Tár

Mi vengono in mente due registi che hanno dedicato molti loro film alla musica classica…

uno è Ken Russell
ha diretto moltissimi film biografici su compositori classici: usando la bizzarria, l’anticonformismo e l’intelligenza di attualizzare i sentimenti ottocenteschi o primonovecenteschi, ha ottenuto quelli che oggi possono considerarsi piccoli capolavorini, leggermente fuori misura e per nulla ortodossi, ma certamente capolavorini:

  • Ken Russell’s Film on Tchaikovsky and the Music Lovers (o semplicemente The Music Lovers, 1971)
  • Mahler (1974)
  • Lisztomania (1975)

questi sono i maggiori, a cui si aggiungono sei romanzi in tema:

  • Beethoven Confidential
  • Brahms Gets Laid
  • Elgar: The Erotic Variations,
  • Delius: A Moment with Venus

i documentari della BBC:

  • Elgar (1962)
  • Bartok (1964)
  • The Debussy Film (1965)
  • Don’t Shoot the Composer (1966, su Georges Delerue)
  • Dance of the Seven Veils (1970, su Richard Strauss)
  • The Planets (1983, su Gustav Holst)
  • Vaughan Williams: A Symphonic Portrait (1984)
  • Ken Russell’s ABC of British Music (1988)
  • The Strange Affliction of Anton Bruckner (1990)
  • The Mystery of Dr Martinu (1992)
  • Elgar: Fantasy of a Composer on a Bicycle (2002)

il film Aria (1987), fatto di molti episodietti, in cui Russell fa un video basato sul Nessun dorma della Turandot di Puccini…
e gli allestimenti operistici, almeno 4 anche in Italia:

  • The Rake’s Progress al Maggio Musicale Fiorentino nel 1982 (alcuni pensano, forse sbagliando, che l’opera sia stata fatta alla Pergola invece che al Teatro Comunale), con scenografia di Derek Jarman (designer di Russell in più di un’occasione, anche cinematografica): dirigeva l’orchestra Riccardo Chailly; Gösta Winbergh era Rakewell, Cecilia Gasdia era Anne Truelove, Nick Shadow era Istvan Gati… su YouTube circolano frammenti di una ripresa televisiva della RAI…
  • Madama Butterfly al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1983 con scenografia di Richard Macdonald: dirigeva John Matheson; nel cast Catherine Lamy, Kumiko Yohsii, Silvia Silveri, Kristian Johannsson, Robert Galbraith, Steven Cole…
    la RAI dovrebbe aver ripreso lo spettacolo, con regia di Fernanda Turvani: il video circola nei circuiti peer to peer illegali russi…
  • La Bohème allo Sferisterio di Macerata nel 1984, ancora con scenografia di Richard Macdonald: dirigeva José Collado; nel cast Cecilia Gasdia, Elena Zilio, Nazzareno Antinori, Alberto Cupido, Angelo Romero e Giancarlo Ceccarini…
  • Mefistofele di Boito al Salone Margherita di Genova nel 1987: dirigeva Edoardo Mueller; nel cast Paata Burčuladze, Ottavio Garaventa, Adriana Morelli, Fabio Armiliato e Josella Ligi… su YouTube circola una ripresa quasi integrale che sembra amatoriale…

Russell era uno che al cinema portava la biografia dei compositori…
invece István Szabó ha realizzato un paio di film sulle vite fittizie o romanzate degli interpreti:

  • Meeting Venus (1991)
  • Taking Sides (2001)

