«Ragazza, donna, altro» di Bernardine Evaristo

«this is not about feeling something or about speaking words
this is about being
together»

La britannica Bernardine Evaristo (pressoché coetanea di Tim Burton) ha scritto questo libro nel 2019 per la casa editrice londinese Hamisch Hamilton…

In italiano è stato tradotto da Martina Testa, con revisione di Dario Matrone, dalla SUR di Roma, nel novembre 2020…

È un testo ampio, di “pretesa” modernità (il testo non ha punteggiatura e i periodi si distinguono solo dall’a capo), che si basa però su un assunto di intreccio assolutamente ottocentesco, con l’incastro non consequenziale delle vicende umane di ben 12 personaggi, solo parzialmente interconnessi tra loro, anche se sempre legati da qualche legame, con tanti rimandi tra una vicenda e l’altra e con tanti personaggi che si scoprono essere “coinvolti” nella trama di altri…

Le trame dei 12 non sono autonarrate in io narranti, come per esempio nelle Rules of Attractions di Easton Ellis (1987, che però aveva la stessa interconnessione tra i personaggi), e non sono “oblique” di visione, cioè quello che narra il narratore oggettivo delle vicende dei 12 è effettivamente accaduto, senza immagini mentali né dubbi di realtà, ma con tanti “commentini”, quasi alla Zola, a smentire e/o interpretare, alla luce dei pensieri, quello che i personaggi sono sicuri di agire…

Questa impostazione di tradizionalità ottocentesca, in una cornice formale di pretesa avanguardia (la rinuncia alla punteggiatura), veicola 12 vicende assai contemporanee, che però si inerpicano a ritroso fino quasi alla fine dell’Ottocento, praticamente tutte ambientate in Gran Bretagna, tranne una propaggine in USA…

sono vicende incentrate, in massimissima parte, sul razzismo…
razzismo endemico, declinato nei diversi decenni, nei diversi “gradi di lontananza” da Londra, nelle diverse classi sociali…
e razzismo via via gemellato, in modi tutt’altro che duttili, ad altre forme di sopraffazione e discriminazione, in primis la prevaricazione femminile (tranne due, le storie sono tutte storie di donne), e quindi la mortificazione delle identità sessuali…

perciò la vera protagonista del libro è la lotta contro il razzismo e come questa lotta, nel tempo, abbia potuto e possa oggi rapportarsi con altre lotte, femministe e LGBTQI+…

Un perno di trama è la vicenda di Amma, drammaturga e regista nera e bi- (o pan- o come vuole lei) -sessuale, che arriva a ottenere una prima in un teatro mainstream e importante solo verso i 70 anni…
Di lei riviviamo la vita, senza badare ad alcuna consequenzialità né alcuna dichiarazione cronologica (i riferimenti culturali vanno ricostruiti con le unghie e con i denti, e la cosa è difficile data la pregnanza dell’humus culturale esclusivamente e localmente londinese di cui ha fatto parte), da quelli che sembrano i 1960s fino ai 2010s, la giovinezza arrabbiata di protesta, ma anche la sua eterodossia rispetto alle dottrine con cui, spesso, è entrata in contatto e ha anche ferventemente aderito!
È stata femminista ma dal punto di vista lesbico (allora, quando le etichettature erano rigide)!
È stata ovviamente anti-razzista, ma dal punto di vista britannico, e pertanto più aperta a una amnistia da Editto di Nantes: una nazione con un impero storico così schiavista ha dozzine di “discendenti di schiavisti” che si sono ibridati con neri e che nulla sanno (o giustamente rinnegano) dell’origine della fortuna dei trisavoli: ha davvero senso, in nome dell’anti-razzismo, gettare tutto via?, ed ha senso gettare via perfino le lotte degli operai poveri sfruttati esattamente come i neri, anche se questi operai non sono neri?
È stata una regista di protesta, ma portare uno spettacolo femminista e anti-razzista in un teatro mainstream è un passo indietro rispetto alla dottrina dell’underground?
Secondo lei no…
e questa sua eterodossia su tutto si irradia sugli altri personaggi…

Sulla figlia Yazz, che riflette su quanto, nei 2010s quasi 2020s, sia forse ridicolo metrare la gente sul razzismo duro e puro: certi egiziani ricconi, per esempio, dovrebbero “godere” dell’anti-razzismo in quanto “ambrati” africani? oppure dovrebbero essere linciati in quanto ricchi sprezzanti il poveraccismo?
forse ragionare su questi assunti assoluti è controproducente?

