«Uvaspina» di Monica Acito

Era candidato quel “bel librino” della Malnata, e invece a vincere il Premio Fiesole è stata questa ulcera varicosa sanguinante che è una delle puttanate libresche e melodrammatiche più incatarranti che si possano leggere…

È il secondo anno di fila che al Premio Fiesole vince un libro di cacca: l’anno scorso aveva vinto quella schifezza dei Miei stupidi intenti

Uvaspina è una sceneggiata di Mario Merola deviata in morbosità bizzarra, mortifera e bizzosa alla Bigas Luna…

In una Napoli che sembra degli anni ’60 (nella diegesi non si specifica il tempo), i personaggi di Mario Merola o di una trasmissione culinaria di Marisa Laurito, urlano in una terribile lingua letteraria “napoletanesca”, piangendosi addosso, esagitandosi come forsennati, gridando improperi iperbolici ed esteriori al destino e alle colpe che hanno tutti tranne che loro stessi, mentre agiscono la storia di una famiglia, ovviamente (madre, padre, fratello, sorella, zia, amante del padre, e l’innamorato che, all’insaputa della sorella, fratello e sorella condividono e che di per sé vorrebbe solo il fratello: era ovvio che ci fosse di mezzo una famiglia, perché in Italia non esiste mai nessun’altra strutturazione sociale che non sia segnata dalla piaga del DNA: la società non esiste, esistono solo le famiglie), del tutto cattiva, disfunzionale e morbosa…

La madre è come quei personaggi strillanti che spesso interpreta la povera Isa Danieli…

Il padre è lo stereotipo del grigio patriarca che non riesce a fare altro che scopare…

La sorella è una bulla che non si sente né bella né capita e allora si autolesiona e, in attacchi di rabbia, lesiona e picchia tutti gli altri, soprattutto il fratello, invece bello e sempre ben visto, che ingaggia in lei, senza volerlo, diverse gelosie…

Il fratello sarebbe gay, ma siccome siamo nella sceneggiata alla Merola, e forse negli anni ’60, allora non è semplicemente gay ma è lo stereotipo del gay: è il femminiello più femminile della sorella, cupo, lagnoso, che è immancabilmente attratto dalla poesia (sia mai che a un gay possa interessare qualcos’altro), vittima di bullismo a scuola e a casa e che viene salvato dal suicidio da un pescatore che se lo scopa non godendosela ma innescando in lui la fesseria reiterata che fare sesso anale con altri uomini è “vergognoso”, atroce e sporco, poiché il pescatore, per facciata, mantiene relazioni con donne, cosa che fa imbestialire il femminiello

La zia è una deficiente che tiene nel letto il marito morto imbalsamato (!?) e insegna alla sorella a fare sortilegi, malocchi e maledizioni… come se fosse saggio insegnare a una bulla a fare fatture…

Questi personaggi vengono tutti mossi da un invadente narratore (che l’autrice sia una donna non c’entra niente con l’effettivo sguardo del libro) onnisciente pleonastico, petulante e invadente, che ci dice tutto quello che loro pensano non tanto in termini di emozioni ma in termini eminentemente sensoriali e fenomenici, con un tripudio di puzze, odori, metafore visive ardite quanto assurde, di cui solo un terzo è davvero pertinente e semico (per esempio l’odore di sigarette che significa la madre, o la puzza di fogna che designa la sessuofobia che vedremo; il resto è solo esibizione scrittoria inutile)…

Il tutto in un napoletano da fumetto, caricaturale, gergale, costruito con tutti i crismi fonetici (tutte le metatesi e tutti gli arrotamenti da D a R al posto giusto), che non riesce a essere documento (come i dialetti dei tanti romanzi regionalisti italiani che abbiano visto) ma che è quasi parodia: più che fare realismo, quella lingua fa recita, dramma arronzato fintamente, e concorre all’esteriorità dei comportamenti tipizzati dei personaggi dallo spessore inesistente proprio come quelli di Mario Merola…

Mi spiego:
quello usato non è napoletano ma è l’astrazione comicarola del napoletano: non è che quando senti Troisi o leggi Giordano Bruno o guardi Gomorra o Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara tu *capisci* quello che stanno dicendo, perché loro usano la vera lingua napoletana… invece Acito, scimmiottando odiosamente il sistema stabilito da Andrea Camilleri col siciliano, usa una cristallizzazione del napoletano che vorrebbe essere una letterarizzazione di un dialetto, ma finisce per essere una deformazione rimpicciolita, ridicolizzata e costretta di una lingua…
questo sistema, di quella lingua prende solo gli stereotipi fenomenici invece che la sostanza, prende la superficie inconsistente invece dell’indicibile zoccolo duro e difatti diventa elaborazione sfatta che finisce per essere perfino comica!
La lingua di Acito, da pensata espressione parlante, diventa parodizzazione, messa in ridicolo dei parlanti, perché è lo stereotipo della lingua invece della lingua stessa…