Meeting Venus aveva personaggi totalmente inventati: il direttore d’orchestra, i cantanti, il nome del teatro: era tutto finto… nei loro nomi si potevano scorgere ispirazioni a stereotipi invece che a personaggi esistiti davvero (per esempio, il personaggio di Ignazio Sarto, direttore d’orchestra del tempo che fu, è il tipo del direttore non tedesco famoso in Wagner fino agli anni ’50, una sorta di Toscanini o di Cantelli, o forse anche di Cluytens; idem il protagonista Zoltan Szanto era il tipo del direttore dell’est che va ospite all’ovest, tra Lovro von Matačić e i russi come Roždestvenskij o Kondrašin o addirittura Svetlanov)…

solo l’opera allestita nella diegesi è vera, il Tannhäuser di Wagner…
il sistema di Meeting Venus era fin troppo simile al film Maggio Musicale di Ugo Gregoretti, 1989: lì l’opera era vera, La Bohème di Puccini, in un teatro vero [il Maggio Musicale Fiorentino], e c’erano cantanti e direttori veri [Chris Merritt, Shirley Verrett, Will Humburg] a interpretare personaggi finti, guidati da un protagonista che era finto ma che era totalmente Gregoretti stesso, del quale si accenna [ne vediamo pure dei frammenti] a un film vero [Omicron del 1963] a cui si cambia il titolo…

Taking Sides invece è la storia “vera” (riimmaginata dal drammaturgo Ronald Harwood, sulla cui pièce dle ’95 si basa il film) di Wilhelm Furtwängler e della sua gelosia per Herbert von Karajan che lo fece competere per il benestare del governo nazista tra 1933 e il 1945… i nomi sono tutti veri, ma la Storia è ovviamente tutta riplasmata in maniere diegetiche…

Rispetto a questi modelli (la biografia con nomi veri storicamente informata ma diegesizzata, come la roba di Russell e Taking Sides; oppure la totale falsità di Meeting Venus), il Todd Fields di Tár decide di trovare una via di mezzo…
fa la vita di una musicista inventata nel mezzo a nomi, luoghi e circostanze che sono vere…

La fittizia Lydia Tár insegna in conservatori veri (la Juilliard);
dirige un’orchestra vera (i Berliner Philharmoniker), di cui cita veri direttori passati (Abbado e Karajan);
dirige e parla di opere vere (di Mahler, Anna Thorvaldsdóttir, Bach, Šostakovič, Elgar);
dice di essere stata allieva di un vero maestro, Leonard Bernstein di cui vede i veri documentari (gli Young People’s Concerts);
“recensisce” foto e broadcast di veri direttori (Gustavo Dudamel, Michael Tilson Thomas)…

Ma Lydia Tár è finta;
i suoi comprimari Eliot Kaplan (Mark Strong) e Andris Davis (Julian Glover) sono finti (di Davis si dice aver diretto i Berliner, quindi sarebbe una sorta di Simon Rattle anziano);
i suoi musicisti in diegesi (la violoncellista nuova, la violoncellista vecchia, la primo violino) sono finti, anche se “vera” è l’orchestra che “interpreta” i Berliner Philharmoniker e cioè la Desdner Philharmonie e la violoncellista nuova è interpretata da una che di mestiere fa la violoncellista (Sophie Kauer)…
ma sono finte le location: la Berliner Philharmonie è “interpretata” dalla molto simile Konzertsaal del Kultupalast di Dresda (una Konzertsaal costruita nel 2017), a cui Field ha “tolto”, forse digitalmente, l’organo di sfondo… e nelle riprese on location a Berlino ben poco si riconosce della capitale tedesca…

Questo miscuglio di vero e finto ad alcuni è apparso malsano…
anche perché parti della vita di Lydia Tár sono in prestito dalle biografie di vere direttrici d’orchestra: in primis dalla biografia di Marin Alsop, vera allieva di Leonard Bernstein, vera direttrice d’orchestra gay (come Tár), vera insegnante nei conservatori…
ma certamente Alsop non è la manipolatrice psicologica che è Tár, e non è quel diavolo di personalità disgustosa che porta al suicidio i suoi allievi da lei “irretiti” a livello sessuale e poi rovinati appena hanno detto no alle avances
questa è roba che faceva James Levine, non Marin Alsop…

e difatti Alsop si è arrabbiata col film: «prendete la mia vita, senza dirmi niente, senza coinvolgermi, e al personaggio, che “su di me” inventate, gli fate fare le porcate che faceva Levine: ispiratevi direttamente a Levine e lasciate in pace me!»

