Freaks Out

Quasi mi duole constatare che sono diventato come De Niro in Terapia e pallottole (cioè Analyze This di Harold Ramis, 1999): De Niro si commuoveva vedendo un semplice spot con un padre e un figlio, io sono stato a piangere per quasi tutta la durata di Freaks Out di Gabriele Mainetti per diverse ragioni:

  • in primis perché è di un cocente antifascismo così cristallino come in Italia, al cinema, non si vedeva dagli anni ’60 [quando Guzzanti fece Fascisti su Marte arrivarono perfino delle critiche]
  • perché, nella impareggiabile lente deformante del genere fantasioso, dimostra e rende palese come era vivere a quei tempi e che casino era avere a che fare col fascismo e col nazismo (a stigmatizzare tutte le odiose nostalgie di questi tempi): illustra senza possibilità di equivoco le deportazioni, il razzismo, le atrocità degli occupanti, la disperazione degli occupati, con la potenza del narrativo e l’efficacia tespiana del simulacro: la storia inventata da Mainetti rende comprensibile e comunicabile la tragedia della realtà (procedimenti simili al Commissario De Luca di Lucarelli)
  • Aurora Giovinazzo è una protagonista formidabile: scarruffata [nella Toscana della costa centrale è più comune la variante con la sonorizzazione dell’occlusiva velare e una perdita della doppia liquida, per cui si dice di più sGaRuffata] e roca, viva e naturalissima, costruisce un personaggio vero, di quelli che potresti incontrare in giro, senza l’aura di costruzione fintissima che hanno i volti e le movenze delle dive hollywoodiane: un paragone potrebbe essere addirittura con la Monica Vitti degli anni ’70!
  • Mainetti e Michele D’Attanasio dànno davvero l’idea di sapere quello che fanno, sia a livello di sceneggiatura (che però non è priva di alcune trascurabili lungaggini [i salti dal gruppo Santamaria-Castellitto-Martini a Giovinazzo sono tantini, e occupa troppo tempo la “resa dei conti”, con una battaglia finale un po’ iperbolica: dà l’idea di una cabaletta troppo lunga] o di alcuni vizi caricaturali per omaggiare un po’ troppo l’aspetto generale da fumetto dell’operazione) sia a livello di showing, e usano una mirabolante macchina “spettacolare” NON, banalmente, per restituire la meraviglia del supereroe, ma per sottolineare, genialmente, la bugia che fu lo spettacolo nazista: le performance al pianoforte (costruito a livello scenografico con impagabile esagitato cattivo gusto nazista per rendere al meglio la coglioneria anche estetica del Terzo Reich) di Rogowski, e i suoi abbrutimenti con l’etere, sfrigolano di veloci long takes, rapidi e vorticosi, e di una strutturazione cromatica imperiosa(=delirante) e sghemba, adattissimi a smascherare il fasullo nazista, la sua superfetazione di forma senza contenuto, di stupefazione senza costrutto: efficacissimo!
  • i superpoteri, con massimo sospiro di sollievo, sono trattati o come i poteri magici delle majokko degli anime degli anni ’80 (cioè come poteri che si subiscono senza praticamente alcun vantaggio: perfetto riflesso della maturazione sessuale), o come supersonica metafora di emarginazione, di disgrazia subita, di fato avverso (lutto) da elaborare e maneggiare con dolore… è davvero un sollievo vedere “supereroi” di questo tipo, del tutto avulsi dal supereroe che passa il tempo a constatare chi ce l’ha più grosso della Marvel (un precedente è Il ragazzo invisibile di Salvatores: che tutti gli americanofili, ovviamente, schifano, ma che sarebbe da risalutare con somma gioia)
  • naturalmente impagabili le tante e grandissime implicazioni metacinematografiche, presenti già dall’incipit (che gioca con lo spettacolo del circo e con la musica extra/intra diegetica [un incipit un po’ afflitto da qualche fellinismo di troppo, ma di filosofia rappresentativa ineccepibile]), ma perduranti per tutto il film: usate molto bene, come si diceva, per diegesi antinazista, sono ficcantissime anche in tutto il sistema tramesco, con Giovinazzo a essere cinema effettivo (luce proiettiva di liberazione) lì a spazzare via l’immagine-bugia dei nazisti (il riferimento è ovviamente a Spielberg, ma non solo): la liberazione finale di Giovinazzo, arrivata dopo la folgorazione del cinema come verità (preludente agli anni del Neorealismo che si accorse per primo di quanto strazio potevano fare i film-bugia dei “Telefoni bianchi”), è quindi una Liberazione maiuscola al di là del personale, universalmente intesa come etica ed estetica (non è la pur carinissima liberazione o non-liberazione psicologica di Anna Paquin in X-Men: The Last Stand, per capirsi: non è semplice psiche, è psiche che diventa società, come in Batman Returns)
  • Claudio Santamaria, invisibile e peloso, sfoggia un equilibrio tra dialetto e comprensibilità da vero mostro sacro, davvero alla Vittorio Gassman: merita tutti i possibili premi…
  • adorabile la configurazione dei partigiani alla Beppe Fenoglio: irosi e sfatti ma per nulla sadici come la feccia nazifascista…
  • simpaticissima la rappresentazione borgatara della love story: sdrucita e minima ma ugualmente esplodente quando deve!

