostrata anch’essa con un grandangolo?
    Questa di comunicare avanguardia nel come proprio mentre si ossequia il conservatorismo nel cosa mi irrita sempre (vedi le cose che dico di Gudagnino e di Villeneuve)…
  • Ho visto una voglia di scandalo continua, e una ricerca dell’originale che io non ho compreso, con i set e i costumi completamente artistoidi lì ad acchiappare i citrulli desiderosi del bizzarro: davvero un Manierismo quasi “bomarzese” (mi riferisco alla trattazione di Mannerism di John Shearman, 1967)…
  • Ho visto una ideologia su una persona che sperimenta sì tutto quanto senza pregiudizio alcuno, ma davanti alla sofferenza umana, che comunque sente su di sé, e davanti agli accenni al “socialismo” (la narrazione steampunk suggerisce un’ambientazione alla fine dell’Ottocento: e mi dicono che nel romanzo ispirativo si accenni solo all’Ottocento pieno), finisce comunque per stare nel suo recintino con i miliardi garantiti e la servitù a riverirla, senza neanche quello struggle tra teoria e pratica che ci aveva fatto vedere Nicchiarelli in Miss Marx

Ma ho anche visto un testo che in ogni caso:

  • Mostra gente felice di essere come è senza il bisogno di appellarsi a una divinità o ai convenevoli…
  • Mostra una libertà sessuale forse anche inusuale a Hollywood…
  • Mostra un concetto del femminile che non ho trovato contrapposto a quello di Barbie, come nei social è gridato, ma alternativo perché più pratico ed esemplificato più che essere metaforizzato… [anche se è ribadito con tanta ridondanza: la coda con il marito cattivo è più che pleonastica e interminabile]

Per cui è un film che ho trovato furbo nell’andare dietro allo scandalo apposta per suscitare discussione e voglia di inusuale bizzarria…
furbo nel centrare uno Zeitgeist di felice mostruosità dopo che proprio Burton, Lynch e Gilliam dimostrano “invecchiamento” anagrafico e quando Fassbinder non è ancora entrato nel mirino delle acquisizioni copyright delle piattaforme odierne…

Ho visto quindi un film che frulla le sue tante fonti in un modo adatto alla sfera d’attenzione odierna, non più consapevole di quelle fonti…

Mi spiego:

Io avrei fatto un découpage che si “istituzionalizzava” via via che Emma Stone si umanizzava e quindi avrei piano piano abbandonato i grandangoli nel mentre che Stone acquisiva coscienza…

ma lei mi ha bocciato l’idea come prevedibile e quindi banale…
e ha ragione…

perché la linearità del linguaggio non appartiene più all’oggi, e il frullato delle fonti, come era ai tempi di Rocky Horror Picture Show (1975), abbisogna della condizione del cult di Umberto Eco (cfr. le Sei passeggiate nei boschi narrativi, che io cito fin troppo spesso): quella dell’essere sgangherato e sgangherabile così da adattarsi ai voleri e piaceri di ognuno…

perché Lanthimos ha compreso che il coerente, il significante e il connettivo tra forma e sostanza sono cose che non pagano più…

e in accordo agli in me sempre presenti “dogmi” di Linda Hutcheon sull’adattamento, ho visto in Poor Things la perfetta sintesi hollywoodiana dell’equilibrio tra heimlich e unheimlich, tra consolante e perturbante, che Lanthimos non avrebbe potuto garantire se usava i grandangoli in senso troppo semico…

un film tutto deformato, in visualità e design, che avesse esteso quel deforme anche al montaggio diegetico, sarebbe stato rifiutato… mentre un film che è perturbante (unheimlich) nel visuale quanto heimlich (consolatorio) nel montaggio della diegesi, allora piace, interessa, proprio perché turba senza disturbare troppo, perché urta con la sempre consolatoria presenza dell’usuale…

E anche la tematica, femminile, sessuale e socialista: la si doveva sì presentare, bella pimpante, chiara e spiattellata, ma la si doveva anche nascondere in qualche modo, “intorbidare”, scacciare al lato della fantasia e del bizzarro, perché quella tematica, forse unheimlich (nonostante Barbie), sarebbe stata *troppo* da digerire per un film della Fox/Disney, e allora andava presentata nella sua declinazione radical-chic, assai heimlich, del giardinetto con la servitù e i soldi che escono dal culo… e con la solita riccona che si proclama di sinistra solo perché ha i soldi per poterselo permettere e perché ha la consapevolezza di rischiare zero sulla propria pelle!

