«…e la notte si fa fina»: breve requiem per Francesco Nuti

Non scriverò nulla su Berlusconi, poiché il berlusconismo, dopo 30 anni, ha così inzaccherato il mondo che mai ce ne libereremo: non siamo riusciti neanche a sbarazzarci mai davvero del nazifascismo (oggi di nuovo imperante nei modi e nei termini)…

e dopo 30 anni, il peana e l’agiografia di Bettino Craxi sono così imponenti che fanno davvero preludere a un altrettanto eterno periodo di incensamento di Berlusconi, già iniziato: tutti quanti, oggi, come fu anche per quel pazzoide di Cossiga, stanno già cominciando a gridare in favore di Berlusconi quello che tutti gridano negli anniversari di Cossiga, Craxi e perfino di Andreotti: il grido odioso di leccamento che i furti conclamati, il debito pubblico doloso (fatto per arricchirsi a livello personale), e la latente schizofrenia (nel caso di Cossiga forse perfino diagnosticata) li chiama, in neolingua, «modernizzazione della politica»… come se rubare e intascare sottobanco, e quindi lasciare in eredità solo debiti per lo stato futuro, fosse un qualcosa di “moderno” invece che di pidocchiosamente criminale…

questo leccamento è durato 30 anni per Craxi e durerà altrettanto per Berlusconi, e si unirà alla permanenza degli uomini (e donne) di Berlusconi (destrorse/i imbecilli) per sempre, a eternare il fatto conclamato che il berlusconismo, come il fascismo, mai moriranno, in Italia e nel mondo…

Insieme a Berlusconi è morto anche Francesco Nuti…

un tale che ha lasciato, al contrario, davvero qualcosa al cinema italiano…

devo confessare che io non l’ho amato da subito…

per esempio, non ho mai visto Son contento (’83)…

e forse non ho mai davvero compreso Madonna che silenzio c’è stasera (’82), anche se non si può rimanere davvero indifferenti di fronte al suo onirismo e alla sua malinconia nel delineare la voglia di trovare un altrove a questo mondo, impossibile, ma sempre sognato… non si può vincere il totocalcio, né andare in Perù, né, tanto meno, spostare la chiesa (in quel caso niente meno che il duomo di Prato), ma la voglia di farlo è qualcosa di più del semplice fannullismo o di un egoistico fancazzismo: è il sogno di un’esistenza che vada al di là dei rapporti sociali impartiti dal capitalismo e dalla borghesia… un sogno non difficile da apprezzare… [e non si può tacere che tanto dell’onirismo inconcludente e anelante un altrove sognato è del tutto mutuato dai Giancattivi, da Ad ovest di Paperino di Benvenuti, ’81, battesimo filmico anche per Nuti — su Madonna che silenzio c’è stasera vedi Sam Simon]

neanche Io, Chiara e lo scuro (’83) l’ho mai davvero capito, ma è senza dubbio sincero nel mostrare un certo cattivismo di Nuti, come se facesse vedere un lato B negativo rispetto al sogno di Madonna che silenzio c’è stasera… Maurizio Ponzi (regista di Nuti nei primi tre film) garantisce professionalità e agguanta (con Carlo Cerchio) una seria poesia dell’ombra e dell’oscurità, che Nuti farà sua per sempre…