un argomento non male, condito anche con il retrogusto amaro di far fare a una donna le “cose sbagliate” che faceva un uomo: cioè fai finalmente un film su una direttrice donna e la fai stronza come un uomo! Se dovevi fare il film su un direttore d’orchestra lubrico perché non lo fai uomo?

sono obiezioni non sbagliate…

il problema è che Tár, nonostante tutte queste ragioni, non è un brutto film…

scorre molto male, ma il suo andamento onirico funziona se ci si entra:

  • gli acufeni di Tár;
  • la sua paranoia di persecuzione (simboleggiata dalle forme a spirale squadrata che vede dappertutto, perfino nei giochi della figlia);
  • la sua allucinazione quando quella persecuzione si palesa effettivamente, con le accuse di violenza psico-sessuale che si manifestano grazie alle spiate di un’assistente (interpretata da una fantastica Noémie Merlant, al secondo centro dopo la Giovane in fiamme) da lei “scavalcata” apposta per evitare chiacchiere (chiacchiere sul favorire una sua assistente);
  • “chiacchiere” che comunque Tár alimenta, facendo favoritismi idioti, a solo scopo sessuale, a solisti a caso;
  • “chiacchiere” che Tár cerca di mettere a tacere negandole e nascondendole, dalle mail come dalla memoria (della suicida per colpa di Tár, Krista, non vediamo mai nulla, neanche il volto)…

sono tutte cose che Field e Florian Hoffmeister rendono con una resa visiva per nulla viewer friendly, con una fotografia scurissima (tanto che spesso è difficile distinguere le facce degli attori) e un découpage di tante sequenzine che partono in medias res, cioè che iniziano ma noi scopriamo solo dopo, quando la sequenzina è già quasi finita, “cosa” sono e “cosa” raccontano: e spesso raccontano gli onirismi e non la realtà: finisce che Tár va avanti per scene quasi slegate l’una dall’altra, che ti fanno capire quel che succede dopo tanto tempo trascorso…

ma in questa confusione, il messaggio che Field vuole comunicare è di quelli complessi, che non si possono non somatizzare, anche se forse non condividere…

Tár è bravissima, è una meraviglia, ma fa male alle persone: il suo genio è alimentato da una personalità di quelle “violente invisibili”, quelli che ti fanno male “in segreto” ma mantengono la faccia pulitissima (vedi anche l’episodio del discorso di Tár alla bambina che bullizza sua figlia a scuola)…

come procedere con una così?

la si annienta, la si cancella dall’esistenza…

e ok…

ma in questo modo perdiamo anche il suo genio, la sua perizia, la sua scintillante visione dell’arte e della musica, sì “sporcata” qualche volta da scelte libidinose, ma in “generale” così speciale, così brillante, così “mai uguale ad altri”, quella perizia che, una volta allontanata Tár, la si cerca di rubare, suggerendo che si possa mantenere l’arte gettando via il genio che l’ha creata, che l’ha recata, che l’ha plasmata…
sarà possibile?

forse no…

anche se scacciata dal mondo (a causa degli scandali finisce a dirigere colonne sonore di film etnici filippini con orchestre semi-amatoriali), Tár continua la sua ricerca musicale, sempre splendida, sempre supersonica: ed è una expertise che il mondo ha perso…

è giusto?

secondo Field forse non è giusto:
Tár spende un sacco di tempo a verbalizzare il problema della cancel culture nella musica classica, con l’episodio dell’allievo afroamericano alla Juilliard…
il giovane allievo snobba Johann Sebastian Bach (che in musica classica è una divinità: «non tutti i compositori credono in dio ma tutti credono in Bach»), dicendo che era misogino, cisgender ed eterosessuale, e rilanciando che il mondo ha bisogno di compositori queer, aperti a tutti e fluidi nella personalità…
…ma la personalità del compositore è assimilabile alla forma del pezzo che compone?
la musica di un omosessuale o di un nero sarà migliore di quella di un etero bianco?