Ma così sono i film…

Ovvio, declamarlo come il capolavoro insuperabile dell’anno, che cambia la vita, e che risulta in decine di milioni di persone che su di esso baseranno le proprie vite (come è stato per Harry Potter), un po’ mi intristisce, poiché io le sue ispirazioni le ho ben presenti e quindi non lo riesco a vedere come qualcosa su cui poggiare le fondamenta che io già ho…

ma questa è contingenza personale…

Per me il depauperare così tanto il socialismo a «una delle tante ideologie» da tracimare nel nichilismo e nella contingenza personalistica dell’egoismo personale è stato poco carino…
…anche perché quel depauperamento non ha neanche un’anticchia delle diagnosi «non socialiste» ma nel senso «umanistico» di un Tolstoj o di un Kundera…

ma anche il consolarsi di vedere in quella tracimazione anche un solo spiraglio di socialismo, in un film di Hollywood, forse deve essere messo nel novero dell’accontentarsi…

accontentarsi è anche il salutare forse con sollievo un film sgangherato e sgangherabile leggermente meno paraculo dei film di Sorrentino, poiché almeno ha all’interno idee di liberazione non del tutto gratuite e vuote…

Non so se accontentarsi giova o no…

di sicuro con Emma Stone si fa spesso il giochino di accontentarsi, s’è visto anche in Cruella:
i film li fanno così e c’è poco da fare…
e che facciano Poor Things per lo meno con qualche minuto interessante può essere considerato consolante rispetto a tanti altri film che non hanno neanche quel microscopico interesse

Emma Stone declama la fin troppo terminologicamente complessa sceneggiatura di Tony McNamara (che aveva scritto anche Cruella!) in maniera non brutta,
e si esalta moltissimo nel farci vedere il suo corpo, quasi denotando una parentesi personale assai narcisistica…

questo nonostante la pazzoide bambinosa la faccia molto meglio Margaret Qualley, relegata a pochissimi minuti…

Dafoe fa la solita parte del leone con il personaggio più favorevole all’essere preferito

Ramy Youssef mi è sembrato pulitino e slavatino…

Mark Ruffalo è gigione e fellone: esteriore e caricaturale: una parte non facile…

il cameo di Hanna Schygulla risveglia le ispirazioni da Fassbinder…

Il reparto tecnico farà senz’altro faville agli Oscar, vista la vistosità tutta esteriore del loro lavoro, un vero e proprio virtuosismo fine a se stesso dietro l’altro: cose che slurpano l’Academy!

Oltre a quelle che ho visto io, Robbie Ryan ha dichiarato ispirazioni dal Bram Stoker’s Dracula di Coppola, da E la nave va… di Fellini, da Black Narcissus di Powell & Pressburger, dai film di Roy Andersson…

la musica di Jerskin Fendrix è, come il film, sgangherata e sgangherabile, e basata sul misto tra heimlich e unheimlich: ad assurde pretese timbriche si accompagnano melodicissime risoluzioni e main theme, che tornano raramente, ma quando tornano lo fanno apposta per rimanere impressi…
anche qui non si sa se gridare al genio o alla paraculata…

4 pensieri riguardo “Poor Things

Aggiungi il tuo

    1. Ah, boh, sì sì…
      Per me è un po’ presto per determinare il film dell’anno. La bilancia, forse, mi pende verso Kaurismäki, ma senza dubbio l’hype e la validità del contenuto faranno durare Poor Things per un po’. Ho sentito paragoni che vogliono Bella Baxter come la Amélie Poulin degli anni 2020s. Credo sarà vero, ma non c’è mai da dimenticare che le figlie (o le sorelle minori) di chi ha adorato Amélie sono state proprio quelle che l’hanno demolita 20 anni dopo per il suo servilismo naif così fantasioso da non rappresentare alcuna crescita se non puro crocerossinismo. Chissà quali potranno essere le critiche a Poor Things tra 20 anni (e il romanzo di anni ne ha già più di 30!)

      1. Che puntino tutto su Poor Things per ossequiare l’adagio “tra i due litiganti (Oppenheimer e Barbie) il terzo gode”?
        È probabile (i pronostici degli Oscar sono come le profezie di Nostradamus: valgono solo quando le cose sono successe). E in effetti perché non sperarci?

Scrivi una risposta a Austin Dove Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