«Il continente bianco» di Andrea Tarabbia

Tarabbia fa una metafora di quello che il fascismo ancora significa nell’Italia di oggi…

Nel 1983, Kenneth Johnson, basandosi sul volume It can’t happen here di Sinclair Lewis (1935), descrisse la metafora del nazismo in V – Visitors: il nazismo era rappresentato da alieni che, millantando invenzioni e progresso tecnologico, si ingraziano il governo americano fino a riuscire a governare del tutto con la connivenza dei ricconi prima di scoprirsi come spietati dittatori dalla natura “rettile” (sotto un involucro che li fa sembrare umani nascondono la loro vera forma di lucertole antropomorfe) che hanno in programma di sterminare tutta l’umanità…

Nel Continente bianco, la metafora non è fantascientifica ma para-realistica: il fascismo è un’organizzazione suprematista attiva a Roma, così somigliante a Casa Pound fin quasi a sovrapporvisi…

I componenti del Continente bianco, dal capo supremo (Marcello) all’ultimo scagnozzo grosso e stupido (Max) passando per gli ideologi luciferini (Werner), i figli di papà in parlamento (Malaspina padre e figlio) e gli sbandati sociali (Franziska), sono tutti tipi da “Scala F” di Adorno, e insieme anche grandi prototipi fascisti, riflessi di Farinacci, Balbo o perfino Michelino Bianchi:
la sbandata sociale sta per tutta la teppaglia reduce dalla guerra che si buttò a capo fitto in un branco che gli permetteva di continuare a picchiare…
lo scagnozzo stupido è l’emblema di chiunque si trovasse bene con la logica del picchiatore delle squadracce mindless
nei figli di papà e nei senatori c’è tutta l’alta borghesia connivente, dai Ciano in su…
negli ideologi saturnini ci sono i “magisti occultisti” deliranti alla Julius Evola che affollarono parecchi bivacchi fasci…

e poi c’è il capo supremo, Marcello, più che di Mussolini riflesso del fenomeno fascista in toto…

Marcello, con il suo membro lungo ed eretto, fa girare la testa a una ricchissima, quasi attempata ma ancora prestante (quella che in YouPorn credo che si definisca Cougar), donna sposata con un benestante psicoanalista…

Lo psicoanalista vede la relazione tra Marcello e la moglie, ma la analizza più che comprenderla: non sa come reagire alla violenza che Marcello possiede in abbondanza, insieme alla carica erotica e al pene possente (vedi anche la bulimia sessuale di Mussolini oggetto di Eros e Priapo di Gadda), e allora, consapevole di non poter competere con l’arrembanza sessuale del rivale né tantomeno di potersi difendere dalla sua violenza, lo psicoanalista si defila e scappa non potendo fare altro che “avvertire” la moglie del pericolo…

ma la moglie se ne frega: non solo subisce il fascino sessuale di Marcello, ma è attratta tantissimo dalla sua forte assertività, dalla sua potenza psicologica volitiva: Marcello riesce, morbosamente, come in Histoire d’O (o come nel suo mediocre aggiornamento di Claude Chabrol, La Fille coupée en deux, del 2007), a far credere alla donna che è “più amata” se è un burattino mosso dal padrone più che una persona, che appartiene all’uomo di più se l’uomo può *condividerla* con chi dice lui (“regalarla”, in quanto la cosa la si possiede davvero se la si regala: se la stai regalando vuol dire che è davvero tua: che delirio: ma c’è chi ci crede eh), che il sesso è più eccitante se fatto in forma di orgia…
la donna subisce anche il transfert di avere con l’amante un rapporto più da madre e figlio che da femmina e amante: il “tornare” di Marcello presso di lei stimola quel transfert, e tutte le volte che Marcello torna da lei, lei si comporta come una mamma che accoglie sempre, invece di respingere: cosa forse dovuta all’essere sempre stata data per scontata da un marito che mai è “tornato da lei” per farsi amante/figlio (in modo morboso ma eroticamente stimolante per certe persone)…
una donna che somiglia tangenzialmente a Margherita Sarfatti (anche lei seguace di Mussolini per via dei lutti filiali avuti durante la Grande Guerra), ma che potrebbe essere riflesso dell’Italia stessa (una monarchia madre chioccia innamorata di un figlio prosperoso e attivo dopo la perdita di tanti figli soldati, e dimenticata da un “marito”, cioè da una classe dirigente, paludosa e immobile, e incapace anche di dare giustizia dovuta alla memoria del lutto)…