Ammetto di non ricordarmi niente di Casablanca, Casablanca (’85)…

Tutta colpa del paradiso (’85) è il film che preferisco di Nuti…
la descrizione del “mondo”, della metropoli che si vede nel film è così inquietante e struggente da rimanere per sempre in mente… lo spazzino impazzito (Alessandro Partexano), gli spersonalizzanti condomini tutti uguali, gli “americani” che “comprano” tutto, i barboni-punk che «ti guardano» e «ti cantano» senza motivo, quasi mossi da un ancestrale e inspiegabile risentimento, e l’impiegata crudele (una straordinaria Laura Betti) sono tutti elementi di una descrizione disperata della realtà: una disperazione che rimane costante nel film: Sonny (Bobby Rhodes) piange per quello che ha fatto, e Nuti (Romeo) sa di portare un fardello pesante, una colpa tremenda, rinfacciata dalla odiosa impiegata, che in qualche modo è ricordata dall’assurdità della realtà: i barboni-punk lo cacciano, i bus lo ignorano (o lo fanno scendere, solo lui, ai tornanti) e una mosca non cessa mai di infastidirlo… da questa realtà ostile, Nuti-Romeo cerca di fuggire per riabbracciare suo figlio, e la fuga è verso un paradiso, un eden meraviglioso, non esente da problemi (Novello Novelli incarna la vuotezza dell’esistenza quotidiana permanente anche nel “paradiso” [dice che «certe vórte ‘un passa proprio nessuno» ed è anche inondato da una fastidiosa e cacofonica Symphony of Noises degna di Gershwin] e Ornella Muti evoca un passato gentile e godereccio ma oramai perduto a favore di una inspiegabile indifferenza), ma in cui Nuti-Romeo si rapporta con la Natura altra da sé e con la Natura interna a sé: si guarda e si comprende, faccia a faccia con l’adynaton (lo stambecco bianco), e capisce che la sua redenzione è il rimanere solo, l’aver potuto riabbracciare suo figlio ma l’aver compreso di non poterselo tenere, e non poterselo tenere proprio per far bene al figlio: un abbandono dell’egoismo (quello che lo aveva portato a rapinare), un’autocoscienza che non risolve ma che almeno comprende: un’autocoscienza altruistica che si manifesta nel riuscire a fare fuori la mosca che lo insegue costante, schiacciandola perfino sulla macchina da presa!… il viaggio è servito: anche se l’amarezza rimane, alla fine si può sorridere: il mondo è atroce, ma nel rinunciare all’egoismo (la mosca) per fare del bene Romeo ha trovato se stesso, anche se deve rimanere solo come uno stambecco bianco…
capolavoro

Stregati (’86) me lo ricordo come un incubo quasi horror…

Caruso Pascoski (di padre polacco) (’88) è il secondo centro di Nuti…
nella ridancianeria meravigliosa, completamente slapstick, Nuti racconta una storia che ha risvolti cinici e desolati…
Caruso (Nuti) vede i suoi pazienti come mostri e questo lo fa riflettere sulla natura effimera delle percezioni e delle convenzioni: chi può decidere chi è mostro a seconda delle strutture sociali?
Edoardo (Tognazzi) è sbagliato o è solo se stesso?
e Giulia (Burt) è l’amata moglie o una crocerossina banderuola che va con un omosessuale per pura pietà?
e la moglie la si conosce o no? alla fine Giulia rimane con Caruso o Caruso tornerà, alle 8 come al solito, e di nuovo non la troverà, in un eterno ritorno dell’uguale?
E Giulia, con la sua inspiegabilità e i suoi comportamenti scostanti, è l’emblema di un mondo che è irrisolvibile: anche quando si parlano e chiariscono, dicendosi la verità, Giulia e Caruso non possono stare insieme e quindi Giulia conclude che parlarsi e chiarirsi è inutile: il mondo è random e disperazione, e parlare e chiarirsi non cambia niente… e infatti, il mondo ostile Caruso continua a subirlo trovando un bambino incazzoso, dei tribunali strambi (neanche il giudice del processo di divorzio riesce a sintetizzare la causa di Caruso, e l’«avvocato cattivo» conduce la difesa andando sul personale), delle relazioni amorose problematiche (perfino la vigilessa che gli fa la multa dopo il sesso!), un sentore politico per lo meno deludente (tutti i partiti e le ideologie sono paragonati a insaccati!) e un barista fuori di testa: e per fuggire da questo mondo Caruso fa anche un gesto sconsiderato: se la pistola non fosse finta, Caruso ucciderebbe tutti nella Coop di Prato, perfino se stesso…
un film divertente, ma di fondo ancora tristissimo…
un film che per chi vive a Firenze è un must incontrastabile quasi quanto gli Amici miei di Monicelli (’75) o il Metello di Bolognini (’70)…