Finisce che Uvaspina sembra un libro delle battutine di Made in Sud, di Pio e Amedeo, di Siani, di Gesù Cri e delle urla di Laurito, Merola e Danieli… cioè una bolla di scena del napoletano più che il napoletano stesso…

e questa caratteristica di stereotipizzazione sostituisce anche tutti i personaggi, che diventano la esagerazione quasi canzonatoria del “napoletano” del tutto tipizzato e che quindi sa di finto, ridicolo, esteriore…

Le descrizioni degli odori e le litanie del dolore affettatamente esibito dal narratore più in là non vanno del grado involontariamente ridanciano della sceneggiata, della Napoli rinchiusa nello sketch invece che nella comprensione…

E nello sketch da sceneggiata rientra tutto quanto, anche la insopportabile gigantizzazione pleonastica di ogni cosa… non solo gli odori descritti sono solo mera masturbazione autocompiaciuta di sinestesia, ma anche tutti gli eventi sono il monumento alla fuffa e alla ridondanza…

i primi 10 capitoli, lunghissimi, raccontano tutti la stessa storia: il femminiello dice o fa qualcosa che manda in bestia la sorella che finisce per picchiarlo, con i genitori che se ne fregano perché impegnati in fatti loro, grossolani e piccolo-borghesi (le solite corna) di cui non frega un cacchio a nessuno ma che Acito ti spiega per filo e per segno per pagine e pagine…

la ripetitività delle situazioni è segnata anche dalla ripetitività delle espressioni, usate quasi come formule omeriche, senza la necessità delle formule omeriche: roba come «sopporta, bell ‘e mammà», o le urla disarticolate «Accírime, accírime» e «ecchime, sono ‘o criaturiello tuo», vengono ripetute dozzine di volte, in un romanzo che è il monumento all’inutile:
una scena di cinque secondi viene trattata dal narratore con una lunghezza di particolari inventati non solo sulle percezioni sensoriali dei protagonisti ma anche sulle possibili implicazioni di quelle sensazioni: una scena del padre che vede il figlio femminiello andare a fare pipì una notte innesca tutto un capitolo di quasi trenta pagine di elucubrazioni del padre che da quella pipì notturna deduce disgrazie, arrovelli sul tempo che passa e sul sentirsi vecchio, sulla noia di avere un figlio femminiello e una figlia da manicomio, il tutto mentre la scena è in essere: cioè, non sono pensieri che si fanno ricordando la pipì ma che continuano mentre c’è la pipì: per fare tre secondi di vita passano 40 minuti di pensieri…

Si sente che il narratore fa ‘sta consacrazione della sega mentale per accostarsi a Virginia Woolf ma quello che ottiene è solo telenovela (vedi anche Tom Hardy che ci mette 3h ad atterrare in Dunkirk di Nolan), ed esagitazione alla Mario Merola o alla Gigi D’Alessio, alla neomelodico: non è emozione ma è esibizione tipizzata dell’emozione, giustificata con la odiosa generalizzazione che “tutti i napoletani sono così”, no: sono così quando sono generalizzati e stereotipizzati: non ne risulta un ritratto etnologico ma una espressione fumettara, teatrale a sproposito, di una arrogante e fastidiosa accumulazione per figurine e luoghi comuni invece che per effettiva conoscenza…

Uvaspina si allarga a dismisura in un romanzo lunghissimo, che annacqua pochissimi eventi in una svaccante quantità di metaforette, di impressioni sensoriali, che si atteggiano a capolavori anche se hanno la diafanissima e fastidiosa superficialità della parodia, della battutina scema del comico che parla napoletano per sfumatura invece che per comunicazione, che usa la lingua come pretesto invece che come sostanza…

La cosa scoraggia ancora di più perché il focus non sussiste (un problema simile a quello di L’immensità di Crialese)…

Se il titolo, cioè il nomignolo del femminiello, dovrebbe far pensare a lui come a un protagonista, invece tutta la famiglia e anche l’innamorato di femminiello e sorella hanno lo stesso spazio…
dello stesso evento, spesso, si hanno i rendiconti farloccamente “mentali”, riferiti in modalità neomelodiche, di tutti i personaggi, in una fiera della ridondanza che non finisce più…
sono pagine e pagine di descrizioni iperboliche di odori e di cretinerie da “indovino divinante il futuro di Canale 21” (del tipo «alla processione del venerdì ho visto mia nuora masticare l’ostia e quindi sarà sciagura per 40 giorni da aprile a maggio! E si doveva capire dalla puzza di urina che ho sentito in confessionale l’altra mattina») moltiplicate per almeno 5 personaggi, quando va bene…

In questo modo si perde completamente il nocciolo della storia, che da cronaca dei bullismi subiti da un femminiello si tramuta, con effetti involontariamente ridanciani,

