«L’arminuta» di Donatella Di Pietrantonio

Non l’ho letto eh: l’ha letto per me Jasmine Trinca nell’audiolibro prodotto da Emons, e nella sua parlata, purtroppo, ha storpiato del tutto il termine ecco, che in diversi dialetti delle Marche meridionali e dell’Abruzzo (un indeterminato Abruzzo del 1975-’76 è ambientazione del romanzo) designa il qui, l’avverbio che indica la vicinanza a chi parla e non l’ecco italiano di richiamo d’attenzione…

Ma vabbè, a parte questo, Trinca è stata molto brava nel rendere la tenerezza ingenua e infantile di questo romanzo… e la sua bravura si apprezza anche se il romanzo, del 2017, è uguale a mille altri…

La solita dicotomia tra il luogo dove si nasce e quello dove si cresce; il solito amore-odio per il paesello dove si sta di merda ma per il quale proviamo lo stesso nostalgia; il solito amore-odio per chi ti ha voluto bene facendoti del male; la solita storia che c’era un’opinione pubblica, una arrettratezza di pensiero, che ha fatto agire in un modo a discapito di bimbi piccolini costretti a subire quel modo: ma cosa fai? Ti incazzi? Ma noooo… stai lì a fare elegia del piccolo mondo antico, stai lì a trovare motivi di giustificazione a tutto, a ogni mamma, a ogni nonna, che ti hanno rintontonito di bugie per tutta la vita ma che non sono da condannare, no, perché non conoscevano altri modi di rapportarsi a te se non con le bugie, perché vittime appunto della scarsa educazione emotiva, della chiusura mentale del piccolo mondo antico, e allora te la prendi col piccolo mondo antico? Ma noooo! La butti sulla cacchiata di odiare il peccato ma non il peccatore, sul fatto che a mamme e nonne, siccome non conoscevano altri modi di agire, allora non si può dare la colpa di aver agito nel solo modo che conoscevano…

Bah…

Arminuta, Accabadora (2009), Oliva Denaro (2022) sono lo stesso romanzo… quello di Murgia (Accabadora) ha forse il merito di avere una prosa descrittiva un po’ più inventiva, ma per il resto si accomuna alle altre

  • per i luoghi comuni che sciorinano (le immancabili professoresse delle medie, coltissime e bravissime, che ti aiutano),
  • per le divagazioni sciocche e inutili: Accabadora ha tutta la parte a Torino, cerebrale idiozia; Arminuta ha la storia del fratello malavitoso: sono archi che vorrebbero designare l’attivazione sessuale delle protagoniste, ma si palesano quasi patologiche (Arminuta è incestuosa e Accabadora si accalora per una povera vittima di abusi: altro che crocerossina!) e portano via un sacco di tempo, sono lunghe, e noiosissime di emotivo sentimentalismo facilone…
  • e, soprattutto, per questo sfiancante logos di problematico rapporto col paesello: virulento ma autentico, innescante sofferenza ma ritenuto vivido e concreto rispetto a una città in cui si riscontrano le stesse bugie (Arminuta lotta tutto il libro sia con le bugie della mamma di campagna sia con le omissioni colpevoli di quella di città): alla fine, nelle preferenze delle protagoniste, sembra sempre prevalere il paesello tanto brutto, come se fosse altro dalla città, anche se quel paesello non è su Marte (Arminuta passa tranquillamente più volte col bus tra paesello e città: perché considerare le due dimensioni in conflitto?), e anche se quel paesello ti fa male…

È difficile da capire perché il gap linguistico è considerato dirimente, perché si riesca a considerare benevoli gli schiaffi ricevuti, e giustificate le privazioni solo per contingenze economico-sociali…

Boh…

Dire, nel 2017, delle assurdità sociali dell’Abruzzo del ’75, con pressioni di comportamento oggi del tutto folli (la mamma adottiva che rimanda la figlia alla mamma biologica in campagna perché è rimasta incinta dell’amante e l’amante non vuole una figlia non sua in casa, però continuare a pagare per il mantenimento di quella prima figlia!), e uscirsene che nonostante la sofferenza questa storia e quell’ambiente retrogrado, siccome ti hanno formato, allora sono da abbracciare acriticamente perché anche gli schiaffi sono cultura e vita, che cosa significa?

Significa che racconti quella storia per dire che oggi si sta meglio? Oppure denunci che il nostro presente, dato che è composto da tali brutture passate, è e sarà sempre una merda? Ma allora quel senso di elegia campestre che ci sta a fare?

Boh…

Sicché questi romanzi di orgoglio georgico, di rivendicazione borghigiana, come se il borgo fosse la cosa più bella del mondo anche se lì ti prendono a schiaffi, o come se il borgo fosse un altro paese invece che quello di tutti, mi dimostrano che l’Italia delle regioni alla fine diventa Italia dei campanilismi, in cui per sciovinismo si giustificano le nefandezze… perché?

Io la polarità tra città e campagna non la comprendo… l’amore per la piccola patria come altro rispetto ad altre patrie non lo concepisco (anzi, ho a noia qualsiasi idea di patria: io odio i confini e li giustifico solo come mero mezzo di comodità amministrativa)… quando mi fanno notare il gap linguistico mi arrabbio, ma alla fine lo considero ricchezza invece che motivo di presa in giro, come invece l’ho sentito su di me più volte (io ho la gorgia toscana: nessuno capisce quello che dico!)… e non so perché portare nel cuore un qualcosa che ti ha fatto male…

Per cui non capisco… e a leggere Arminuta, Oliva Denaro e Accabadora (e anche, per certi versi, l’Acqua del lago di Caminito) sono rimasto assai perplesso…

Sono più d’accordo con roba come Nina sull’argine… però è gusto eh…

10 pensieri riguardo “«L’arminuta» di Donatella Di Pietrantonio

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  1. Post come al solito superlativo. Una delle poche persone di lingua italiana, che mette a nudo le retoriche dei nostri tempi: quella che il paesello è tutto il meglio che abbiamo, e che sconfina nell’elegia delle coglionate per cui i poveri mangiano meglio dei ricchi.. o quello che il paesello è il peggio di tutto… che comunque anche se fanno schifo, in fondo è perché è così da sempre.. ed è quello che è bello perché autentico. Tu parli della Murgia, io aggiungerei ovviamente la nostra (che non nomino), De Siati e l’altro pugliese illeggibile e una valanga di autori da Strega degli ultimi anni. Non ne usciremo più.

    1. Ora mi sa che leggerò anche Borgo Sud: chissà!
      Lo strazio di polarità tra campagna e città è come la controproducente rivalità tra cultura umanistica e scientifica…

      1. Si, l’Italia si incarta da molto tempo su queste dicotomie. Quello che trovo però avvilente è che la “narrativa” italiana non riesce a dicostarsi, se non in pochi casi, da questo refrain: campagna-citta’, origine-evoluzione, tradizione-innovazione, famiglia di origine verso legami di affinità, emotività mancante quindi poi sbrodolamento egoico e potrei continuare… tutto troppo esemplificato ed esemplificativo.

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