Lo psicoanalista è chiaramente l’antifascismo, così buono da non riuscire a fare nulla se non la Cassandra: avvertire tutti del pericolo senza poter essere ascoltato: una sorta di Partito Socialista di Turati, o di PD… e per lui agire è inconcepibile perché è una reazione che comporterebbe violenza, violenza che non sa neanche concepire, figuriamoci perpetrare!

In mezzo c’è lo scrittore, il protagonista, Andrea Tarabbia in persona…
uno di quelli che non riesce a inventarsi niente, deve “ispirarsi” a fatti veri, a vite vere, e infatti importuna i conoscenti per lasciarsi coinvolgere nei loro drammi onde poterne scrivere nei libri: qualche volta va bene, ma altre volte, quando gli importunati sono mariti gelosi moldavi, le cose vanno peggio: e le conseguenze ci sono, e belle grosse…
Tarabbia si descrive quasi come Harry Caul, il personaggio di Gene Hackman nella Conversation di Coppola (1974): un suo lavoro è finito con una morte di una persona/personaggio, una morte che non fu “colpa sua” ma fu in qualche modo “originata” da lui, e da allora vive nella paura che la cosa possa ripetersi, ma nei lavori sembra incappare sempre nel medesimo pericolo di reiterazione…

Anche Tarabbia è attratto da Marcello, dal fascismo, perché il fascismo, con la sua bizzarria, e il suo apparente metodo nella pazzia (cioè le poche sentenze sensate presenti anche in scritti autenticamente liberticidi come i motti di Piazza Sansepolcro o la Carta del Carnano di D’Annunzio e de Ambris), è un oggetto bellissimo da studiare: il cercare di capirne la logica, le ispirazioni, i riferimenti culturali compositi ed eclettici: tutta roba sopraffina per uno scrittore, specie di uno scrittore a corto di idee…

Tarabbia entra in contatto con Marcello perché è paziente dello psicoanalista la cui moglie è l’amante di Marcello…
dopo una seduta dal medico, Tarabbia sta per finire sotto una macchina, ma Marcello *lo salva*: e Tarabbia pensa davvero che Marcello lo abbia salvato scientemente, volontariamente, e con l’intento di salvarlo (come certi retori pensarono che il fascismo e il nazismo, col loro protezionismo statalista, salvarono scientemente i loro paesi dalla crisi economica del 1929)…
e Tarabbia vede in Marcello, e nei suoi accoliti, una vitalità borgatara, plebea, povera e sozza che ritiene autentica e di sinistra (ancora oggi certi pensatori ritengono il fascismo sansepolcrista e la Carta del carnaro un qualcosa “di sinistra”, anche per il fatto che la neonata Unione sovietica leninista fu una delle uniche nazioni a riconoscere diplomaticamente la Fiume dannunziana), da seguire completamente (vedi anche l’orgoglio di tanti benpensanti tipo Luigi Einaudi e Benedetto Croce nel vedere nel fascismo tanto attivismo di gente giovane e “nuova” rispetto agli odiati politici immobili e vecchi di allora)…

Ma dopo l’attrazione iniziale, Tarabbia si ritrova davanti gente simile a quella delle Benevole di Littell: quei riflessi di Farinacci e Balbo che non hanno pensiero ma solo azione, che è azione violenta, specificamente razzista, maschilista e prevaricante, che esprime solo possesso e dominio…

e Tarabbia descrive le solite cose che si sanno del fascismo e del neofascismo:

  • il volere un mondo parcellizzato in compartimenti stagni in cui ognuno fa comunella solo con chi gli assomiglia…
  • il considerare chiunque sia diverso da come sei tu come un nemico da sterminare…
  • la convinzione che si viva in una persistente guerra di darwinismo sociale male interpretato: tu vedi che sei solo tu a combattere, ma non ti fai delle domande chiedendoti se abbia senso, sei lì a essere convinto che gli altri siano coglioni a non combattere contro di te… e, conseguentemente, se gli altri in qualche modo “contrattaccano”, per reazione esasperata, tu sei lì a continuare a combattere ingannandoti con la storiella che tu ti difendi dai “continui” attacchi degli altri…
    cioè: hai attaccato tu, reiteratamente, ritenendo imbecille chi non si difendeva, e poi quando qualcuno reagisce tu ti arrabbi sbraitando che quella difesa rappresenta un attacco a te, quella difesa è una violenza contro di te, che tu ritieni ingiusta, anche se è fatta per contraccambiare una tua prevaricazione…
    tu puoi attaccare e ne hai il diritto “divino” e chi si difende è uno stronzo che ti fa la guerra: lui che si difende ti fa la guerra, e non sei mai tu che hai attaccato a meritarti un po’ di botte di rimando, mai (vedi i vaniloqui di Antonio Pennacchi in Canale Mussolini: i braccianti che bruciavano la paglia ai contadini collusi coi padroni, condannandoli al doppio lavoro, erano stronzi, ma i contadini collusi coi padroni e quindi coi fascisti si sono “vendicati” non spaccando oggetti dei braccianti ma direttamente uccidendo i braccianti e spesso anche le loro famiglie, e la cosa, secondo loro, era più che giustificata! — ancora oggi si sente questa storiella che il fascismo picchiò solo per difendersi dagli assalti dei comunisti cattivi)…
  • l’idea che la tua visione del mondo razzista e censitaria, che allontana arbitrariamente chi non somiglia a te (sia etnicamente sia economicamente), non sia una cosa esecrabile, ma sia insita, caratterizzante e intrinsecamente fondante la società umana, e chi non se ne accorge è un imbecille…
    i fascisti ammazzano i bengalesi poveracci, solo perché sono un po’ più scuri di pelle, e l’idea è «eh, ma tutti fanno così: anche i comunisti hanno fatto così: è la vita, e noi non si fa altro che agire secondo le leggi sempiterne della termodinamica»…
  • la consapevolezza demente che un fascismo, razzista e “identarista”, che uccide chiunque non somigli a una certa forma, sia necessario perché alternativo al comunismo: senza l’argine del fascismo il comunismo avanzerebbe, e sarebbe un disastro, poiché il comunismo è male: il comunismo è una cosa “altra”, “asiatica”, che annienta la prevaricazione del guadagno, che non comprende le razze, che non è attratto dal fattore schiacciante della proprietà privata
    il comunismo è il vero pericolo per l’umanità, mica uccidere chiunque non ti somigli: quello è naturale, mente il comunismo è innaturale… e il comunismo picchia, e dal comunismo c’è da difendersi, appunto con la guerra, la guerra che tanto ci piace, là dove il comunismo internazionalista è pacifista, cioè esecrabile perché non riconosce la realtà del mondo in guerra darwinista sociale…
  • la simpatia per chi ha denaro: avvicinato per invidia sociale e di fondo detestato visceralmente, però additato come qualcuno a cui ispirarsi e a cui sostituirsi… cioè: i fasci detestano tanto i ricconi solo perché vorrebbero essere ricconi loro, non certo perché credono nella redistribuzione delle risorse…
  • la Weltanschauung della cultura della morte, con i fasci che hanno così in odio gli altri, tanto da doversene difendere, e difendendosi arrivano quasi alla assurda conclusione che l’unico modo di proteggersi è non esistere, e quindi la morte è la soluzione per tutto, così muoiono i nostri nemici e si muore anche noi perché la sola esistenza dei nemici (brutti, sporchi e cattivi là dove noi siamo belli, buoni e Sonnenmenschen) è motivo di vergogna che merita la morte del mondo, e anche morire per difendere il mondo è motivo di vanto: finisce che se si muore tutti (i cattivi sterminati e i buoni mentre sterminano i cattivi) il mondo è meglio!

