…due parole sulla prima targata RAI dell’Arena di Verona…

È ovvio che si può solo stendere un velo pietoso sulla gestione di Milly Carlucci dei pezzi “non opera”… dare voci a personaggi televisivi a caso (da Iva Zanicchi al giornalista preso nel mucchio) per parlare di Aida è senza dubbio irritante, così come il buttarla sempre sull’opera come qualcosa di pop, di popolare…

spieghiamoci subito:
quando la RAI e Milly Carlucci dicono questo dicono una cosa giusta…
ma il dire popolare, nel mondo post-berlusconiano, non significa niente…

Nel Metello di Pratolini, Metello va a vedere Traviata al Teatro Pagliano a Firenze (oggi è il Teatro Verdi): quello è opera popolare: cioè l’operaio socialista e proto-sindacalista che trova motivo di lotta e di vita in Giuseppe Verdi, in un teatro grandissimo (ancora oggi il Verdi è uno dei teatri più grandi di Firenze) in cui si agisce una Traviata per la quale Pratolini non spende una parola per raccontarci come era allestita, ma si presume fosse fatta con la cartapesta e i fondali dipinti…

Milly e la RAI ce la menano ogni 4 secondi con l’opera che deve tornare popolare, come era ai tempi di Metello, ma per realizzare l’intento organizzano uno show che di popolare ha ben poco…

come ospiti ci sono dei ricconi (Iva Zanicchi: quella che andava in giro con Briatore a dire che oramai per i ricchi non c’è più aria perché anche nei posti esclusivi è pieno di poveracci)…
lo spettacolo è *costosissimo*…
la regia TV è ostentatamente lussuosa…

quindi cosa intendono Milly, la RAI e Zanicchi quando parlano di pop?…

forse intendono quello che certa intellighenzia destrorsa ha sempre inteso quando ha parlato di popolare, cioè il kitsch, il cattivo gusto, lo sbracato, l’iperbolico, il fuori misura…

parlano di popolare e tirano fuori Drive In e Colpo grosso

tutta roba che è stata incarnata dai soliti: da Craxi, da Berlusconi… una tregenda cafonal e arronzata alla stracacchio che viene esposta e spacciata come popolare, là dove era solo e soltanto come il riccone si immagina il divertimento “a cervello spento” e che non ha nulla del popolare di Metello che andava a vedere Traviata

e tutti questi poppisti della lirica poi è gente che ascolta Bocelli e Il Volo (gruppo perfino presente in passerella), cioè roba che c’entra con la lirica come i Måneskin c’entrano col rock…
e mentre si riempie la bocca di popolare è lì a masturbarsi di nostalgia per gli allestimenti di Visconti e Zeffirelli (e con la sua incarnazione odierna e cioè Davide Livermore), o con i dischi di Karajan, cioè proprio gli allestimenti e proprio i dischi che tolsero la lirica dal popolare per renderla trastullo igioiellato del privilegiato; tolsero la lirica dal pop per farne un lusso cafonal e status symbol: e lo fecero con la loro ricchezza, fatta di post-produzione in studio (Karajan) e di ampollosità decorativa, fotografico-cinematografia, in teatro (Zeffirelli e Visconti), là dove alla lirica davvero pop, quella di Metello, bastavano la cartapesta e il fondale dipinto…
questi idolatri del pop poi è gente che ti fa Carmen con i cavalli in scena, e se glieli metti finti si incazzano, non riconoscendo il fatto che il cavallo vero in scena è una cacchiata costosa, mentre fare un bel cavallo finto ridurrebbe i costi, e con i costi ridotti i biglietti si pagherebbero meno e si andrebbe più al sodo invece che al mero décors

poiché nessuno, degli ospiti, si è azzardato a dire che per fare un mostrum di show come quello che stanno vedendo al’Arena di Verona ci sono voluti così tanti miliardi per recuperare i quali occorrerà far pagare al pubblico il costo di un biglietto stratosferico…
e si sono riempiti la bocca di far tornare la musica a scuola e altre cose, sacrosante, per far tornare i giovani all’opera… ma si sono ben guardati dal collegare tale ritorno col costo del biglietto… e si sono ben guardati dal considerare l’allestimento, inutilmente esoso, come parte del problema…

perché loro parlano di pop, ma non riescono a intendere col termine qualcosa di diverso dalla lubrica compravendita industrial-capitalistica alla Berlusconi, quella secondo cui ogni cosa non va a tutti o a chi se lo merita: le cose, dalla sanità all’opera lirica alla giustizia, ce l’hanno solo chi se le può comprare…