Field sembra dire di no…

e Field sembra anche dire che un genio, anche se personalmente odioso e sessualmente violento e psicologicamente aggressivo, dovrebbe continuare a lavorare, perché il suo genio è prezioso…

ma è anche vero che Field presenta quel genio come affetto da acufeni, da allucinazioni, e allestisce la sua vita con un film sghembo, oscuro, dalle sequenze “fuori posto”, che si “ricompongono” solo con molto impegno (perfino i titoli sono scombinati: sono titoli “finali” che scorrono all’inizio e al contrario) e che vive di un miscuglio malsanissimo di vero (le allusioni alle vita di Marin Alsop e alle orchestre) e fintissimo

Field, quindi, da «che parte sta»?

nel suo film precedente, Little Children, Field aveva trattato simili tematiche complicate: a un pedofilo deve essere garantita una vita dopo che esce dal carcere?
sì? no?
se, una volta uscito di galera, quel pedofilo subisse violenze da parte dei vicini di casa che lo bullizzano e gli fanno vandalismi, chi sarebbe la vittima?

idem è Tár:
una donna che è certamente carnefice, merita di trasformarsi in vittima?

e la Musica, con la maiuscola, è arricchita o sminuita da un direttore d’orchestra sublime che smette di lavorare?

Field, con la sua messa in scena disordinata, forse ci dice che nessuna delle strade rappresenta il bene:
sbarazzarsi di Tár solo per sue pecche personali e non tecniche è una cosa miope, ma essere come Tár, e portare al suicidio le persone, porta ad allucinazioni e ad andamento psicologico non confortevole (le sequenze tra loro non livellate e il miscuglio tossico tra personaggi fittizi e allusioni a personaggi reali)…

non si scappa,
non c’è un modo giusto per sfuggire ai problemi…

e Field lo dice, e per questo risulta antipatico, perché nega l’happy end che potrebbe essere (vedi quello di un film che potrebbe essere simile, per tematiche, a Tár, e cioè The Wife: là il personaggio di Jonathan Pryce è inequivocabilmente condannato), preferendo intorbidare le cose, preferendo affermare che happy end non può essere se è cancel culture e in contemporanea riuscendo, farraginosamente, anche a dire che senza cancel culture si sta comunque male (senza l’allontanamento di Tár dall’orchestra sarebbero continuate le sue angherie verso gli orchestrali)…

Come il William Friedkin di Rules of Engagement, Field riesce a scontentare tutti:
sicuramente scontenta gente come Marin Alsop, che però dimenticano quanto Tár, forse per la prima volta a Hollywood, presenti una famiglia omosessuale perfettamente funzionale e un rapporto maritale tra donna e donna senza rappresentarlo come qualcosa di anomalo [benché sia innegabile che l’uso della vita di Alsop per creare un personaggio negativo, senza il consenso di Alsop, sia stata un po’ una carognata]…
e forse scontenta chi vorrebbe davvero una cancel culture nella musica classica capace, scoprendo gente nuova con biografie nuove (interessanti tutta una platea stanca di vedere musiche composte da musicisti maschi e bianchi), di attirare nuovo pubblico (dimostrando che la perizia musicale del grande pubblico si ferma solo e soltanto al fatto extramusicale delle storielle biografiche del compositore che si riflettono nella musica: bella cazzata [tutti i discorsini che si fanno sulla poiesi di un pezzo non aggiungono un’anticchia alla effettiva bellezza del pezzo: forse un pezzo è meno bello se si sa che il compositore l’ha scritto mentre defecava?]: una cazzata che perfino Tár non nega, parlando spesso e volentieri del mero fatto poietico-biografico della musica)…

ma accontenta chiunque pensi che le cose non sono semplici,
chiunque pensa che le decisioni giuste e senza conseguenze non esistano,
chiunque vuol vedere un film che ti impone un impegno e un pensiero nel ricostruire le sequenze sparse…

magari Tár scontenta chi vuole le coccole delle cose contente (cioè certe e sicure nel manicheismo), ma accontenta chi è uno scontento a vita!