E la tristezza è ancora più evidente in Willy Signori e vengo da lontano (’89)…
un film cupissimo e truce, ancora avvolto in un mondo ostile (le apparecchiature elettroniche detestano Willy, un cadavere lo perseguita, e i gatti lo odiano), che inizia con una tragedia orrenda e continua, ancora (come Tutta colpa del paradiso), con una colpa da espiare, in mezzo a rapporti personali terribili (perfino il fratello detesta Willy)… il finale al sole africano non bilancia uno svolgimento in una Milano davvero da brutto sogno, sempre nera e notturna…

in Donne con le gonne (’91) la controparte divertente delle trame scure viene meno in Nuti: l’horror di Nuti, già evidente in Stregati e in Willy Signori, è del tutto scriteriato in Donne con le gonne, film che fa riflettere sulla particolare misoginia di Nuti…
Giulia di Caruso Pascoski e Lucia (Isabella Ferrari) di Willy Signori sono scostanti e irrazionali, davvero isteriche, come donnette di feuilleton ottocentesco: Lucia si redime alla fine perché mamma, così come mamma è Celeste (Ornella Muti) di Tutta colpa del paradiso
Nuti come uomo cis etero basic che idealizza sempre una madre, anche quando non cessa di prenderla in giro (vedi la mamma di Caruso Pascoski), e quando la madre non la trova allora ne enfatizza i difetti e la demonizza…
La Margherita (Carole Bouquet) di Donne con le gonne è quasi una Fosca di Tarchetti, una Renate dell’Angelo di fuoco di Prokof’ev: ha tutte le colpe e quasi le rivendica, in un film che è come una discesa agli inferi fino alla morte… una morte che è anche morte della libertà e della ragione: il personaggio di Nuti vorrebbe la sua Margherita tutta per lui, angelo del focolare, a cui è proibito perfino lavorare: la cosa è deprimente detta da uno che è stato così sincero, in Caruso Pascoski, a parlare bene degli LGBTQIA+… Date, però, le molte svolte iperboliche della vicenda (anche ricca di archetipi alla Joseph Campbell), si potrebbe intravedere in Donne con le gonne un “sentimento del contrario”, una denuncia dello statu quo del sempiterno rapporto tossico del maschio retrogrado possessivo nei confronti della donna, forse irretrice o forse immaginata irretrice: boh… fatto sta che io trovo Donne con le gonne sempre spiacevole…

si sa che dopo Donne con le gonne, Nuti perde la trebisonda, anche al livello clinico oltre che creativo e finanziario… Fino a Caruso Pascoski ha fatto i film con Gianfranco Piccioli, il genio del Casotto di Sergio Citti, che quasi sempre trovò accordi di distribuzione con Cecchi Gori… Willy Signori è con Cecchi Gori in persona, in veste anche di produttore oltre che di distributore, Donne con le gonne è con De Laurentiis (che corteggiava Nuti già da tempo), e Occhio Pinocchio (’94) è di nuovo con Cecchi Gori… un Cecchi Gori, cioè Mario, che muore durate la lavorazione di un film che gode di una atroce legenda negra… come Sorcerer per Friedkin, o One from the Heart per Coppola, Nuti gestisce male i tanti miliardi spesi in un film che rinuncia del tutto a far ridere, alambiccato in tanti movimenti di macchina e tante scenografie con ambizioni simboliche, ancora più infernali del solito, che però poi non quagliano: via via che va avanti il film non “arriva”, sfuma in un onirico mortifero dopo tante sequenze costose, immotivate e deprimenti che a un certo punto palesano la misoginia in esplicita paura del sesso, con una protagonista che è il massimo della disperazione (non ha fatto nulla ma subisce tutto, perfino essere ammazzata); un film che vorrebbe risultare perfino una chiusura del cerchio autoriale per un Nuti evidentemente non lucido: oltre al modo notturno di Stregati, c’è la ricerca di un altrove impossibile come quello di Madonna che silenzio c’è stasera (e Pinocchio fa pipì eterne come il protagonista di Madonna) che stavolta si trova, ma si trova nella morte, una morte “colossale” già evidente nello spararsi che era in Caruso Pascoski… tutto nell’aria odora di consuntivo ma la conclusione in morte e ascesa in un paradiso sognato, con una connessione a Collodi del tutto inesistente (tutti dicono che Lucy Light sia Lucignolo: boh), fa più pensare a Metamorphosen di Strauss che a una ricapitolazione chiara. Nuti sembra voler incollare insieme i propri cocci in un nuovo tutto ricco e danaroso, ma è come se a quei cocci non credesse più, o li considerasse motivo di rimpianto più che di orgoglio: cocci che lo fanno davvero suicidare… OcchioPinocchio è veramente la morte del senso del cinema di Nuti: una rinuncia alla narrazione e una rinuncia a una vita che sembra crudelissima a un personaggio che però non ha più l’ingenuità di altri, anzi, sembra subire ma invece agisce assai anche lui, tanto che tutto potrebbe essere un suo macabro sogno… perché raccontare tutto questo? Per nichilismo? Per depressione? Non si sa… OcchioPinocchio è slegato dall’esistenza, un incubo da cui Nuti, convinto invece di aver fatto il suo Sorcerer (per anni ha continuato a vantarsi della sublime costruzione cinematografica dei primi 40 minuti: nei termini che Mascagni usava per Guglielmo Ratcliff) per il quale si aspettava consacrazioni e premi (magari convinto che un lusso cinetico-onirico-funebre lo potessero accomunare a Fellini, a cui davvero somiglia in certi frame, o all’amato Vittorio De Sica di Miracolo a Milano), non si risveglierà mai più… [una débâcle degli anni ’90 che ha ucciso anche altri Re Mida italiani degli eighties, da Castellano & Pipolo a Celentano a Oldoini a Villaggio in giù]