Tarabbia anticipa subito quelle che sono la conseguenze finali dell’avvicinarsi a queste convinzioni fasciste, cioè la morte e lo sfacelo…

una morte e uno sfacelo che tutti sanno arriverà (Tarabbia, lo psicoanalista, sua moglie e gli stessi fasci, contenti della cultura della morte), ma che nessuno riesce a evitare: nessuno si mette di traverso ai fasci, perché i fasci, con la loro esaltazione mortifera, vincono sempre: se li si ferma con la forza, loro sono contenti perché si ammette l’esistenza della loro idea di guerra; se non li si ferma loro spopolano, perché con le loro azioni spappolano tutto, esultando come scemi per l’attivismo che hanno, un attivismo assunto come positivo (anche se distruttore) rispetto all’immobilismo della democrazia e del compromesso…

Il continente bianco è un libro di poveracci irretiti dalla violenza fascista, e quindi è sgradevole:

  • descrive le violenze psicosessuali inflitte alla moglie dello psicoanalista con atrocità: vediamo questa donna abbrutirsi sempre di più, e la vediamo quasi godere per questo: la cosa fa molto dispiacere…
  • descrive l’arrivare al finale di morte come ineluttabile, e la cosa ci comunica un frustrante senso di impotenza…
  • descrive le violenze razziste ai rom e ai bengalesi con una disperazione disagevolissima…
  • descrive l’idiozia psicotica dei fasci, sia di quelli al comando sia degli scagnozzi, con una tragicità speciale (il finale è un’azione del bestiale, grosso e stupido, Max, che, in solitaria, va a vendicarsi dei rom per gelosia personale anche se sa che non ne uscirà vivo)…
  • e dà a tutto un senso di nullificanza molto amaro…

Sono ragioni che potrebbero tranquillamente far ritenere Il continente bianco un capolavoro di quelli “cattivisti”, davvero come Le benevole

È la sua tecnica scrittoria a salvarlo: la gestione dell’intreccio realizzato metaletterarialemte, con porzioni di raccontato che vengono o anticipate o posposte a seconda di come l’io-narrante comunicante direttamente col lettore ha avuto le informazioni su cui basare la narrazione (visto che Tarabbia, scrittore ma anche personaggio, candidamente ammette di non saper narrare se non sviluppando cronache e racconti sentiti da altri), produce un gorgo da metaromanzo davvero eccellente: asciutto e mai barocco pur nella arzigogolata mise en abyme dell’impianto (io scrittore che scrivo un personaggio come me che narra a un lettore le cose che gli riferisce un altro personaggio poiché io scrittore ammetto, tramite il me-personaggio, che non so inventare vicende se non per reazione a racconti di cose vissute da altri: un po’ troppo complesso, forse), manda avanti una diegesi con le giuste capacità di intrattenimento…

In passivo c’è però la prevedibilità dei fatti, e quella che, in definitiva, è la mollezza della metafora, che anche se nutriente e ben rifinita in tutti i possibili anfratti ideologico-storici, finisce per non mordere poiché è intrisa da un nichilismo così piangente da gettare via, con le lacrime, anche il graffio dell’efficacia…

Per capirsi: va tutto bene, e il concetto lo si capisce e somatizza a mille, ma rimane poco, poiché le descrizioni crude e crudeli, che disgustano anche troppo, non sono seguite da prese di coscienza ma da stillicidi di disperazione e di rimorso che non ammettono alcuna catarsi…
come se Tarabbia ci descrivesse il fascismo coi fiocchi ma poi si piangesse addosso…

la cosa non è brutta, perché così effettivamente si comprende che dal fascismo c’è da stare alla larga, ma sotto sotto, quel rimorso fa intendere, ancora, la reiterazione: come, in diegesi, Tarabbia uccide i personaggi che ha importunato per renderli scrivibili tutte le volte, così, nella tematica del libro, si avverte che la storia appena raccontata non è conclusa, è oggetto di recidiva e non solo, è anche oggetto di strazio dell’impotenza…

cioè Tarabbia sembra dire che il fascismo c’è, ci sarà sempre e che gli strumenti per combatterlo non ci sono… prova per i fasci sì disgusto e repellenza ma ne ammette la malsana attrazione inconscio-psichica che non finisce mai… e alla fine afferma che lo sfacelo annunciato avverrà e non ci si può fare nulla…

e tutto questo è sicuramente scritto con perizia e una lampante capacità di intreccio metanarrativo, che fa meritare assai a Tarabbia tutti i premi che sicuramente vincerà, ma alla fin fine lascia al lettore un amaro in bocca che non mi sento di definire costruttivo…