L’Aida di Raiuno ha determinato questo: l’appellare falsamente lo spreco riccastro col nome di popolare… così come Meloni si chiama borgatara e Trump si chiama outsider

e che ‘sta roba piaccia davvero ai poveracci che vorrebbero diventare ricchi, in ossequio al sogno mai realizzato del capitalismo (che non arricchisce nessuno se non il già ricco, si sa), non prova la loro effettiva povertà, prova solo la disperazione del poveraccio rinchiuso nelle gabbie dello sfruttamento così tanto da non riuscire più a capire di essere ingabbiato, come il pappagallo nato in prigione che non vola via attraverso il portoncino del gabbiotto aperto…

A parte questo, lo spettacolo effettuato da Stefano Poda per l’Aida a Verona a me ha dato tanto da pensare…

Poda, è noto, intende l’opera non come una narrazione ma come una serie di quadri, quasi tableau vivant, affetti da horror vacui, pieni di gente (centinaia di figuranti semoventi) impegnata nell’esternare, in modo espressionista (alla Wiene, Schiele e alla Kokoshka), non quello che i personaggi agiscono in diegesi, ma quello che l’opera tutta significherebbe, secondo Poda, in termini di messaggio complessivo…

cioè, Poda trova un tema dell’opera e lo illustra con i quadri coreografici che le centinaia di comparse incarnano intorno ai cantanti che cantano con movenze mai stanislavskiane o realistiche ma sempre simboliche, simboliste ed espressioniste…

finisce che non c’è un’azione ma c’è l’idea dell’azione, un’azione metaforizzata dalle coreografie cadenzate, del tutto assurdiste, del cantante e della masnada di comparse intorno a lui…

e l’idea di azione riguarda il messaggio finale dell’opera che è, secondo Poda, sempre sfacelo, morte e dannazione…

e quindi i colori di Poda sono spesso scuri e infernali, e i suoi costumi ricordano un cosplay tra Rocky Horror Picture Show e Mad Max, lì a vestire membri del coro e speciali figuranti o ballerini che, mentre il cantante canta, stanno lì ad attorcigliarsi in gesti di dolore, in espressioni truci, in movimenti terrei e tenebrosi del tutto disconnessi dalla trama della scena ma tanto, secondo Poda, evocativi del tema generale dell’opera…

ne esce un casino sesquipedale, solo vagamente ancorato al ritmo della musica, che affolla il palcoscenico in costruzioni visive che non risultano sgradevoli né prive di suggestione, ma delle quali ti domandi il senso recondito, la funzione, la metafora che svolgono…

ti domandi e ti rispondi che è la solita metafora di sempre: morte, dolore, tristezza…

e se è la solita metafora perché esprimerla con così tanta gente (gente che va pagata) e con così tanti costumi e luci che saranno costati un occhio della testa?

in questa Aida c’era una mano gigantesca che si muoveva (mai a tempo), e che ovviamente si chiude all’ultima nota…

idea geniale, ma è davvero significante o è solo metafora spicciola fatta per il gusto della metafora?

Nell’Aida a Macerata del 2014, Francesco Micheli ha avuto un’idea simile: il suo allestimento era basato su una fantascientifica comunità sempre attaccata ai laptop e un laptop gigantesco dominava la scena come la mano di Poda: alla fine il laptop di Micheli si chiudeva, determinando la fine dell’esistenza… ed era un concetto più volte espresso nell’allestimento, e anche cavalcato dalla leggera e immateriale scenografia fatta solo di proiezioni…

invece la mano di Poda?

ci sono altre mani nell’allestimento? no…

nella scena del trionfo ci sono dei pugni, che esprimono la violenza del potere…

e la mano si chiude proprio a pugno… segno che ha vinto il potere?

forse…

e allora la pace invocata da Amneris?

non c’è, o è negata dalla cerea messa in scena che, in tutto lo spettacolo, mostra una folla di doloranti moribondi che si contorcono di sofferenza vestiti come Riff Raff o come Mad Max

che io non capisca le metafore di Poda (per altro sempre uguali: visto uno suo allestimento li hai visti tutti) non vuol dire che non apprezzi la sua capacità pittorica e la sua perizia nello scovare movimenti stramboidi da far fare sia ai divi canori sia alle comparse…

mi interrogo però davvero se quei movimenti e quei pittogrammi di scenografia vivente (fatta dai figuranti) siano davvero sostanza o solo vacuo involucro scenico…