Il signor Quindicipalle (’98) non è sgradevole, ma tutte le volte che lo rivedo non ci vedo veri segni di ripresa… già in origine non ci trovai niente che mi acchiappasse in maniera tale da convincermi ad andare a vedere in sala Io amo Andrea (2000) e Caruso zero in condotta (2001)…

Io amo Andrea l’ho visto a spezzoni in tv e ci ho ritrovato il peculiare horror di Nuti ma anche una storia di accettazione del diverso davvero non banale…

in Concorso di colpa (2005), film a metà tra il reazionario e il puntualmente analitico di Claudio Fragasso, ho visto un Nuti incapace di recitare, ma in ogni caso usato bene da Fragasso in un personaggio davvero inumano, mai empatico, a cui la faccia inespressiva di Nuti non ha per niente fatto un brutto servizio…

Alla fine, il misogino Nuti e il cinico Nuti ci ha in ogni caso regalato severe riflessioni sulla crudeltà del mondo, elaborandola sia in bontà sognante (con catarsi) sia in atroce incubo (con tremenda catabasi), con i film degli anni ’80 ancora oggi capaci di reggere grazie a quel logos di tragedia incombente e di senso di colpa ineluttabile che si condisce, in maniera estraniante, con le risate: risate amare che riflettono la natura della vita, eterna sinusoide tra piacere e dolore…

e, sotto sotto, in questo logos che vede la disperazione per tutti, Nuti ha anche detto sempre bene degli LGBTQI+: e a farlo è stato uno dei pochi nel cinema italiano comicarolo di quegli anni…
forse, sull’argomento, è riuscito a dire cose più serie di quelle dette dal suo più famoso aiuto-regista, cioè Ferzan Ozpetek (certe atmosfere cupe di Willy Signori, set seguito da Ozpetek, tornano assai nelle Fate ignoranti)…

4 pensieri riguardo “«…e la notte si fa fina»: breve requiem per Francesco Nuti

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  1. Concordo parola per parola quanto detto su B. Personaggio che ha davvero dato una svolta, in negativo, a un paese senza ideali nobili: e ora si attende la beatificazione. Detto questo, su Nuti io mi spingo ancora più indietro, con “A Ovest di Paperino”: erano i primissimi tempi che avevo un videoregistratore vhs e questo fu uno dei primi film che registrai dalla tv… E lo vidi, rividi, rividi ancora: è vero, con lui c’erano anche quei due grandi di Benvenuti e Athina Cenci, e quindi non è un film di Nuti ma dei Giancattivi… Ma è così che lo ricordo, come uno stralunato ingenuo in mezzo a due mezzi matti. Ha fatto davvero una fine triste, mi spiace: ma sono contento che, in un giorno in cui molti lodano il Cav, altrettanti (anche se, ovviamente, di meno) si ricordano di Francesco: e senza odio, ma con affetto.

  2. Bellissimo questo omaggio, altroché! Essendo morto lo stesso giorno di quell’altro uomo lì nessuno lo ha ricordato, ma in realtà l’avevano dimenticato tutti da parecchio tempo, quindi forse sarebbe stato ipocrita che venisse ricordato come grande artista, quando era stato seppellito da anni…

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