Sulle amiche di un tempo, la cui vita, insieme comune e straordinaria, le ha portate a fare scelte peculiari, in linea con la contingenza del momento invece che con presupposti a priori ideologici…

Sulle donne del passato, le cui privazioni, nei 1940s e nei 1950s, erano forse più subite, perché meno consapevoli, di quelle dei 1960s e 1970s… ma quelle donne, “black” o “quasi black”, riuscirono a uscirne a testa alta, creando i presupposti per il futuro…

senza l’eterodossia consapevole rispetto ai dogmi si possono davvero comprendere quelle scelte?
o si rischia di stigmatizzarle amaramente per un partito preso mal compreso…?

anche perché lo stigma della discriminazione tout court l’hanno vissuta tutti quanti: chi era gay e chi non lo era, chi era nero e chi era povero, chi era trans invece che donna…
e l’hanno vissuta le donne e i loro padri,
le madri e i propri figli,
le nonne e le nipoti… e le bisnipoti e le trisnipoti…

e l’accusa di radicalchicchismo post-sessantottino di protesta l’hanno vissuta tutti, sia chi è rimasto duro e puro, sia chi ha “fatto i soldi” e ha dovuto tutti i giorni dimostrare, con le unghie e con i denti, di essere ancora in buona fede nella lotta, sia chi ha vissuto di rendita del passato senza poi fare niente e anzi, è diventato il primo “discriminatore di ritorno” (vedi chi era femminista nei 1970s che poi si mette a insultare i trans M to F perché «non sono vere donne»)…

inoltre, la vita sempre più social, di Twitter, crea e scompone i dogmi, anche quelli sacrosanti, decostruendoli senza però distruggerli: come comportarsi?
arroccarsi liquidando il nuovo come istanza reazionaria perché mina le ideologie “puriste” del passato?
o abbracciando il nuovo poiché le condizioni sociali in cui il purismo ideologico è nato sono ormai sciolte, come neve al sole…? o sono diverse in quanto trasformate dal tempo e dalle novità sociali?

il “compito” è forse riallacciare reti e link tra passato e presente, nella lotta?
oppure non c’è un compito: c’è solo da vivere la vita così com’è, tenendo ben presente la lotta, ma senza fossilizzare quella lotta in parcelle discrete tra loro conchiuse…

Evaristo ci dà un prontuario, un campionario della lotta contro la discriminazione tout court, sempre attento a tenere presente quelle domande…

ci informa
su com’era essere discriminati nel passato e nel presente…
su cosa abbia voluto dire essere violentate nel passato e nel presente…
su cosa voglia dire arrabattarsi nella vita quotidiana, tra lordure razzistico-discriminatorie anche economiche, oggi e come lo sia stato ieri…

e lo fa con questa gratuita forma senza punti e virgole, totalmente gratuita il 99% delle volte, ma altre unica nel rendere strappi emotivi, in maniere forse futuriste, ma più che altro “arcaiche”, alla Ennio: con le parole che si scompongono per dare angoscia, e con gli a capo che si moltiplicano per nebulizzare il pensiero e il concetto determinando trauma

Alla fine, appunto come in un romanzone dell’Ottocento, che dà exempla senza spiegazioni (mi riferisco naturalmente a Guerra e pace), Evaristo arriva a un qualcosa di simile all’esistenzialismo di Milan Kundera…
…sembra dirci che, forse, demarcare diverse e diversificate fogge politiche per la lotta singolare di un gruppo identitario è poco ficcante e costruttivo in un mondo in eterno divenire la cui precipuità è l’ibridazione continua e ineluttabile (le “razze”, in quanto non esistenti, si mescolano sempre più, e le identità di genere sono sempre più moltiplicativamente parcellizzate perché ognuno è unico)…
…e che magari è meglio constatare quello che c’è, ammettendo le esigenze di *tutti e di ciascuno* nel solo ombrello dell’umanesimo fraternizzante di tutti quanti, al solo scopo né di parlare né di razionalizzare ma solo di STARE INSIEME…

uno stare insieme che però ben ha presente i monumenti della prevaricazione e dello stupro (razziale, femminile, personale, sociale) lì per essere consultati, glorificati, a ispirazione di chi vorrà…

Un eccezionale inno alla convivenza tra “diversi”, che dà alla concezione di diverso l’ampiezza dell’individualismo, stemperabile solo con la consapevolezza dell’appartenenza all’umanità e al riconoscimento di status di vittime, tutti quanti, della fallacia entropica della società umana…

un elogio all’umanità che cerca di emendare le brutture della società vincente del capitalismo e della sua implicita separazione tra uomini e donne (in base a colori, generi e soldi)…

un elogio che tramortisce, certo, le palle, per via della dispersione delle informazioni (si leggono le storie di nonne, nipoti, maestre, donne delle pulizie e mariti di gente che va a finire che non ti ricordi ma manco per niente), ma che arricchisce eccome…

un elogio che sarebbe da far leggere alla gioventù, appunto per avere il campionario e il prontuario di quello che è ed è stata la prevaricazione con i suggerimenti per togliersela dai coglioni…

5 pensieri riguardo “«Ragazza, donna, altro» di Bernardine Evaristo

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  1. A me è piaciuto moltissimo, invece è stata una delusione, sempre di Bernardine Evaristo, Radici bionde, un libro che forse vuole turbarci mostrando una società in cui ad essere schiavi sono i bianchi e a comandare i neri: purtroppo l’idea, interessante, è stata sviluppata malissimo, praticamente è come se Evaristo avesse riscritto tale e quale romanzo sulla schiavitù sostituendo “negri” con “bianki” e “bianchi” con “nehri”: per il resto è tutto uguale a tanti romanzi letti e riletti, film visti e rivisti. Addirittura l’autrice ha creato una situazione per cui il mondo è precipitato ai livelli di due secoli fa, non ci sono auto ma cavalli, gli schiavi dormono nelle baracche eccetera

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