  • in una storia di corna tra marito e moglie,
  • in una vicenda di conti pazzi di un circolo canottieri (conti falsificati, si suppone, perché il marito, presidente del circolo, fa regali all’amante coi soldi del circolo),
  • in una vicenda di una bulla non diagnosticata e non curata a cui non frega mai un cazzo di nessuno perché incazzata col mondo intero,
  • in una storia di una moglie trascurata che si incattivisce e intristisce aliendandosi ancora di più la figlia mentalmente patologica,
  • in una del tutto non interessante storia di un pescatore che ama gli uomini e che va anche con le donne che finisce per fare ogni cosa per denaro poiché deve curare la povera madre malata (madre di cui, ovviamente, si racconta ogni cosa, anche come si chiamava la nonna da nubile, solo per strappare qualche lacrima facile, appunto alla Mario Merola)
  • in una totalmente pietosa storia alla Il danno di Malle: un triangolo tra due uomini e una donna, con in mezzo parentele e bizzarrie sessuali, completamente al di là di qualsiasi nesso con tutte le altre storie…

Quest’ultima vicenda è condotta con un ulteriore difetto immenso che ha Uvaspina: cioè l’ansia da sotterfugio mortifero tra Eros e Thanatos alla Bigas Luna, unito a una insopportabile sessuofobia…

Nessuno fa l’amore per gioia:
l’amore e il sesso sono solo storture, rabbie, violenze, arrampicamenti sociali…

per Acito, amore e sesso fanno male, si connettono con le stregonerie imbecilli della superstizione (la zia che fa le pozioni e i malocchi), e portano alla morte e perfino a malatissimi impasti edipici…

il femminiello e il pescatore scopano con preoccupanti link alla morte: si eccitano uccidendo polli e polpi, eternando la svaccante idea che il sesso è sempre morte, sventramento, sciagura… e scopano considerandosi uno “figlio” dell’altro (con le decine di perorazioni del «criaturiello mio»): la cosa fa quasi paura più che schifo…

la sorella bulla viene trattata male da uno spasimante che le fa associare il sesso alla puzza di fogna…

Acito descrive la stessa Napoli come un un rapporto non voluto che ha generato un aborto, piena di deficienti autolesionisti e di maghi e maghetti che ci stanno solo per fare del male, con i malocchi, le pozioni, i sogni che premoniscono tragedie, e in cui il sesso è mezzo per le brutture e mai fine di gioia o serenità…

il tutto scritto con le grida imbestialite e scomposte di un neomelodico che sente gli odori…

e che naturalmente consacra la morte sulla vita: è ovvio che la storiella alla Il danno finisce in morte, che tutti i sortilegi finiscono in morte, sempre descritta coi soliti odori e col solito sentimento di sfacelo e di putrescenza: magia, stregoneria, gioia, vita, nulla: tutto è cacca, tutto è marcescenza, tutto è lubrica messa in scena di violenza e assassinio…

però, in tutto questo, tutti scopano: cioè la morale di Acito è che si scopa e si muore di malocchio urlando improperi in un napoletano che ha la dignità letteraria di una scemenza di Pio & Amedeo di Made in Sud

il tutto in pagine e pagine in cui si ripetono frasi, eventi e situazioni…

–>SPOILER<–

e sempre con la solita implicazione masochistica dei romanzi italiani di oggi: il femminiello non riesce a stare col pescatore, ovvio, mai che qualcuno riesca a essere felice, figuriamoci: è molto meglio stare tutti male allo stesso modo, perché tutti siamo di fondo masochisti: non si può scopare godendosela, ma sempre col sentimento del peccato, e non si può immaginarsi un futuro migliore con altre persone, mai, perché è sempre meglio baciare la mano che ti ha picchiato, perché non si conosce mai nient’altro e nient’altro si può conoscere se non la “tua” città matrigna, e le relazioni più sono morbose e più vanno coltivate, specie se si tratta di famiglia, perché non c’è nient’altro che la famiglia e se la tua è disfunzionale cazzi tuoi, è sempre quella l’unica relazione che avrai: il femminiello rimane senza pescatore e chi va a trovare tutti i giorni? ovviamente la sorella finita in manicomio, perché, anche se ti ha menato per tutta la vita, causandoti traumi e segni permanenti di cicatrici imperiture, essendo famiglia, è l’unica cosa che è propria… e “scappare”, o farsi una vita al di là del DNA, è impossibile, perché esistono solo maledizioni, malocchi e fatture, e nessuna vera società: l’esistenza è soltanto la morte per autolesionismo urlata alla Mario Merola e maleodorante di urina, pesce avariato e sigarette…

a leggere tutto questo mi sono sentito male

Nei ringraziamenti, scritti con la stessa insopportabile neomelodicità, c’è anche Andrea Tarabbia

2 pensieri riguardo “«Uvaspina» di Monica Acito

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  1. Io devo avere un sesto senso, perché da questo libro e da altri consimili mi tengo istintivamente alla larga. La cosa che mi dispiace è dover constatare quanti brutti romanzi siano capaci di scrivere le donne, e non me ne faccio una ragione…

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