io ho sempre adorato gli spettacoli di Graham Vick, per esempio, anche lui molte volte bravo a trovare metafore sceniche fatte da giganteschi enti in mezzo al palco (il cubo del Macbeth scaligero del ’97 o l’elefante delle Nozze di Figaro romane del 2018) ed eccellente nello scovare movimenti per ogni singolo componente del coro…

ma la metafora scenica di Vick, molte volte, era agita dai cantanti che invece trovavano espedienti diegetici, stanislavskiani in senso buono, per spiegare la psicologia della musica e quindi della vicenda raccontata dall’opera…

invece per Poda, s’è detto, la vicenda non c’è: c’è solo metafora…

a me dovrebbe andare bene, perché io adoro le narrazioni incubiche del tutto archetipiche e psicanalitiche (vedi quanto dico in Buio e in Ad Astra), invece l’incubo portato avanti da Poda non incontra il mio gusto: e dovrei interrogarmi sul perché…

magari davvero proprio il non essere narrativo me lo fa detestare, o mi fa rimanere indifferente…
magari anche il considerarlo un semplice scenografo della lirica me lo rende antipatico, poiché nel suo pittoricismo vedo vuotezza invece che vero succo allegorico…
e infatti forse mi irrita che i suoi pittoricismi siano identici in tutte le opere che affronta, come se Aida fosse uguale a Turandot o a Lucia di Lammermoor: cioè che tutte quante parlino di morte, di dannazione, di nichilismo…

ok: parlano di questo, ovvio: convengo…

ma qualcos’altro?

la disperazione politica, per esempio, o l’urgenza di autolegittimazione?
o la tragedia del razzismo, della discriminazione, della guerra?
cose ben presenti anche in Aida
sono cose che vengono espresse nelle marce funebri cadenzate dei figuranti oscuri di Poda?

secondo me no…

e per questo nei suoi allestimenti ci vedo lo sfoggio di un riccone lussuoso, certamente valente e serio, e che desta sicura ammirazione nel gestire così tanta gente sul palco e nel costruire così tanti oggetti e costumi, ma che poco ha a che fare con una dimensione pop di un’opera come l’Aida che, più che essere il carnevale di Viareggio in salsa egizia (come, ahinoi, viene intesa trppo spesso), era una colossale invocazione di una pace al di là del razzismo e della classe sociale, in barba al bigottismo feroce di fondamentalismo…

queste considerazioni Poda non le ha fatte perché per lui, come per tanti registi pittorici che si dànno all’opera, la superficie conta più della sostanza e se i protagonisti muoiono allora c’è da esprimere la loro morte nel nichilismo avulso dal mondo invece che in una tragedia politica: c’è da buttarla in generica caciara extra-sociale invece che nella concretissima lotta di classe anticlericale (e Aida è tra le opere più anticlericali della Storia, e la sua preghiera di pace, oggi, avrebbe molti argomenti d’essere: ma Poda se n’è fregato, ancora squalificando l’opera dalla comunicazione con l’oggi per relegarla nella cantera di fondo della cultura come roba non partecipante alla formazione civile delle persone ma solo ninnolo usato unicamente per fiacco e inconcludente edonismo, perfino costoso: l’opera ridotta a status symbol vano di ricchezza senza senso)…

è la solita ‘zienda: rendere neutre di acritico nichilismo cose che un segno ce l’hanno ben preciso, anche ad ascoltarle oggi dopo centinaia d’anni… un segno che viene squalificato e franto dal vaniloquio dell’asemantico décors

un peccato

soprattutto per la tanta gente che ci ha lavorato e cha ha fatto, tutta quanta, un ottimerrimo lavoro!

Gli stessi discorsi si possono fare per la regia televisiva di Fabrizio Guttuso Alaimo…

l’ho detto tante volte che, per me, un sistema come quello adottato da Pierre Jourdan negli anni ’70 per i suoi film-opera su pellicola girati alle Chorégie di Orange è l’ideale per riprendere uno spettacolo di opera lirica…

Guttuso Alaimo deve averlo presente perché, come Jourdan, imbastisce uno spettacolo di ripresa veramente elaborato, quasi da partita di calcio…

se n’è sbattuto del pubblico all’Arena e ha montato telecamere dappertutto, anche a impallare la visione della gente seduta…
in spregio alle prurigini di certi registi (perfino Luca Ronconi), restii a far vedere le telecamere inquadrate, Guttuso Alaimo ha inquadrato spesso e volentieri i suoi dronetti attaccati ai cavi…
come Jourdan a Orange ha posizionato camere sul palco, ai lati della scena, per ottenere inquadrature altre rispetto all’onnipresente frontalità delle regie d’opera fatte dopo l’avvento di Brian Large (cioè quelle fatte dopo il 1980)…
oltre ai droni sui cavi, a fluttuare per aria, ha anche posto rotaiette intorno alla buca d’orchestra…

