Foglie al vento [Kaurismäki]

Visto, purtroppo, doppiato, da Maura Vespini, che, come sempre, dà a tutto una svolta completamente comicarella, ma ha l’intelligenza di far doppiare la protagonista a Valentina Mari, forse una delle più valenti doppiattrici italiane che meriterebbe molto più fandom rispetto alla sopravvalutatissima Domitilla D’Amico…

Foglie al vento è un ossimoro sincretico continuo…

è fiaba ma è insieme anche racconto naturalista quasi socialista;
è verosimile e anche teatrale;
è realistico e sognato;
è drammatico e comico;
è consolatorio e insieme nichilista, quasi una consolazione nel nichilismo

le luci (del fido Timo Salminen) sono tremendamente realistiche, e lasciano al buio diverse porzioni di schermo, effettivamente come succede davvero, ma si compongono in fasci e colori completamente costruiti

quando piove lo si vede dalle gocce che cadono sui vetri delle finestre, ma quelle gocce cadono su una sola anta delle due componenti la finestra!

è autunno ma la gente riesce a dormire sulle panchine all’aperto…

i telefoni cellulari ci sono ma sono quelli di 25 anni anni fa…

ci sono le lampadine a incandescenza…

ci sono gli internet café (rimasti sparuti dal 2010), dove però si forniscono up to date laptop HP…

non c’è la raccolta differenziata (invece essenziale a Helsinki: i primi cartelli che uno si vede davanti all’uscita da Vantaa è «Reduce, reuse, recycle»)…

però si parla molto dettagliatamente dell’inizio della guerra in Ucraina…

e alle pareti c’è esposto un calendario dell’autunno 2024…

Quello di Foglie al vento è un tempo senza tempo, è una bolla a sé stante, un mondo a sé, un universo parallelo dove piove su una sola anta di finestra…

che Kaurismäki, l’Ozu finnico, riprende con i suoi sempre impagabili shot fissi, i suoi primi piani frontali, i suoi stacchi pesanti ma subliminali (ci sono e li vedi, ma scorrono così consequenziali che dopo lo shock di averli visti subito te ne scordi, perché hanno staccato su un controcampo così naturalmente conseguente al campo che la loro presenza si annulla: sono come battiti di ciglia momentanei: li vedi e non li vedi!), le sue immagini di tempo che scorre (le foglie secche del titolo, i cieli nuvolosi, la solitudine dei parchi grigi autunnali, la routine dei supermercati mezzi vuoti, i volti veri e veritieri della gente comune, le performance musicali strambe ma calorose)…

le immagini raccontano una vita proletaria, fatta di tanti lavoratori che si arrabattano in un mondo di sfruttamento, di nero, di sicurezza operaia disattesa, di spreco di risorse, di impieghi manuali faticosissimi e stancanti… lavoratori che nel tempo libero vivono in topaie, monolocali sgualciti, o baracche-dormitorio collettive… ambienti dove imperano alcolismo e povertà…

e in questo milieu autenticamente zolaniano sbocciano sentimenti paradossali, scintille di umanità simpatica in un mondo di cacca: frammenti di fiaba assurdi in un sistema schiacciante…

e quei sentimenti sono quello strano, quell’impossibile della magia del costrutto architettonico del film: quei sentimenti innervano quella realtà peculiare, quel mondo parallelo misto di presente e passato e di realismo e finzione: quelle caratteristiche, così altre rispetto all’esperienza e al senso comune, diventano e sono i sentimenti rappresentati nel film, in un connubio eccezionale di idee e rappresentazione…

Un film magnifico che commuove senza pesantezza e senza i ricatti della lacrima ottenuta per forza

che non ti spiega la vita né ti presenta un tema indispensabile per conoscerla…

che in neanche 80 minuti presenta la continuità della vita in un ambiente che la vita la scaccia e ripudia, una continuità della vita non consolatoria né speranzosa ma solo presente, parte del tutto: una continuità della vita che è insita nel divenire anche più lercio e squallido: una continuità della vita che riesce a esistere assurda ma scintillante (come le luci finte ma insieme vere, e le scenografie vere ma insieme finte) in un mondo senza senso e senza tempo ma così ottenebrato dalla marcescenza della guerra e del capitalismo…

non so se tutto questo può essere interpretato come positivo o commovente da tutti quanti…
ma io l’ho inteso proprio così!

da confrontare con certa musica al di là dell’umano di Janáček e Bartók…

Viene citato The Dead don’t Die di Jim Jarmusch (2019)

Sakari Kuosmanen, l’attore numero uno di Kaurismäki, fa un cameo

i temi d’amore della colonna sonora sono presi dal primo e dal quarto movimento della Patetica di Čajkovskij (vedi Symphonies) che nei titoli si accredita a Evgenij Mravinskij e l’orchestra filarmonica di Leningrado con copyright dell’etichetta sovietica Melodija…

le letture di Patetica di Mravinskij di cui sia rimasta traccia audio commercializzata sono almeno 7…

  • la prima, del 1949, fu effettivamente distribuita da Melodija ma non fu con l’orchestra di Leningrado ma con la grande orchestra ufficiale dell’URSS: purtroppo, però, Melodija ha venduto il disco in diversi ristampaggi in cui veniva indicata come orchestra quella di Leningrado, per errori vari…
    l’audio che si sente nel film però non sembra quello del ’49…
  • la seconda è stata fissata in studio, nel Konzerthaus di Vienna, con l’orchestra di Leningrado, il 25 giugno 1956…
    era un’operazione sovietica di esportazione dell’expertise di Mravinskij e dell’orchestra che venne regolarmente venduta in Occidente con etichetta Decca e Deutsche Grammophon…
    mi sento, però, di escluderla, perché pare che Melodija non vi ebbe granché voce in capitolo…
  • la terza è stata un’incisione in studio molto più studiata, ancora a Vienna, ma stavolta nella lussuosa Goldener Saal del Musikverein (quella dei concerti di capodanno), in più giorni, dal 7 al 9 novembre 1960…
    questa era una poderosa joint venture tra Melodija e Deutsche Grammophon, che prevedeva l’incisione delle ultime 3 sinfonie di Čajkovskij (quindi anche della quarta e quinta sinfonia) da parte di un direttore e un’orchestra top autenticamente russi, in un cofanettone di quelli grossi, di alto prezzo, da ristampare poi in innumerevoli copie e collane: quando si pensa alla Patetica di Mravinskij, si pensa spesso a questa…
    non si capisce perché, però, Kaurismäki abbia pagato i diritti a Melodija invece che a Deutsche Grammophon… forse perché, in effetti, potrebbe aver usato l’audio dei primi vinile circolati in URSS dal ’61 con solo e soltanto l’etichetta Melodija…
  • la quarta è un live dell’orchestra di Leningrado al Conservatorio di Mosca dell’11 febbraio 1961, circolata male…
  • la quinta è un live di una tournée al Bunka Kaikan di Tokyo del 7 giugno 1975, stampata soltanto per il mercato giapponese…
  • la sesta è un live di una performance del 17 ottobre 1982 nella sala da concerto ufficiale di Leningrado, all’angolo tra Ital’janskaja ulica e Michajlovskaja ulica, commercializzato da Erato…
  • la settima è un altro live nella stessa sala da concerto del 24 dicembre ’83, distribuito soprattutto in Giappone da JVC… [Mravinskij è morto nell”88 a 85 anni]

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