Il continente bianco sembra essere una sorta di conferma del come volevasi dimostrare lacrimevole che non ha la forza del vero sfacelo nichilista, perché il lamentarsi disperato del «è così e non ci posso fare niente quindi piango» è assai meno coinvolgente del «è così, non ci posso fare niente ma almeno mi incavolo!»

La desolazione (e la distruzione finale) del Continente bianco mi è risultata un po’ troppo ovvia per insegnarmi davvero qualcosa (almeno, in V – Visitors di Kenneth Johnson, qualcuno organizzava la Resistenza!)…

Ma non posso negare sia un libro notevole… anche se assai sgradevole…

6 pensieri riguardo “«Il continente bianco» di Andrea Tarabbia

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  1. Grazie per questa recensione così dettagliata e diretta; mi piace molto la disamina – che permette di farsi un’idea precisa del testo, dello stile, del “messaggio” – e, soprattutto, mi piacciono le conclusioni che (parlo senza avere letto il libro quindi posso benissimo essere tacciata di superficialità) condivido. Credo che se un testo decide di svilupparsi attorno ad un tema così storico e socio-filosofico (almeno questo lo sembra), al di là dello stile, mi aspetto che alla fine, tra le righe, si intraveda una seppur lontana possibilità di catarsi o superamento, un barlume di speranza nella capacità dell’umanità di capire e superare; oppure se tutto precipita in un nichilistico baratro, che sia tipo una bella pietra tombale su ogni speranza, una deriva distopica, genere catastrofico…

    1. Davvero!
      È proprio come dici tu: alla fine mi è venuto da dire «ma perché ci hai raccontato questa storia? per ammonirci? ok», ma alla fin fine m’è sembrato quelle confessioni tardive degli ex membri della Banda della Magliana, che parlottano a metà di azioni criminali di cui loro conoscevano ben poco, visto che eseguivano soltanto degli ordini, ma quel poco te lo comunicano come se fosse una verità che deve scoprire l’interlocutore, con perifrasi del tipo «io vi racconto, ma non ho morali, ognuno deve decidere per sé», e va benissimo, ma allora potevi anche stare zitto, dato che la storiella, senza rivelazioni o senso, è solo aria che esce dalla bocca…
      e ok, che uno possa riflettere su quella aria, ma può riflettere, e forse molto meglio, anche su altre cose magari più interpretative del mondo, più strutturate della semplice rendicontazione «oggi sono andato di corpo e sto bene: e su questo non ho morali, ognuno decida per sé»: avrei deciso per me anche senza conoscere un bel nulla delle tue funzioni corporali (non so se mi spiego)…
      però non voglio affatto dire che il libro di Tarabbia sia tempo buttato via…

      1. Condivido tutto quello che dici. Ribadisco, il libro non l’ho letto, ho sentito anche pareri molto positivi… Del resto ognuno ha il suo metro di valutazione e personali aspettative…

  2. Il continente bianco in realtà è una sorta di riscrittura di un libro postumo di Goffredo Parise, L’odore del sangue: un libro incompiuto e difettoso, ma molto affascinante. Ha affascinato anche Tarabbia che lo ha trasportato ai nostri giorni e si è posto nel ruolo dell'”osservatore” (ma è comunque un personaggio, non l’autore in persona, anche se ha il suo nome). A me è sembrato interessante, e magari sarà anche vero che dei fascisti dice cose note, ma, ahimè, i fascisti sono veramente così…

  3. L’ho appena prenotato.
    Vedremo che effetto mi farà… in ogni caso, come sempre, mi hai scritto una bella recensione propedeutica. E quello che sto cercando è soprattutto una buona distrazione narrativa, in fondo quindi potrei aver scelto bene.

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