ne è venuta fuori una mise en image (una perifrasi che per primi, nel 1979, usarono Yvon Gérault e Bernard Sobel per definire la loro regia televisiva della Lulu di Alban Berg allestita da Patrice Chéreau e Pierre Boulez all’Opéra de Paris gestita da Rolf Lieberman, uno dei più prolifici produttori di film-opera: in quello stesso ’79, Lieberman produsse anche il film di Joseph Losey del Don Giovanni di Mozart dove l’Opéra era coinvolta, sotto la guida di Lorin Maazel) effettivamente inventiva, spettacolare e prorompente, per niente somigliante alle regie televisive della RAI e più vicina a certi esempi francesi e o inglesi (soprattutto François Roussillon, Don Kent e Andy Sommer)…

una regia che però non mi ha convinto…

perché?

perché anche quella esteriore: tutto fumo e niente arrosto…

io che ho sempre anelato una regia televisiva che puntasse le telecamere anche dietro le quinte e che privilegiasse anche il movimento di macchina rispetto allo stantio stacco alla Large dovrei essere molto contento che tutte queste cose finalmente trovino realizzazione in una regia italiana… invece mi trovo abbastanza estraniato a vedere una macchina da presa che si muove quando dovrebbe stare ferma e che sta ferma quando dovrebbe muoversi… e mi trovo anche molto irritato a vedere un montaggio che stacca senza alcuna motivazione né diegetica né musicale…

nei momenti in cui la musica avrebbe richiesto il movimento, momenti che Brian Large ha sempre tramortito con le sue riprese immobili, anche Guttuso Alaimo è rimasto fermo…

e nei momenti di pura azione, che sarebbe stata enfatizzata da uno stacco, Guttuso Alaimo si è invece messo a muovere la macchina, fluida e liscia là dove la musica era scattosa e puntuta…

cioè è stata una regia dove la fluidità della musica è stata tramortita dalla fermezza del frame e in cui l’immediatezza della musica aguzza è stata smussata dalla morbidezza del movimento della macchina da presa…

inoltre, gli stacchi erano su enti e componenti dell’allestimento di solito del tutto slacciati dall’inquadratura precedente…
certe volte si staccava per fare campo-controcampo, ma il più delle volte lo stacco era su un’angolazione diversa dello stesso personaggio!
ti chiedevi perché c’è stato lo stacco, se tra immagine A e B non sussiste differenza se non una inutile diversa occhiata

non si può definire tutto questo un disastro perché, in ogni caso, l’impostazione di Guttuso Alaimo ha avuto moltissimi pregi: grazie ai voli sportivi acrobatici delle microcamere si è visto pubblico, orchestra, direttore e l’intera Arena di Verona dall’esterno; inoltre, grazie alle camere sul palco si coglievano enfasi, immediatezze e urgenze di allestimento mai prima d’ora viste in RAI…

come io auspico da tempo, la regia televisiva è stata finalmente anche documentazione dell’evento in sé invece che deludente e fallimentare tentativo eterno di cavare un film dalla sola trama dell’opera senza controcampi e solo di frontalità, sempre facendo finta di non essere a teatro, con direttore e orchestra interdetti alla visione…

per cui, pur se infarcito da difetti immensi e assai fastidiosi, l’intento di Guttuso Alaimo è da premiare…

ma quell’intento è stato funesto anche lui a causa segno del pop odioso che si è visto anche in Milly Carlucci e in Poda…

mi spiego: Guttuso Alaimo ha inquadrato infischiandosene della musica, ha ingegnerizzato stacchi immotivati e movimenti di macchina inutili sia diegeticamente sia “documentariamente”…
anche le sue camere sul palco, nonostante l’idea giusta, e nonostante un vantaggio di prossemica che ha giovato all’azione, sono state usate più per horror vacui, o per puro sfoggio di boria soldosa (cioè alla Iñárritu di Revenant o alla Nightmare Alley di del Toro: il far vedere che hai i soldi che conta di più di quello che dici), che per effettivo servizio all’opera… le camere sul palco hanno finito per inquadrare composizioni di attori orrorose, simili a certe composizioni di Terry Gilliam e Roger Pratt, che non si capisce quanto senso potevano avere in mezzo all’Aida
per capirsi: Don Kent, Andy Sommer e il prototipo Jourdan lo stacco dal palco lo facevano in momenti concitati, su persone coinvolte nella diegesi della scena: Guttuso Alaimo invece li faceva sempre, senza badare alla loro importanza o alla loro utilità e necessità: li faceva perché poteva e non perché doveva: e infatti anche gli stacchi dal palco, pur interessanti, cadevano a casaccio quasi come gli stacchi immotivati fatti per cambiare occhiata sullo stesso personaggio…