Queste ragioni hanno fatto sì che:

  • abbia frignato come un cretino per la deportazione e per il destino di Tirabassi;
  • abbia pianto come un vitello abbandonato alla rivelazione del passato di Giovinazzo;
  • abbia gioito come un pazzo quando ho sentito dire a Castellitto: «Ciao, stronzi!» prima di picchiare i nazisti;
  • mi sia commosso in maniera struggentissima al partigiano che risparmia il nazista ferito;
  • mi sia strutto all’abbraccio finale;
  • abbia apprezzato la rielaborazioni tarantiniane (l’ipotesto di Inglourious Basterds è ovvio) sempre attive ma per fortuna mai “effettive” (il rischio era di fare una riscopiazzata gratuita)…

Sicché sono qui a elogiare Freaks Out come un eccellente film di genere italiano, efficace, ben piazzato, acchiappantissimo, e forse anche privo di alcune problematiche che vidi in Jeeg Robot (di cui parlai molto laconicamente alla fine di Biancalana e i sette gnomi, parte III)…

Di sicuro non si sta parlando di Kieslowski né di Sakurov né di Godard…

Ma di denso cinema diegetico, con messaggi nutrienti e forza espressiva ottima…

Fa davvero bene!

Leggere, fortissimo, anche My Mad Dreams!

15 pensieri riguardo “Freaks Out

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  1. Boia, non leggevo un tuo commento così entusiasta da tanto tempo! Mi hai messo curiosità (anche se non so se arriverà nelle sale qui da me sto film)!

      1. Neanch’io, ma sono riuscito a capire comunque il film alla perfezione, perché si svolge prima rispetto agli eventi narrati in quella serie.
        Rimanendo in tema di cinema, ti segnalo che ho appena sfornato un nuovo post: è una classifica in cui cito tanti altri splendidi film… spero che ti piaccia! :)

  2. oh una recensione normale xD
    a me matilde non è piaciuta: il suo percorso è identico a quello di rogue con Fenice nera fusa a rogue nel finale; trovavo più commovente l’ebreo o l’albino

    gli effetti speciali anche per me fenomenali e ho adorato come hanno mostrato i poteri; per l’albino gli invertebrati erano quasi amici e infatti a parte le api non gli facevano nulla!

    1. Io non posso andare più in là nel paragone con Rogue perché ho visto solo i film, e alla fine di Last Stand la “maturazione” di Anna Paquin l’ho trovata molto più privata e per niente metacinematografica come quella di Matilde…

  3. Stavo già sfrigolando nell’attesa di vederlo, ora che ti ho letto non sto più nella pelle! Mi aspetto grandi cose da questo film, appena usciti dal primo giro di valzer dei malanni di stagione corro a vederlo, intanto grazie!

    1. …speriamo di non aver alimentato troppo hype! Io ancora piango perché un tale mi chiese com’era “Ragazzo invisibile, seconda generazione”, dissi che era bello, ma poi costui mi disse “m’aspettavo chissà che, e invece…”

      1. Tranquillo, ti confesso che qui l’hype è già altissimo perchè conosco uno degli stuntman del film: in ogni caso tu sei assolto! :)

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