Non è un film facile…
e magari non è nemmeno piacevole (dura troppissimo),

ma non posso dire che non mantenga un certo fascino sgrammaticato, e che non mi abbia ispirato riflessioni genuine: fattori, per me, nutrienti!

Sicuro: un approccio alla materia più direttamente come quello di Meeting Venus e Maggio Musicale, con tutti personaggi fittizi, sarebbe stato meno mefitico… ma si sarebbe persa appunto la componente di allucinazione estraniante che proprio il miscuglio inestricabile (soprattutto per chi non è appassionato di musica classica) tra personaggi veri e finti dà alla diegesi zoppicante del film…

Per esempio, non ha convinto Sam Simon!

8 pensieri riguardo “Tár

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  1. Quando scrivi “forse un pezzo è meno bello” eccetera ti riferisci a un compositore o a un fatto preciso?
    Nel libro Erinnerungen an Gustav Mahler und andere autobiographischen Skizzen (Zurigo 1960) Otto Klemperer racconta un aneddoto che forse apprezzerai:

    «Durante gli ultimi anni di vita Mahler trascorreva l’estate con la famiglia a Dobbiaco, dove dedicava la mattina alla composizione e il pomeriggio alle passeggiate. Nel giardino della loro abitazione v’era una piccola costruzione senza pareti sormontata da una tettoia. Una volta un tale chiese a sua moglie a che cosa servisse: lei scoppiò a ridere e rispose che si trattava di una latrina. “Ma, santo cielo!, chi sta lì dentro non è al riparo dalla vista altrui!”, ribatté quello. E Alma, continuando a ridere: “Sì, lo so, ma Gustav dice che il suo apparato digerente non funziona bene se lui non può ammirare montagne e alberi”. Perfino quell’atto quotidiano aveva cessato di essere una mera funzione corporale ed era stato da lui innalzato a modo di esprimersi.»
    ;-)

    1. Sinceramente no, non pensavo a un pezzo particolare, ma nel film si fanno dozzine di esegesi musicali basate solo e soltanto sulla biografia del compositore e mai sulla musica in sé… l’elemento biografico e l’analisi poietica sono importanti, ma, a mio avviso, solo uno dei fattori in atto (vedi i soliti tre gradi di Nattiez: poiesi, grado zero, estesi)…

      Alma è stata una eccellente narratrice del mito di Mahler (è simile a cosa ha fatto Ranieri con Leopardi), la va dato atto! E proprio Ken Russell ha fatto un film divertentissimo basato sugli aneddoti di Alma!

      1. Visto, visto, come anche gli altri film di Ken Russell. Che però — opinione personale — ha dato il meglio di sé con Il cervello da un miliardo di dollari, dove la musica non c’entra.
        Non ho ancora visto Tár. Ti farò sapere, per il momento ti ringrazio per questo post. Buona giornata.

  2. Vabbè, ma che non abbia convinto me non conta nulla! Lo critichi, mi pare, ma lo apprezzi per le riflessioni che ti fa fare. Molto interessante perché è la stessa cosa che mi ha detto un altro amico appassionato di cinema…

    A cui è piaciuto The Banshees of Inisherin per le riflessioni del possibile secondo piano di lettura di Colm e Pádraic come le due fazioni della guerra civile irlandese!

    A me non è piaciuto né l’uno né l’altro, sono salomonico! :–D

    Non sapevo della polemica della povera direttrice, me l’ha scritto Austin Dove nei commenti. Io voglio solo dimenticare questo film, sicuro altre tre ore di vita non ce le butto!

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