era una regia TV che si baloccava con le sue possibilità così tanto da dimenticarsi del perché c’era: era un’esibizione di denaro e di perizia nello staccare espressa in stacchi staccati di per sé senza motivazione… cioè: Guttuso Alaimo inquadrava, con le tantissime telecamere che aveva a disposizione, senza badare né a cosa inquadrare, né alla musica che avrebbe dovuto ispirare i suoi stacchi, né al perché inquadrare qualcosa rispetto a qualcos’altro…

molto meglio dei paludati disastri della RAI (che gioia vedere inquadrata l’orchestra, anche se ancora non pervengono puntuali stacchi su momenti seri della strumentazione, che peccato), e molto più vicina alle regie internazionali d’opera, ma partecipante, come l’allestimento di Poda e il commento di Milly Carlucci, alla squalificazione dell’Aida, tramutata in un insignificante quadro di luci e colori senza alcun senso politico e sociale…

Se Poda e Guttuso Alaimo hanno un po’ deluso, quello che ha fatto la figura migliore è stato il direttore d’orchestra Marco Armiliato…

con così tanta gente sul palco, Armiliato ha spesso perso i suoi cantanti: soprattutto Eyvazov, Burdenko e Petrova slenteggiavano e rimanevano indietro mentre agitavano le braccia dolenti secondo i dettami di Poda…

ma nonostante tutto, e agevolato da una sistemazione sonora evidentemente enhanced rispetto alle altre riprese RAI della lirica (a questo giro, vista la ricchezza esibita, devono aver montato microfoni anche là dove non batte il sole: se alla Scala si sente spesso solo il flauto, qui tutta l’orchestra era in perfetta sonorità con i cantanti: si sospettano davvero magheggi di missaggio con gente microfonata), Armiliato ha portato a casa un’Aida musicalmente ineccepibile…

forse un po’ pomposo e, anche in orchestra, doviziosamente nobile, in accordo a tutta la ricchezza della serata, ma ha espresso davvero bene la parte dolorosa della musica molto meglio della esagerata strazianza dei movimenti delle comparse di Poda…

Un’Aida che aveva presente la laccata sbrelluccicanza sonora di Karajan (specie del Karajan Decca a Vienna del 1959) ma che ha mantenuto il senso tragico e urlante di Georg Solti…
Un’Aida che ha riscattato tutte le imperfezioni dell’insieme con commoventissimi rallentando passionali e con impeccabili adesioni coi solisti, che hanno viaggiato spesso di ad libitum quasi cadenzali struggentissimi, raggiunti grazie a una fiducia impagabile in Armiliato, che è andato dietro a tutti quegli ad libitum come davvero un accompagnatore dovrebbe fare…

Yusif Eyvazov (Radamès) non era nel suo ruolo e ha fatto tanta fatica, ma supportato da Armiliato non ha fatto davvero una figuraccia peggiore di tanti altri (ricordiamoci quanto Radamès fosse una bestia insuperabile, dal vivo, anche per gente come José Carreras)…

Anna Netrebko (Aida), da me ultimamente per nulla ben vista per la sua aria altezzosa da diva che poco si accorda con le diverse sue defaillances scaligere (soprattutto in Macbeth), in Aida continua a essere tra le migliori del mondo… la sua voce oramai pesante e grave si adatta alla perfezione alla grana densa del personaggio Verdi, non a caso, in passato, eternato da gente come Leontyne Price…
i suoi fili di voce acuti e prolungati erano goduriosi…

Ho visto due volte Olesya Petrova (Amneris) a Firenze e mi ha mandato in brodo di giuggiole entrambe le volte: stavolta però l’ho trovata “in ritardo”, strabordante e priva di sfumature…

idem Roman Burdenko (Amonastro): lentone e uguale a mille altri…

Michele Pertusi (Ramfis) era bravo, ma da Poda relegato alla macchietta del cattivone dall’inizio alla fine…

Aida è la n. 24 di Operas III

2 pensieri riguardo “…due parole sulla prima targata RAI dell’Arena di Verona…

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  1. faccio sempre fatica con i tuoi post sul teatro e l’opera lirica, visto che nemmeno vado a teatro (sono povero)
    cmq sto iniziando a riflettere sull’argomento; e concordo con il tuo paragone su Il volo

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